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Stagione III · Redde Rationem
Il diario della stagione28 Ottobre 2014

Articolo 33 / 205

A volte ritornano: la crisi del ’37



Stanco dell’attualità, così uguale a se stessa e per nulla edificante, mi trovo a frugare in archivi dimenticati a caccia di storie che mi aiutino a comprendere il presente, convinto come sono che laggiù, nel passato, affondino le radici della nostra attualità. Ciò che oggi è abitudinario, ieri è stato straordinario.

In una delle mie scorrerie, che da qualche mese gravitano intorno agli anni ’30 del secolo scorso, m’imbatto in una di quelle crisi dimenticate che sembrano prese di peso dalle nostre cronache: la terribile recessione dell’estate del ’37.

La crisi, come ormai accade da quasi un secolo, colpì in pieno gli Stati Uniti, che furono insieme l’epicentro e l’origine, e seguì a un periodo di relativa ripresa che aveva fatto sperare tutto il mondo che la devastazione seguita al ’29, e in particolare alla crisi finanziaria del 1931, con il portato di deflazione, disoccupazione e crisi valutarie che ne era conseguito, fosse ormai alle spalle. “L’improvviso arresto verificatosi negli Stati Uniti durante il secondo semestre del ’37 sorprese completamente il mondo”, scrisse la Bis nel ‘38.

Per darvi uni’idea della gravità della recessione che colpì gli Usa nell’estate del ’37, bastano solo alcuni dati. La produzione mondiale perse oltre il 33%. In valori assoluti, passò dai 12 milioni mensili di tonnellate di produzione della primavera del ’37, che aveva sovrastato del 20% il record delle dieci milioni di tonnellate del ’29, a poco più di otto milioni sul finire dell’anno. Il grosso del crollo di tale produzione fu registrato proprio negli Stati Uniti.

L’indice della Fed sulla produzione industriale americana passò da 117 in agosto a 84 a dicembre. Un crollo persino maggiore del ’29, quando l’indice passò da 121 a 103, e concentrato esclusivamente negli Usa. In tutto il resto del mondo, infatti, a parte la Francia, la produzione aveva continuato a salire per l’intero periodo. Ma bastò che il gigante americano, con il sul 40% di consumo globale di materie prime, starnutisse, pure violentemente, perché l’economia globale tornasse gravemente malata.

I prezzi ne risentirono parecchio. Gli indici dei prezzi delle materie prime crollarono anche di più. Negli Usa passarono dal picco di 200, fatto 100 il livello del 1931, a 130, ovvero al livello del ’33. A livello globale i prezzi delle derrate alimentari e delle materie prime industriali, alla fine del ’37, tornarono al livello della fine del 1930, anno terribile dei prezzi internazionali, da dove con estrema fatica e molte esitazioni erano ripartiti dal ’35 in poi. Quelli all’ingrosso, che pure avevano raggiunto la base 100 del ’29, avevano superato 90 nella prima metà del ’37. Un anno dopo puntavano decisi verso 80.

Gli indici di borsa di New York, che sul finire del ’36 avevano finalmente recuperato il livello del 1927, pari a 100, si erano impennati fino a 125 nel corso del ’37, per poi crollare alla fine dell’anno sotto il livello del ’35, a quota 75, con un picco di ribasso a 60 raggiunto alle metà del ’38.

Un burrasca di siffatte proporzioni sconvolse la ventata di ottimismo che si era diffusa negli Stati Uniti grazie alle politiche monetarie e fiscali volute dall’amministrazione Roosevelt che però, a quanto pare contenevano i semi della recessione futura.

L’amministrazione, infatti, aveva reagito al disastro del ’31, e a quello ancora maggiore dei primi mesi del ’33, quando le banche furono prese d’assalto dai risparmiatori impauriti, con una serie di atti straordinari, fra i quali l’uscita dal gold standard e la requisizione dell’oro ai cittadini, che condusse più tardi a una sostanziosa svalutazione del dollaro, proprio nel tentativo di far risalire i prezzi, a cominciare da quelli agricoli, che erano collassati.

Ciò aveva provocato un notevole afflusso d’oro negli Usa dal resto del mondo. Nell’arco di pochi anni le riserve erano arrivate a un livello senza precedenti. Talmente esagerate che a un certo punto la Fed, per evitare un’espansione incontrollata del credito bancario, dovette aumentare i requisiti di riserva.

Al contempo, sul versante fiscale, era cominciata un’ampia politica di spesa pubblica volute dall’amministrazione per uscire dalle secche della depressione.

Gli storici hanno calcolato che nel ’29 i consumi del governo, compresi gli investimenti, rappresentavano il 9% del Pil. Dieci anni dopo pesavano il 16. Nello stesso periodo la spesa federale passò dall’1,6% al 6,4% del Pil.

Tale prodigalità ebbe effetti evidenti sul debito lordo, che quotava appena il 16% del Pil nel ’29, basandosi la politica di bilancio degli Stati uniti sulla logica del pareggio. Le varie spend-lend di Roosevelt, generatrici di enormi quantità di capitale fittizio, già nel ’36 lo avevano più che raddoppiato, portandolo al 40% del Pil, talché il governo si convinse che fosse opportuno moderare i propri appetiti, da un lato, e far provviste, dall’altro. Peraltro, già prima della crisi, quindi nella primavera del ’37, Roosevelt aveva annunciato in una delle sue frequenti esternazioni che “alcuni prezzi erano saliti troppo”.

Ma già da un anno aumentavano le preoccupazioni sullo stato di salute del bilancio federale. Per tale ragione, già nel giugno del ’36, fu varato il Revenue Act, che aumentò sostanzialmente le tasse, fino all’aliquota marginale del 75% per i redditi più alti, mentre quella media per i redditi oltre i 4.000 dollari in pratica raddoppiò dal 6,4 all’11,6%. Quindi furono aggiunte altre tasse per finanziare la neonata Social Security, e infine, fu istituita una tassa sui profitti aziendali non distribuiti.

Il combinato disposto fra la diminuizione della spesa del governo e l’aumento delle tasse fu evidentemente contrazionario, ma assai meno di quanto reputi certa pubblicistica. La spesa del governo, quale componente del Pil, si contrasse del 2% nell’ultimo quarto del ’36 rispetto al trimestre precedente, del 19,9% nel primo quarto del ’37 e di un ulteriore 2,4% nel secondo. Quindi riprese a essere positiva a partire dalla metà del ’37, quindi a crisi conclamata, fino a rimbalzare del 19,3% nel primo quarto del ’38.

Di fronte all’esplosione della crisi, infatti, lo stesso Roosevelt si produsse nell’ennesimo annuncio, il 18 aprile del ’38, col quale fece sapere agli attoniti americani che il governo avrebbe iniettato altri due miliardi di spesa pubblica nel circuito economico. Con la conseguenza che già nel secondo quarto del ’38 la spesa governativa crebbe del 6,9%, quindi del 4% nel terzo e poi del 3,8% nell’ultimo quarto.

Al contempo fu sospesa la politica di sterilizzazione degli afflussi dell’oro, che fino ad allora il Tesoro accumulava in un fondo inattivo, e furono rilassate sostanzialmente le riserve bancarie. In sostanza, l’amministrazione riprese a spingere sul pedale del credito – i tassi di sconto a New York furono ribassati fino a sotto l’1% – e sulla spesa pubblica per far ripartire la crescita.

Ed eccolo qua il binomio spesa pubblica e credito facile, oggi ordinario, rivelare la sua natura straordinaria perché incardinato nell’agire economico in tempi straordinari come erano gli anni ’30, e segnatamente nell’America di Roosevelt.

Eppure già allora, come d’altronde, oggi, più d’uno nutriva dubbi non già sulle ricette in sé, che dipende sempre da chi sia il cuoco, ma sul loro ruolo di panacea universale per assicurare sempre e comunque la ripresa dell’economia. E soprattutto sulla circostanza che il ripeterle acriticamente fosse da consigliarsi.

“Sembra che in taluni circoli si sia un poco affrettatamente giunti alla conclusione che la politica del credito a buon mercato, perché addimostratasi utile per sormontare la depressione degli anni dal 1930 al 1933, debba rimanere immutata nell’avvenire, come base della prosperità economica, e che, per conseguenza, non debba procedersi ad alcun rialzo del saggio ufficiale di sconto della banca centrale”. Queste parole la Bis le scrisse nel ’39, ma sembrano dei giorni nostri.

Così come quando sottolinea che “una politica di lavori pubblici può giovare a stimolare il commercio se è concepita non già come surrogato, ma come parte di un vasto tentativo inteso a ricostituire l’equilibrio del sistema economico, ed i singoli metodi per la sua applicazione dovrebbero ispirarsi a questa considerazione primordiale. In particolare occorre evitare che una politica di lavori pubblici troppo estensiva accresca lo squilibrio già esistente”. Infatti, “una politica espansiva di spese pubbliche generalmente comporta grandi costruzioni finanziate mediante emissioni pubbliche, e la domanda di mano d’opera che ne consegue può facilmente portare al rialzo dei salari. Poiché si è constatato che l’aumento spontaneo d’attività nell’industria edilizia rappresenta un elemento sicuro, per non dire indispensabile, della ripresa generale dell’economia, l’aumento dei costi delle costruzioni può riuscire assai dannoso, in quanto esso pregiudica i benefici effetti sull’economia dell’aumentata occupazione nell’industria edilizia”.

Con l’aggiunta del mattone, il binomio spesa pubblica e credito facile diventa la perfetta trinità del nostro tempo, che quindi ha avuto un preciso inizio e un’ancora più precisa ragione storica, prima di diventare consuetudine.

O potremmo concludere citando ancora la Bis, che sempre nel ’39 scrisse che “fare assegnamento unicamente sulle misure espansionistiche rappresenta una pericolosa linea di condotta ; né il denaro a buon mercato, né l’elargizione di potere d’acquisto a carico del bilancio statale o attraverso l’aumento dei salari hanno ricondotto una durevole prosperità in alcun paese, quando fattori interni od esterni si opponevano al ristabilimento di un vero equilibrio fra costi e prezzi”.

La crisi del ’37, seppure non famosa come quella del ’29, ha l’aggravante che non sappiamo come sarebbe andata a finire. Nel senso che a fine del ’38 l’America stava un po’ meglio, ma ignoriamo cosa sarebbe successo dopo se non fosse scoppiata la guerra. La produzione americana, infatti, e con essa l’occupazione, crebbero a ritmo forsennato solo grazie all’economia di guerra.

L’odierno rallentamento dell’economia, a partire da quella statunitense, somiglia pericolosamente a questa crisi dimenticata. E oggi, come ieri, si crede che la soluzione si possa trovare solo continuando a spremere liquidità dalle banche centrali e debito dai governi. Che poi sempre di soldi pubblici si parla.

A proposito, a conclusione di questo breve viaggio credo sia utile evidenziare come la crisi del ’37 sia stata raccontata dagli economisti, e all’uopo mi servo di uno studio ad essa dedicata di François R. Velde che risale al 2009.

Per farvela breve, gli amanti della spesa pubblica addebbitarono la recessione alla stretta fiscale del ’36, anche se i dati che abbiamo visto sembrano raccontarla diversamente. I monetaristi, Friedman in testa, dissero che era stata colpa della politica monetaria, anch’essa restrittiva. Con ciò connotandosi, le due scuole economiche, per la sostanziale identità di vedute circa la necessità di dirigere pubblicamente l’economia, o per il tramite del fisco o del credito.

Una terza spiegazione riguarda invece il livello dei prezzi, e in particolare dei salari e della produttività del lavoro. Dopo l’approvazione del Werner Act del ’35, che codificò istituzionalizzandolo il ruolo dei sindacati nelle contrattazioni dell’industria, e anche in conseguenza del massicio impiego di risorse pubbliche negli investimenti, i salari americani crebbero notevolmente, di circa il 15% solo da inizio del ’37 a inizio crisi (agosto). Ciò a fronte di un produttività declinante. Basti considerare che nel ’37 gli americani lavoravano 42 ore a settimana a fronte della 60 giapponesi, dove infatti l’indice della produzione industriale cresceva senza sosta, sfiorando ormai quota 200. La crescita fuoi misura dei salari americani, si ipotizza, avrebbe finito con lo squilibrare i prezzi provocando prima una loro anomala salita (vedi allarme di Roosevelt) e poi il crollo.

“Se si può trarre una lezione politica da questa crisi – scrisse Velde – è che ci sono molti pericoli a interferire con i meccanismi del mercato”.

Molto modestamente io ne ho tratto un’altra: la storia non è maestra di vita, a dispetto dei proverbi. Da più di quarant’anni l’economia globale inanella una serie di disastri concentrici utilizzando tecniche che affondano le loro radici in un’epoca disastrosa. Anzinché imparare dagli errori li replichiamo.

La cosa triste è che neanche ce ne accorgiamo.

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Stagione III

Indice del volume

205 articoli · dal primo all’ultimo

Copertina
  1. 1Redde Rationem: l’anno della resa dei conti12 Settembre 2014
  2. 2Il fallimento del riequilibrio globale15 Settembre 2014
  3. 3Si prepara la quaresima per il capitale fittizio16 Settembre 2014
  4. 4La pace impossibile fra debitori e creditori17 Settembre 2014
  5. 5Cura da dopoguerra per abbattere il debito18 Settembre 2014
  6. 6Prove generali di Troika sull’economia (politica) italiana19 Settembre 2014
  7. 7Usa al bivio: la ripresa inconcludente22 Settembre 2014
  8. 8Usa al bivio: Il crepuscolo della Social Security23 Settembre 2014
  9. 9Usa al bivio: la distruzione del debito pubblico24 Settembre 2014
  10. 10Usa al bivio: In Go(l)d we trust25 Settembre 2014
  11. 11Usa al bivio: La demonetizzazione del dollaro26 Settembre 2014
  12. 12Il suicidio sociale come conseguenza del welfare29 Settembre 2014
  13. 13Il Fondo monetario europeo? C’è già30 Settembre 2014
  14. 14L’insaziabile fame d’oro della Cina1 Ottobre 2014
  15. 15L’insostenibile peso del mattone2 Ottobre 2014
  16. 16L’autunno della finanza europea3 Ottobre 2014
  17. 17Il casinò globale alle porte di Pechino (e a est del Portogallo)6 Ottobre 2014
  18. 18Mattone di Damocle sopra la Cina7 Ottobre 2014
  19. 19Il virus Sovrano annidato nel sistema monetario8 Ottobre 2014
  20. 20Stallo alla messicana9 Ottobre 2014
  21. 21La lowflation fa esplodere il debito europeo10 Ottobre 2014
  22. 22Verso la legge di stabilità: i tormenti del 201513 Ottobre 2014
  23. 23Verso la legge di stabilità: scatta l’eurotagliola14 Ottobre 2014
  24. 24Verso la legge di stabilità: la legge d’instabilità15 Ottobre 2014
  25. 25L’Italia portoghese16 Ottobre 2014
  26. 26L’instabilità che cresce all’ombra delle banche17 Ottobre 2014
  27. 27La banca centrale di MagicWorld20 Ottobre 2014
  28. 28Caccia a ottobre (in) rosso per le banche europee21 Ottobre 2014
  29. 29Il Fmi cala il jolly degli investimenti pubblici22 Ottobre 2014
  30. 30Le banche centrali fanno aumentare la disuguaglianza23 Ottobre 2014
  31. 31L’Italia che cambia verso è quella creditrice (e punta sull’estero)24 Ottobre 2014
  32. 32Il trionfo dei super ricchi27 Ottobre 2014
  33. 33A volte ritornano: la crisi del ’3728 Ottobre 2014
  34. 34Il terzo passo dell’eurozona: l’unione del mercato dei capitali29 Ottobre 2014
  35. 35La scommessa del Giappone diventa pericolosa30 Ottobre 2014
  36. 36Le nozze d’argento fra ex comunisti e capitalisti31 Ottobre 2014
  37. 37Il ruggito del sukuk3 Novembre 2014
  38. 38Dopo gli stress test sul ponte sventola bandiera b(i)anca4 Novembre 2014
  39. 39La scomparsa della domanda italiana di credito5 Novembre 2014
  40. 40Estasi e agonia nell’economia inglese6 Novembre 2014
  41. 41L’invenzione dell’inflazione7 Novembre 2014
  42. 42L’Europa ancora intrappolata nel debito privato10 Novembre 2014
  43. 43Il conto salato della lowflation italiana11 Novembre 2014
  44. 44Il vaso di coccio dell’economia globale12 Novembre 2014
  45. 45Il ritorno dei mutui subprime. In Olanda13 Novembre 2014
  46. 46La guerra fra poveri dei lavoratori spagnoli14 Novembre 2014
  47. 47Ultimo atto (con sorpresa) della tragedia scritta dalla Fed17 Novembre 2014
  48. 48Ma quante sono le famiglie italiane vulnerabili?18 Novembre 2014
  49. 49Le banche prestano sempre più soldi alla Cina19 Novembre 2014
  50. 50Il mattone spinge la Danimarca nell’Unione bancaria20 Novembre 2014
  51. 51Il suicidio (immobiliare) dei creditori21 Novembre 2014
  52. 52Due anni dopo. Thewalkingdebt.org23 Novembre 2014
  53. 53I dolori del giovane Draghi24 Novembre 2014
  54. 54Il mattone sopravvalutato delle banche italiane25 Novembre 2014
  55. 55I tormenti sotterranei dell’Islanda26 Novembre 2014
  56. 56La guerra dei cent’anni del debito americano27 Novembre 2014
  57. 57L’esito giapponese del miracolo cinese28 Novembre 2014
  58. 58Lo strano caso del dottor Draghi e mister Weidmann1 Dicembre 2014
  59. 59L’ultima della finanza: il mercato del rischio, ovvero i CRT2 Dicembre 2014
  60. 60Lo spettro del ’29 sulla Borsa americana3 Dicembre 2014
  61. 61La prossima crisi dell’eurozona4 Dicembre 2014
  62. 62La lenta eutanasia del risparmiatore5 Dicembre 2014
  63. 63La Buba non salva nemmeno la Germania9 Dicembre 2014
  64. 64Le conseguenze economiche del debito10 Dicembre 2014
  65. 65Il peccato monetario del XXI secolo11 Dicembre 2014
  66. 66I cinque dilemmi delle banche centrali12 Dicembre 2014
  67. 67L’enigma del petrolio15 Dicembre 2014
  68. 68La fragile ripresa del dollaro16 Dicembre 2014
  69. 69Le banche “emergenti” destabilizzano l’eurozona17 Dicembre 2014
  70. 70La fusione fredda delle borse cinesi dà una spinta allo Yuan18 Dicembre 2014
  71. 71L’anno oscuro delle famiglie europee19 Dicembre 2014
  72. 72La crisi costa 700 miliardi alle famiglie italiane22 Dicembre 2014
  73. 73Il crepuscolo del 201423 Dicembre 2014
  74. 74Il blog va in vacanza. Ci rivediamo il 15 gennaio24 Dicembre 2014
  75. 75L’ottimismo della volontà: il mistero del target d’inflazione al 2%15 Gennaio 2015
  76. 76L’ottimismo della volontà: l’unione politica di Supermario16 Gennaio 2015
  77. 77L’ottimismo della volontà: la teologia pastorale della Fed19 Gennaio 2015
  78. 78L’ottimismo della volontà: la puntualità degli svizzeri20 Gennaio 2015
  79. 79La doppia crisi italiana che prepara la terza21 Gennaio 2015
  80. 80Esercizi di retorica sull’Istat: l’aumento del reddito degli italiani22 Gennaio 2015
  81. 81Il girotondo del commercio estero italiano23 Gennaio 2015
  82. 82Quel sapore anni ’50 nel QE di Supermario26 Gennaio 2015
  83. 83Alle radici del QE: quando la Grecia era la Germania27 Gennaio 2015
  84. 84Il futuro dell’Ue si decide (anche) a Basilea28 Gennaio 2015
  85. 85L’eurotartaruga avanza decisa verso l’unione finanziaria29 Gennaio 2015
  86. 86L’ipocrita tenzone fra Europa e Grecia30 Gennaio 2015
  87. 87La “pre-crisi” della Germania2 Febbraio 2015
  88. 88La bolla dell’euro3 Febbraio 2015
  89. 89Quei nove trilioni di dollari che spaventano il mondo4 Febbraio 2015
  90. 90Divagazioni statistiche: il mito dell’economia reale5 Febbraio 2015
  91. 91Scacco al Re greco con la mossa del cavallo Bce6 Febbraio 2015
  92. 92Divagazioni statistiche: il trionfo dell’economia immaginaria9 Febbraio 2015
  93. 93Il macigno del debito che affossa il petrolio10 Febbraio 2015
  94. 94La cornucopia della Fed arrichisce il Tesoro Usa11 Febbraio 2015
  95. 95Il mattone tedesco terremotato dal QE di Supermario12 Febbraio 2015
  96. 96C’è un solo vincitore nel gioco del petrolio13 Febbraio 2015
  97. 97Il petrolio (verde) fa dimagrire i tacos16 Febbraio 2015
  98. 98L’Italia a crescita zero17 Febbraio 2015
  99. 99Gli anziani gonfiano il mercato del lavoro europeo18 Febbraio 2015
  100. 100L’eurocaduta sostanziale del saggio di profitto19 Febbraio 2015
  101. 101Casa, piano piano torna il Piano20 Febbraio 2015
  102. 102La sovranità monetaria spiegata dagli svizzeri23 Febbraio 2015
  103. 103Gli effetti deflazionari della terza età24 Febbraio 2015
  104. 104Parte l’Unione del mercato dei capitali25 Febbraio 2015
  105. 105L’irresistibile (de)crescita della Cina26 Febbraio 2015
  106. 106La creativa distruzione dei boom creditizi27 Febbraio 2015
  107. 107Gli studenti fanno decollare il debito privato americano2 Marzo 2015
  108. 108La vita spericolata del banchiere internazionale3 Marzo 2015
  109. 109Memorie d’Albione: L’inutile svalutazione della sterlina4 Marzo 2015
  110. 110Memorie d’Albione: Il puzzle della produttività5 Marzo 2015
  111. 111Memorie d’Albione: La dieta pane e mattone degli inglesi6 Marzo 2015
  112. 112Memorie d’Albione: il tradimento delle banche9 Marzo 2015
  113. 113Mister Dudley nel Paese delle meraviglie10 Marzo 2015
  114. 114I dinosauri del mercato: le banche d’investimento11 Marzo 2015
  115. 115Il QE europeo, ovvero il trionfo dell’egemonia monetaria12 Marzo 2015
  116. 116Il lato oscuro del QE: la tosatura del piccolo risparmiatore13 Marzo 2015
  117. 117Le banche italiane si rifugiano nell’Ombra16 Marzo 2015
  118. 118Il commercio europeo dopo la crisi17 Marzo 2015
  119. 119Gli inglesi sedotti dall’Unione europea dei capitali18 Marzo 2015
  120. 120L’eco del Redde rationem che arriva da Basilea19 Marzo 2015
  121. 121Ventimila leghe sotto i mari: Il paradosso della liquidità20 Marzo 2015
  122. 122Ventimila leghe sotto i mari: la metamorfosi dei mercati23 Marzo 2015
  123. 123Ventimila leghe sotto i mari: nel cuore dell’Idra finanziaria24 Marzo 2015
  124. 124I mercati iniziano a rimanere a secco25 Marzo 2015
  125. 125Il crollo del risparmio europeo26 Marzo 2015
  126. 126La regola non scritta della (in)disciplina europea27 Marzo 2015
  127. 127La debolezza strutturale degli investimenti30 Marzo 2015
  128. 128Gli esiti mutevoli della deflazione: la spinta alla crescita31 Marzo 2015
  129. 129Gli esiti mutevoli della deflazione: la colpa del mattone1 Aprile 2015
  130. 130Gli esiti mutevoli della deflazione: il peso del debito2 Aprile 2015
  131. 131Il signoraggio implicito degli americani8 Aprile 2015
  132. 132La Fed scalda i motori per l’exit strategy, pronta a spegnerli9 Aprile 2015
  133. 133La lezione di Supermario al Parlamento italiano10 Aprile 2015
  134. 134L’irresistibile avanzata dell’asset management13 Aprile 2015
  135. 135I bilanci delle banche centrali arrivano a 22 trilioni14 Aprile 2015
  136. 136Riparte la lotteria delle pensioni15 Aprile 2015
  137. 137La lotteria delle pensioni: i semi velenosi degli anni ’5016 Aprile 2015
  138. 138La lotteria delle pensioni: il boom infinito dei ’6017 Aprile 2015
  139. 139La tremarella globale e la coperta corta della crescita20 Aprile 2015
  140. 140Il lato oscuro del petrolio low cost21 Aprile 2015
  141. 141Il QE non frena la galoppata del debito privato22 Aprile 2015
  142. 142L’origine estera della crescita italiana23 Aprile 2015
  143. 143Il DEF non è roba da Signorini24 Aprile 2015
  144. 144Gli Usa e noi: il futuro non è cambiato27 Aprile 2015
  145. 145Comprare casa con i prezzi del 2005 e i redditi del ’9128 Aprile 2015
  146. 146I venti gelidi che spirano da Mosca29 Aprile 2015
  147. 147Le Assicurazioni europee non rassicurano30 Aprile 2015
  148. 148La disinflazione petrolifera fra esplodere i debiti cinesi4 Maggio 2015
  149. 149Delusioni da QE: la svalutazione giapponese non spinge export né Pil5 Maggio 2015
  150. 150Delusioni da QE: l’inconcludenza anglo-americana6 Maggio 2015
  151. 151Delusioni da QE: gli Usa nella trappola del dollaro7 Maggio 2015
  152. 152Delusioni da QE: lo zero virgola italiano8 Maggio 2015
  153. 153Pensioni, la Corte costituzionale presenta il conto degli anni ’6011 Maggio 2015
  154. 154La Consulta e la (im)previdenza non riformabile12 Maggio 2015
  155. 155Bad bank, good fellas13 Maggio 2015
  156. 156Il lungo letargo del commercio globale14 Maggio 2015
  157. 157I sette anni che hanno cambiato il mondo15 Maggio 2015
  158. 158Se la disoccupazione diventa “volontaria”18 Maggio 2015
  159. 159La Bce spinge i ricavi delle banche italiane19 Maggio 2015
  160. 160La calda primavera dell’import italiano20 Maggio 2015
  161. 161Il QE, la Bce e la tosatura light del risparmiatore21 Maggio 2015
  162. 162L’economia ai tempi dello “Zero lower bound”22 Maggio 2015
  163. 163Ecco quanto ci costerebbe un crack bancario stile 200825 Maggio 2015
  164. 164La metamorfosi del lavoro che fa aumentare la disuguaglianza26 Maggio 2015
  165. 165L’economia ai tempi dello “Zero lower bound”: la rivincita di Gesell27 Maggio 2015
  166. 166L’economia segreta dei fondi pensione28 Maggio 2015
  167. 167Il fascino discreto dell’investimento estero italiano29 Maggio 2015
  168. 168Il default greco come palingenesi dell’eurozona3 Giugno 2015
  169. 169Le svalutazioni competitive del secolo XXI4 Giugno 2015
  170. 170La sfiducia più del credit crunch fa crollare gli investimenti italiani5 Giugno 2015
  171. 171L’Italia è poco competitiva? Dipende…8 Giugno 2015
  172. 172Il Rischiatutto del signor Rossi9 Giugno 2015
  173. 173La prudenza del Fmi e l’exit comedy della Fed10 Giugno 2015
  174. 174L’exit comedy della Fed: i rischi Emergenti dell’eurozona11 Giugno 2015
  175. 175L’economia ai tempi dello Zero Lower Bound: il congelamento dei debiti12 Giugno 2015
  176. 176Il mini euro rilancia l’export tedesco extra Ue15 Giugno 2015
  177. 177Dollaro e mattone affossano i paesi emergenti16 Giugno 2015
  178. 178La bolla del debito privato atterra sulla Cina17 Giugno 2015
  179. 179C’è più di una Grecia nell’eurozona18 Giugno 2015
  180. 180Gli altri greci dell’eurozona: dai Pigs ai Pigsc19 Giugno 2015
  181. 181L’India diventa ultima grande speranza dell’Occidente22 Giugno 2015
  182. 182Urban legend: il calo dei dipendenti pubblici in UK23 Giugno 2015
  183. 183Anno 2060: la rivincita dei Pigs (forse)24 Giugno 2015
  184. 184Ecco chi pagherà il conto della riforma del Catasto25 Giugno 2015
  185. 185L’OMT che non funziona: quello dell’Ue26 Giugno 2015
  186. 186La retromarcia globale della competitività30 Giugno 2015
  187. 187Il tempo (economico) perduto dei saggi di Basilea1 Luglio 2015
  188. 188Il fiato corto dell’economia internazionale affretta la resa dei conti2 Luglio 2015
  189. 189I boom finanziari fanno crollare la produttività (e quindi i salari)3 Luglio 2015
  190. 190Il secolo breve dei greci (e dell’Europa)6 Luglio 2015
  191. 191La pagliuzza greca e la trave del sistema monetario7 Luglio 2015
  192. 192Il racconto straordinario sull’Italia scritto dal Fmi8 Luglio 2015
  193. 193Ultime dal Fmi: ora il problema dell’Italia è il debito privato, non quello pubblico9 Luglio 2015
  194. 194Il nuovo film dell’estate: la Fed, la Cina e la Grecia10 Luglio 2015
  195. 195Il paradosso del superdollaro: arricchisce i governi, ma fa male alle economie13 Luglio 2015
  196. 196L’economia ai tempi dello Zero lower bound: la versione di Weidmann14 Luglio 2015
  197. 197I rischi crescenti dell’asset management15 Luglio 2015
  198. 198Bomba da dieci trilioni nel sistema finanziario (e fiscale) Usa16 Luglio 2015
  199. 199L’exit comedy della Fed: i vorrei ma non posso della Yellen17 Luglio 2015
  200. 200Gli altri greci dell’eurozona: il ruggito afono della tigre celtica20 Luglio 2015
  201. 201Gli altri greci dell’eurozona: la povertà fuori moda del Portogallo21 Luglio 2015
  202. 202Gli altri greci dell’eurozona: Cipro ci prova ancora22 Luglio 2015
  203. 203Gli altri greci dell’eurozona: Torero camomillo trasloca in Spagna23 Luglio 2015
  204. 204Il redde rationem sfocia in un bad equilibrium24 Luglio 2015
  205. 205Scarica Redde Rationem, il freebook con tutti i post della terza stagione27 Luglio 2015
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