SapienZ/1. Übermensch o Superman?

SapienZ, capitolo 1: Übermensch o Superman? Nietzsche e il superuomo

Letterature · SapienZ · un libro a puntate

Parte I – Storica · Introduzione

Da Nietzsche alla neuroscienza

Ich lehre euch den Übermenschen.
Der Mensch ist ein Seil, geknüpft zwischen Thier und Übermensch, — ein Seil über einem Abgrunde.
Was gross ist am Menschen, das ist, dass er eine Brücke und kein Zweck ist.
(Friedrich Nietzsche, Also sprach Zarathustra)

Questa è la storia di un lungo fraintendimento. Comincia con quella di un filosofo solitario, divenuto suo malgrado profeta dell’uomo dell’avvenire, e finisce con la nascita dell’omuncolo digitale.

In questo viaggio si sono mobilitati numerosi ingegni e sono fiorite discipline nuove, dalla psicologia alla cibernetica, fino all’informatica e alle neuroscienze. Nomi nuovi per una pulsione antica: la conoscenza. Che significa anche controllo. Scientia potentia est, scriverà Hobbes.

L’idea dell’Übermensch generò un terribile scandalo nella società crepuscolare di fine XIX secolo. Fu portata a spasso fra le macerie di una civiltà divorata dall’istinto di morte, senza che i portatori di queste emozioni si sforzassero di capirla troppo. In fondo importava poco. Era un buon vessillo da esibire in platea. Una moda blasé.

L’idea dell’Übermensch è scandalosa anche oggi e altrettanto fraintesa. Invece del singolare umanesimo a cui Nietzsche ambiva, travisato dalla maschera di Zarathustra, è arrivato Superman.

Disegno a matita di un filosofo con grandi baffi in posa del pensatore che immagina il superuomo come un funambolo su una corda tesa, mentre a destra vola un supereroe a colori da fumetto

Capitolo 1

Übermensch o Superman?

“Dopo che Nietzsche ebbe pronunciato la parola magica, in Germania improvvisamente tutto fu Superuomo. Si facevano debiti, si seducevano ragazze, tutto ciò per la gloria di Zarathustra”.
(Leo Berg, Il Superuomo nella letteratura moderna)

La vicenda umana di Nietzsche somiglia tragicamente a quella di Zarathustra, protagonista della sua opera più conosciuta. Prima incompreso e deriso. Poi incompreso e venerato. Una duplice catastrofe.

Il libro uscì nel 1883, quando ancora Nietzsche non era il culto che diverrà fra i suoi contemporanei una volta smarrita la ragione. Solo allora i suoi libri iniziarono a circolare in tutta Europa. Così, nelle prime frettolose traduzioni, Übermensch divenne il Superuomo in italiano, il Beyond-Man e l’Overhuman in inglese, il Surhumain in francese, il Superhombre in spagnolo. Ne derivò un’ubriacatura culturale con pochi precedenti, che fermentava all’interno di un’epoca tesa forsennatamente verso il disastro, che puntualmente arrivò.

I postumi della sbronza arrivano ai nostri giorni, ormai popolati di superumani in ogni dove. Una tendenza che parte da lontano. C’è un catalogo popolatissimo di superuomini nella nostra storia culturale che dai romanzi sono transitati rapidamente ai fumetti. Il Superman statunitense è stato concepito negli anni Trenta del Novecento. L’infinito universo della Marvel poco dopo. Dagli eroi mitici degli antichi ai supereroi contemporanei è questione di grado, non di genere.

E tuttavia, fra le righe, emergono altre possibili interpretazioni del discorso di Nietzsche. Zarathustra dice che l’uomo è una “corda tesa” fra la scimmia e l’Übermensch e più avanti esplicita il concetto: “Ciò che è grande dell’uomo è che è un ponte, non un fine”. Un ponte, ossia un mezzo. Uno strumento necessario per oltrepassare. L’Übermensch, quindi, non è un supereroe: è un cammino che procede attraverso l’uomo e conduce all’accettazione della vita, e quindi della morte, con passo di danza. Con letizia e agilità.

Questo dice Zarathustra alla folla, che ovviamente ride.

Nessuno, d’altronde, può comprendere se non ciò che già intimamente conosce. Molto più semplice capire l’idea di “uomo superiore” che quella di un uomo che impara a superare.

Non c’è da stupirsi. Siamo sedotti da sempre dal desiderio di essere più di quello che siamo. Forse perché quello che siamo non ci piace o non lo conosciamo abbastanza.

Questo è un punto centrale. Nietzsche voleva liberarci dalla metafisica – “restate fedeli alla terra” – perché la riteneva un ostacolo alla nostra libertà. La sua filosofia era un tentativo di dissipare le tenebre dell’ignoranza che impedivano all’uomo di raggiungere il suo autentico potenziale. Un pensiero illuminista. Umano, troppo umano, il libro che segnò l’inizio del periodo positivista di Nietzsche, non a caso, era dedicato a Voltaire.

Purtroppo il filosofo tedesco ha sottovalutato il potere della suggestione. Proclamando la morte di Dio e l’avvento dell’Übermensch ha scambiato un mito religioso con un mito filosofico che ha finito col diventare popolare.

Così, alla fine, è arrivato Superman. Invece di un uomo, un fumetto.

Sovrumano e Superuomo

Usiamo da sempre parole come “sovrumano” o “soprannaturale”, ma solo la parola “superuomo” ha meritato una bibliografia. C’è una ragione per questa anomalia.

Non abbiamo mai avuto problemi a pensare a una realtà sovraordinata all’umano. Anzi: l’umano si è definito quando ha concepito il divino, probabilmente nel primo Neolitico.

I primi culti – la Grande Madre, o il culto del Toro – si associano a quello degli antenati. Il culto dei morti implica già quello degli spiriti. E gli spiriti vivono insieme alle divinità in un mondo “superiore”.

All’uomo questo “sovrumano” era precluso, se non tramite intercessione di una qualsiasi casta religiosa o in virtù di un’esperienza mistica.

Lo scandalo è sorto quando l’uomo ha pensato di poterne fare a meno. Quando ha deciso di innalzarsi da sé. Non cercando più la grazia, ma procurandosela. Da Prometeo a Satana, questo tipo di individuo viene percepito come un ribelle: un titano o un angelo caduto.

In epoca moderna prende i tratti di un certo tipo di scienziato, che ruba agli dèi il fuoco della conoscenza per potenziare gli uomini. La letteratura fantastica è un pullulare di questi esseri. Il Frankenstein di Mary Shelley, per esempio. L’uomo che dà vita al mostro è uno scienziato. Perseguire il sovrumano da uomo genera un mostro. Questo suggerisce la nostra cultura.

Uno sguardo più attento, tuttavia, svela l’equivoco celato da questa tradizione. Per concepire il sovrumano, dobbiamo prima definire l’umano e questo è un compito molto difficile. Cosa identifica e definisce l’uomo?

Un indizio ce lo fornisce la capacità dell’uomo di cambiare continuamente. Non serve essere soprannaturale: basta una qualunque tecnologia. Quando ha inventato la ruota l’uomo è diventato veloce. L’uomo che oggi corre a trecento chilometri orari in un circuito automobilistico è molto diverso da quello che ha inventato la ruota. Un uomo del Medioevo non resisterebbe un’ora ai milioni di stimoli ai quali noi siamo sottoposti. Uno di noi durerebbe mezz’ora in una città medievale.

L’uomo di ieri e quello di oggi sono radicalmente diversi. Condividono il genotipo, non il fenotipo. Quindi hanno lo stesso codice biologico ma lo esprimono molto diversamente in ragione del diverso condizionamento socio-ambientale.

Umano e sovrumano, di conseguenza, possono avere solo un senso storico. Il superuomo non fa eccezione. È solo una storia.

Questo è il punto. Dobbiamo entrare in questa storia e conoscerla. Solo così ne possiamo scrivere una nuova.

Umano e/o divino

Se l’uomo, in quanto essere naturale, si definisce in opposizione a Dio, in quanto essere soprannaturale, allora la materia si definisce in opposizione allo spirito, il corpo mortale all’anima immortale, la Terra al Cielo. L’uomo, autore di questa rappresentazione, scopre la sua natura di medietà, avendo concepito entrambi gli estremi. “L’essere infelice fra la scimmia e l’angelo”, dirà Schiller. “Il ponte fra la scimmia e il superuomo”, scriverà Nietzsche.

Un essere comunque provvisorio. Sia che si rivolga alla Terra, recidendo la sua vocazione celeste, sia che si rivolga al Cielo, rifiutando la natura. Definendosi in opposizione al divino, l’uomo ha creato la sua prigione.

Sulle ragioni di questo “definirsi in opposizione”, possiamo solo fare congetture. Feuerbach credeva che il bisogno spirituale dell’uomo si riducesse alla necessità di immaginare l’immortalità, concepita insieme alla consapevolezza della morte. Riconoscendosi mortale, l’uomo si è definito in opposizione a un essere superiore immortale, fonte di ogni possibile destino. In quanto creato, e mortale, doveva esserci un creatore immortale. Un pensiero comune. Dobbiamo domandarci, perciò, se siamo nella condizione di uscire da questa prigione.

Risolvere l’opposizione fra umano e divino non è un affare semplice, ma non è neanche un destino. Ridotto ai minimi termini, il binomio uomo/dio si riduce a quello fra morte eterna e vita eterna (“Chi crede in me vivrà per sempre”, dice uno dei nostri Vangeli). Ossia, semplificando l’equazione, a quello fra la morte, che ci fa paura, e la vita, che invece desideriamo.

Si tratta di scegliere fra la vita e la morte, ogni giorno, ogni istante, correndo inevitabilmente rischi. “Amare l’incertezza”, scriverà Nietzsche in uno dei suoi appunti. Che significa, fra le molte cose, scegliere la libertà. È quello che fa l’Übermensch: corre rischi pur sapendo di essere fragile. Superman non ne ha bisogno: la sua invulnerabilità lo tiene al sicuro. E lo imprigiona.

Apologo ed epilogo dell’uomo

I – Il primo uomo

Dopo un lungo sonno il primo uomo si svegliò pieno di paura, tremante e affamato. Strinse a sé un altro corpo, che giaceva ancora addormentato, in cerca di calore. La caverna era buia e riecheggiava di sospiri. Afferrò un pezzo d’osso, cercando carne da rosicchiare. Con i suoi grossi denti morse avidamente quel povero rimasuglio. Le mani lottavano furiosamente con l’osso per tenerlo fermo. Finché si ruppe.

L’uomo guaì di dolore. L’osso spezzato si era conficcato nelle carni di una mano. Lo strappò via e cominciò a succhiare avidamente il proprio sangue. La luce della luna faceva biancheggiare l’osso scheggiato, scurito laddove il sangue l’aveva colorato. Il primo uomo lo prese in mano. Col dito saggiò la consistenza dello spuntone e premette fino a che non lo sentì penetrare. Stavolta non guaì. Si limitò a succhiare il sangue dal dito. Con l’altra mano strinse ancora più forte l’osso spezzato. Il dolore l’aveva istruito.

Dopo un tempo lungo un’eternità, si avvicinò al corpo che prima l’aveva riscaldato e con un gesto determinato gli conficcò lo spuntone sulla coscia. L’urlo svegliò tutti gli altri, che corsero a nascondersi negli anfratti della caverna.

Il primo uomo estrasse l’osso imbevuto di sangue e uscì dalla caverna. Col braccio alzato, e col suo prolungamento insanguinato, articolò un profondo suono gutturale. Un grido di sfida.

II – Il secondo uomo

Il secondo uomo si svegliò dopo aver subìto un torto. Era stato ferito da uno del suo branco senza motivo comprensibile: mentre dormiva. Non gli aveva sottratto nulla. Non gli aveva fatto nulla.

Sperimentò una sensazione nuova: l’ingiustizia. Il primo uomo era stato istruito dal dolore. Il secondo fu istruito dal torto. La legge piantò la sua radice.

La sensazione dell’ingiustizia, che chiedeva di essere riparata, divenne un pensiero inesprimibile con i suoni o i gesti consueti. Serviva un nuovo strumento.

Il secondo uomo inventò il linguaggio, quindi il pensiero.

III – L’ultimo uomo

Molte epoche dopo arrivò l’ultimo uomo, di cui ci racconta Zarathustra: “La terra è diventata piccola e su di lei saltella l’ultimo uomo che rende tutto piccolo. La sua razza è inestinguibile come quella della pulce di terra; l’ultimo uomo vive più a lungo di tutti. ‘Noi abbiamo inventato la felicità’ dicono gli ultimi uomini, e ammiccano”.

L’ultimo uomo, sazio e affamato, longevo e infantile, prepara il risvegliato.

IV – Epilogo: il risvegliato

Dopo un lungo sonno l’uomo si risvegliò. Aveva sognato meraviglie. Conquistato la Terra, camminato sulla Luna e viaggiato fra le stelle. Il suo occhio vedeva ogni cosa. La sua mano era potente. Il suo desiderio infinito.

Il risveglio lo trovò nudo. Tremava per il freddo e aveva fame.

Capì di aver sognato ogni cosa. Lui stesso era stato un sogno, il riflesso di uno specchio.

Ma adesso si era risvegliato. Non era più un riflesso. Era lo specchio.

SapienZ continua domenica 8 novembre.


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