A volte ritornano: la crisi del ’37


Stanco dell’attualità, così uguale a se stessa e per nulla edificante, mi trovo a frugare in archivi dimenticati a caccia di storie che mi aiutino a comprendere il presente, convinto come sono che laggiù, nel passato, affondino le radici della nostra attualità. Ciò che oggi è abitudinario, ieri è stato straordinario.

In una delle mie scorrerie, che da qualche mese gravitano intorno agli anni ’30 del secolo scorso, m’imbatto in una di quelle crisi dimenticate che sembrano prese di peso dalle nostre cronache: la terribile recessione dell’estate del ’37.

La crisi, come ormai accade da quasi un secolo, colpì in pieno gli Stati Uniti, che furono insieme l’epicentro e l’origine, e seguì a un periodo di relativa ripresa che aveva fatto sperare tutto il mondo che la devastazione seguita al ’29, e in particolare alla crisi finanziaria del 1931, con il portato di deflazione, disoccupazione e crisi valutarie che ne era conseguito, fosse ormai alle spalle. “L’improvviso arresto verificatosi negli Stati Uniti durante il secondo semestre del ’37 sorprese completamente il mondo”, scrisse la Bis nel ‘38.

Per darvi uni’idea della gravità della recessione che colpì gli Usa nell’estate del ’37, bastano solo alcuni dati. La produzione mondiale perse oltre il 33%. In valori assoluti, passò dai 12 milioni mensili di tonnellate di produzione della primavera del ’37, che aveva sovrastato del 20% il record delle dieci milioni di tonnellate del ’29, a poco più di otto milioni sul finire dell’anno. Il grosso del crollo di tale produzione fu registrato proprio negli Stati Uniti.

L’indice della Fed sulla produzione industriale americana passò da 117 in agosto a 84 a dicembre. Un crollo persino maggiore del ’29, quando l’indice passò da 121 a 103, e concentrato esclusivamente negli Usa. In tutto il resto del mondo, infatti, a parte la Francia, la produzione aveva continuato a salire per l’intero periodo. Ma bastò che il gigante americano, con il sul 40% di consumo globale di materie prime, starnutisse, pure violentemente, perché l’economia globale tornasse gravemente malata.

I prezzi ne risentirono parecchio. Gli indici dei prezzi delle materie prime crollarono anche di più. Negli Usa passarono dal picco di 200, fatto 100 il livello del 1931, a 130, ovvero al livello del ’33. A livello globale i prezzi delle derrate alimentari e delle materie prime industriali, alla fine del ’37, tornarono al livello della fine del 1930, anno terribile dei prezzi internazionali, da dove con estrema fatica e molte esitazioni erano ripartiti dal ’35 in poi. Quelli all’ingrosso, che pure avevano raggiunto la base 100 del ’29, avevano superato 90 nella prima metà del ’37. Un anno dopo puntavano decisi verso 80.

Gli indici di borsa di New York, che sul finire del ’36 avevano finalmente recuperato il livello del 1927, pari a 100, si erano impennati fino a 125 nel corso del ’37, per poi crollare alla fine dell’anno sotto il livello del ’35, a quota 75, con un picco di ribasso a 60 raggiunto alle metà del ’38.

Un burrasca di siffatte proporzioni sconvolse la ventata di ottimismo che si era diffusa negli Stati Uniti grazie alle politiche monetarie e fiscali volute dall’amministrazione Roosevelt che però, a quanto pare contenevano i semi della recessione futura.

L’amministrazione, infatti, aveva reagito al disastro del ’31, e a quello ancora maggiore dei primi mesi del ’33, quando le banche furono prese d’assalto dai risparmiatori impauriti, con una serie di atti straordinari, fra i quali l’uscita dal gold standard e la requisizione dell’oro ai cittadini, che condusse più tardi a una sostanziosa svalutazione del dollaro, proprio nel tentativo di far risalire i prezzi, a cominciare da quelli agricoli, che erano collassati.

Ciò aveva provocato un notevole afflusso d’oro negli Usa dal resto del mondo. Nell’arco di pochi anni le riserve erano arrivate a un livello senza precedenti. Talmente esagerate che a un certo punto la Fed, per evitare un’espansione incontrollata del credito bancario, dovette aumentare i requisiti di riserva.

Al contempo, sul versante fiscale, era cominciata un’ampia politica di spesa pubblica volute dall’amministrazione per uscire dalle secche della depressione.

Gli storici hanno calcolato che nel ’29 i consumi del governo, compresi gli investimenti, rappresentavano il 9% del Pil. Dieci anni dopo pesavano il 16. Nello stesso periodo la spesa federale passò dall’1,6% al 6,4% del Pil.

Tale prodigalità ebbe effetti evidenti sul debito lordo, che quotava appena il 16% del Pil nel ’29, basandosi la politica di bilancio degli Stati uniti sulla logica del pareggio. Le varie spend-lend di Roosevelt, generatrici di enormi quantità di capitale fittizio, già nel ’36 lo avevano più che raddoppiato, portandolo al 40% del Pil, talché il governo si convinse che fosse opportuno moderare i propri appetiti, da un lato, e far provviste, dall’altro. Peraltro, già prima della crisi, quindi nella primavera del ’37, Roosevelt aveva annunciato in una delle sue frequenti esternazioni che “alcuni prezzi erano saliti troppo”.

Ma già da un anno aumentavano le preoccupazioni sullo stato di salute del bilancio federale. Per tale ragione, già nel giugno del ’36, fu varato il Revenue Act, che aumentò sostanzialmente le tasse, fino all’aliquota marginale del 75% per i redditi più alti, mentre quella media per i redditi oltre i 4.000 dollari in pratica raddoppiò dal 6,4 all’11,6%. Quindi furono aggiunte altre tasse per finanziare la neonata Social Security, e infine, fu istituita una tassa sui profitti aziendali non distribuiti.

Il combinato disposto fra la diminuizione della spesa del governo e l’aumento delle tasse fu evidentemente contrazionario, ma assai meno di quanto reputi certa pubblicistica. La spesa del governo, quale componente del Pil, si contrasse del 2% nell’ultimo quarto del ’36 rispetto al trimestre precedente, del 19,9% nel primo quarto del ’37 e di un ulteriore 2,4% nel secondo. Quindi riprese a essere positiva a partire dalla metà del ’37, quindi a crisi conclamata, fino a rimbalzare del 19,3% nel primo quarto del ’38.

Di fronte all’esplosione della crisi, infatti, lo stesso Roosevelt si produsse nell’ennesimo annuncio, il 18 aprile del ’38, col quale fece sapere agli attoniti americani che il governo avrebbe iniettato altri due miliardi di spesa pubblica nel circuito economico. Con la conseguenza che già nel secondo quarto del ’38 la spesa governativa crebbe del 6,9%, quindi del 4% nel terzo e poi del 3,8% nell’ultimo quarto.

Al contempo fu sospesa la politica di sterilizzazione degli afflussi dell’oro, che fino ad allora il Tesoro accumulava in un fondo inattivo, e furono rilassate sostanzialmente le riserve bancarie. In sostanza, l’amministrazione riprese a spingere sul pedale del credito – i tassi di sconto a New York furono ribassati fino a sotto l’1% – e sulla spesa pubblica per far ripartire la crescita.

Ed eccolo qua il binomio spesa pubblica e credito facile, oggi ordinario, rivelare la sua natura straordinaria perché incardinato nell’agire economico in tempi straordinari come erano gli anni ’30, e segnatamente nell’America di Roosevelt.

Eppure già allora, come d’altronde, oggi, più d’uno nutriva dubbi non già sulle ricette in sé, che dipende sempre da chi sia il cuoco, ma sul loro ruolo di panacea universale per assicurare sempre e comunque la ripresa dell’economia. E soprattutto sulla circostanza che il ripeterle acriticamente fosse da consigliarsi.

“Sembra che in taluni circoli si sia un poco affrettatamente giunti alla conclusione che la politica del credito a buon mercato, perché addimostratasi utile per sormontare la depressione degli anni dal 1930 al 1933, debba rimanere immutata nell’avvenire, come base della prosperità economica, e che, per conseguenza, non debba procedersi ad alcun rialzo del saggio ufficiale di sconto della banca centrale”. Queste parole la Bis le scrisse nel ’39, ma sembrano dei giorni nostri.

Così come quando sottolinea che “una politica di lavori pubblici può giovare a stimolare il commercio se è concepita non già come surrogato, ma come parte di un vasto tentativo inteso a ricostituire l’equilibrio del sistema economico, ed i singoli metodi per la sua applicazione dovrebbero ispirarsi a questa considerazione primordiale. In particolare occorre evitare che una politica di lavori pubblici troppo estensiva accresca lo squilibrio già esistente”. Infatti, “una politica espansiva di spese pubbliche generalmente comporta grandi costruzioni finanziate mediante emissioni pubbliche, e la domanda di mano d’opera che ne consegue può facilmente portare al rialzo dei salari. Poiché si è constatato che l’aumento spontaneo d’attività nell’industria edilizia rappresenta un elemento sicuro, per non dire indispensabile, della ripresa generale dell’economia, l’aumento dei costi delle costruzioni può riuscire assai dannoso, in quanto esso pregiudica i benefici effetti sull’economia dell’aumentata occupazione nell’industria edilizia”.

Con l’aggiunta del mattone, il binomio spesa pubblica e credito facile diventa la perfetta trinità del nostro tempo, che quindi ha avuto un preciso inizio e un’ancora più precisa ragione storica, prima di diventare consuetudine.

O potremmo concludere citando ancora la Bis, che sempre nel ’39 scrisse che “fare assegnamento unicamente sulle misure espansionistiche rappresenta una pericolosa linea di condotta ; né il denaro a buon mercato, né l’elargizione di potere d’acquisto a carico del bilancio statale o attraverso l’aumento dei salari hanno ricondotto una durevole prosperità in alcun paese, quando fattori interni od esterni si opponevano al ristabilimento di un vero equilibrio fra costi e prezzi”.

La crisi del ’37, seppure non famosa come quella del ’29, ha l’aggravante che non sappiamo come sarebbe andata a finire. Nel senso che a fine del ’38 l’America stava un po’ meglio, ma ignoriamo cosa sarebbe successo dopo se non fosse scoppiata la guerra. La produzione americana, infatti, e con essa l’occupazione, crebbero a ritmo forsennato solo grazie all’economia di guerra.

L’odierno rallentamento dell’economia, a partire da quella statunitense, somiglia pericolosamente a questa crisi dimenticata. E oggi, come ieri, si crede che la soluzione si possa trovare solo continuando a spremere liquidità dalle banche centrali e debito dai governi. Che poi sempre di soldi pubblici si parla.

A proposito, a conclusione di questo breve viaggio credo sia utile evidenziare come la crisi del ’37 sia stata raccontata dagli economisti, e all’uopo mi servo di uno studio ad essa dedicata di François R. Velde che risale al 2009.

Per farvela breve, gli amanti della spesa pubblica addebbitarono la recessione alla stretta fiscale del ’36, anche se i dati che abbiamo visto sembrano raccontarla diversamente. I monetaristi, Friedman in testa, dissero che era stata colpa della politica monetaria, anch’essa restrittiva. Con ciò connotandosi, le due scuole economiche, per la sostanziale identità di vedute circa la necessità di dirigere pubblicamente l’economia, o per il tramite del fisco o del credito.

Una terza spiegazione riguarda invece il livello dei prezzi, e in particolare dei salari e della produttività del lavoro. Dopo l’approvazione del Werner Act del ’35, che codificò istituzionalizzandolo il ruolo dei sindacati nelle contrattazioni dell’industria, e anche in conseguenza del massicio impiego di risorse pubbliche negli investimenti, i salari americani crebbero notevolmente, di circa il 15% solo da inizio del ’37 a inizio crisi (agosto). Ciò a fronte di un produttività declinante. Basti considerare che nel ’37 gli americani lavoravano 42 ore a settimana a fronte della 60 giapponesi, dove infatti l’indice della produzione industriale cresceva senza sosta, sfiorando ormai quota 200. La crescita fuoi misura dei salari americani, si ipotizza, avrebbe finito con lo squilibrare i prezzi provocando prima una loro anomala salita (vedi allarme di Roosevelt) e poi il crollo.

“Se si può trarre una lezione politica da questa crisi – scrisse Velde – è che ci sono molti pericoli a interferire con i meccanismi del mercato”.

Molto modestamente io ne ho tratto un’altra: la storia non è maestra di vita, a dispetto dei proverbi. Da più di quarant’anni l’economia globale inanella una serie di disastri concentrici utilizzando tecniche che affondano le loro radici in un’epoca disastrosa. Anzinché imparare dagli errori li replichiamo.

La cosa triste è che neanche ce ne accorgiamo.

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