
Proseguendo un trend ormai ventennale, le famiglie italiane si confermano in cima alla classifica europea per la quantità di ricchezza finanziaria lorda in rapporto al reddito disponibile, e neanche di poco, come si può osservare dal grafico sopra.
Questa evidenza statistica, che perciò sconta tutti i limiti della rappresentazioni medie e mediane, dovremmo però osservarla ricordando un piccolo dettaglio che tende ad essere trascurato. Ossia il fatto che stiamo parlando di un rapporto.
Un breve esempio servirà a chiarire. Se ho una ricchezza finanziaria di 10 euro, e il mio reddito disponibile è di un euro l’anno, il mio rapporto sarà, appunto 10. Sembrerò ricchissimo. Se il mio reddito fosse di 2 euro l’anno, il rapporto sarebbe 5, ossia la metà di prima. Questa semplice aritmetica fa sorgere una domanda complicata: non è che per caso in Italia l’indice è il più alto d’Europa perché abbiamo redditi mediamente bassi? Da cui ne scaturisce subito un’altra: non è che il numeratore di questo rapporto è elevato proprio perché il denominatore è contenuto?
La risposta, ovviamente, non può essere contenuta nelle poche righe di un post, però è giusto ricordare che questi dati dovrebbero essere completati da un rapido esame alla situazione demografica del nostro paese, che registra una quota significativa e crescente di anziani, ossia di coloro che tendono ad aumentare la quota di risparmio, avendo alle spalle una vita di risparmi.
Detto diversamente, nessuna osservazione sulla ricchezza dovrebbe trascurare l’anagrafe. E tantomeno quando guardiamo a quella delle famiglie italiane che hanno quasi un terzo della loro ricchezza finanziaria custodita nei loro conti correnti e una quota di ricchezza in contanti (biglietti e monete) di poco inferiore a quella obbligazionaria.
Gli amanti delle singolarità statistiche potranno osservare con divertito stupore il picco dei depositi sopra i 500 mila euro osservato nel bel mezzo della pandemia, culmine di un trend iniziato addirittura nel 2016 (grafico sopra a sinistra).

Questa passione per la tesaurizzazione, che fa tanto piccolo mondo antico, ci racconta un altro aspetto delle famiglie italiane che fa il paio con la loro età media avanzata: il loro livello di istruzione. Com’è noto non brilliamo per titoli di studio, e la nostra alfabetizzazione finanziaria è, se possibile, ancora più modesta.
Da questo punto di vista, la tabella sopra evidenzia una chiara separazione fra il popolo dei conti correnti e dei salvadanai cash, e quello delle azioni, che “muove” circa 1.300 miliardi di ricchezza, seconda class di asset per importi dopo i conti correnti, seguita a stretto giro da tfr e fondi pensione.
Se a questo aggiungiamo una quota di debiti contenuta in un migliaio di miliardi, ecco spiegato il miracolo della ricchezza italiana netta, che a fine 2022 valeva oltre 4.100 miliardi.
Poi certo dovremmo domandarci come abbia fatto una popolazione senescente, poco alfabetizzata e che si distingue per una crescita economica stagnante da oltre un ventennio a cumulare tutti questi soldi. Ma questa è un’altra storia. E non è detto sia edificante.
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