
Letterature · SapienZ · un libro a puntate

Capitolo 2
Dalla filosofia alla psicologia
“Je pense, donc je suis”
(Discours de la méthode, IV, René Descartes)
Cartesio rappresenta il punto di arrivo dell’umanesimo rinascimentale e, simultaneamente, la soglia della modernità. L’umanesimo aveva spostato l’asse dell’osservazione dal Cielo alla Terra, dall’ordine cosmico divino all’esperienza umana del mondo. Con Cartesio, questo movimento raggiunge la sua conclusione logica: Dio diventa il garante metafisico dell’Io che pensa. Il binomio medievale Dio-Uomo, dove l’uomo è creatura tra le creature, si trasforma nel binomio Dio-Io, dove l’Io diventa centro dell’indagine filosofica.
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Il pensiero di conseguenza diviene il fondamento ultimo dell’esistenza individuale. E poiché questo pensiero è garantito dalla veracità divina, esso è insieme umano e divino.
La filosofia, da disciplina speculativa sulla natura dell’essere, si preparava a diventare scienza: metodo rigoroso di costruzione della conoscenza certa. Cartesio non avrebbe mai immaginato di inaugurare un percorso che in pochi secoli avrebbe trasformato l’Io razionale nel soggetto caotico dell’indagine psicologica.
Sum ergo cogito
Il verbo essere, nella nostra cultura, innanzitutto identifica: A è A; quindi A non è non-A. Il verbo essere è la base del principio di identità e di non contraddizione, che assicurano coerenza alla nostra rappresentazione della realtà.
In secondo luogo, il verbo essere dà sostanza. Se A è A, ciò implica una A. Quindi A è: è un ente. L’ontologia, ossia la scienza degli enti, è la scienza dell’essere. Senza l’idea dell’essere la realtà sembra perdere consistenza.
L’essere, quindi, dà coerenza e sostanza alla realtà. Il verbo essere, dunque, non è solo alla base della nostra lingua, ma è uno dei fondamenti della nostra cultura. La lingua d’altronde emerge da una cultura.
Ma se consideriamo l’essere il fondamento della realtà, e quindi dell’identità, la famosa massima di Cartesio si dovrebbe capovolgere. Invece di “Penso, dunque sono”, dovremmo dire “Sono, dunque penso”. Il pensare è un predicato dell’essere. Il pensiero, inteso in senso cartesiano, emerge dalla coscienza di sé. Quindi è subordinato alla coscienza.
Questa inversione ha conseguenze radicali. Se “penso dunque sono”, la coscienza è autosufficiente e disincarnata (Cartesio può dubitare del corpo, ma non della mente). Se “sono dunque penso”, la coscienza è incarnata: emerge da un corpo vivente, da una storia biologica, da un’esistenza materiale.
Il pensiero cartesiano implica un soggetto universale e atemporale – l’Io pensante astratto, uguale in ogni epoca. Il pensiero come predicato dell’essere implica un soggetto situato – l’Io incarnato, storico, finito.
Il superamento di quella che potremmo definire l’Iologia, la scienza filosofica dell’Io culminata nell’Io trascendentale di Kant, conduce inevitabilmente verso la psicologia.
Intermezzo: Psyché
Pare che Filippo Melantone, umanista tedesco del XVI secolo, sia stato fra i primi a recuperare dall’età aristotelica il termine psicologia, combinazione di due parole greche: psyché e logos.
Logos significa discorso/linguaggio. Psyché, nel pensiero dei primi umanisti, raggruppava quelle caratteristiche filosofiche, religiose, culturali che caratterizzano l’uomo. Ciò che di immateriale impronta la materia del corpo. Spesso la parola psyché veniva tradotta con anima, l’opposto del corpo.
La psicologia, quindi, almeno nelle sue intenzioni iniziali, era un discorso sulle caratteristiche non materiali dell’uomo. Il mal di denti si spiega con la fisiologia. Il mal d’amore con la psicologia.
Al fondo della nostra cultura si trovano sempre opposizioni semplici, schematizzazioni di processi estremamente complessi, che nutrono pregiudizi millenari. Quando gli studiosi parlano di “errore cartesiano”, sottolineando l’insostenibile dualismo al quale conduce il filosofo francese, dovremmo ricordare che è un “errore” molto comune e assai antico: abbiamo trasformato l’uomo, essere intero, in un mosaico di contraddizioni.
Dall’Io al Cervello
I filosofi fra il XVII e il XVIII secolo preparano accuratamente il terreno dal quale fiorirà, nel secolo XIX, la nuova scienza della psicologia, che nasce di lingua tedesca.
I giudizi sintetici a priori di Kant risolvono il lungo dibattere fra razionalisti di scuola francese e empiristi di tradizione anglosassone. L’Io trascendentale diventa il soggetto ideale da indagare “scientificamente”.
Wolff, fra i primi pionieri della nuova disciplina, distingue ancora fra psicologia razionale e psicologia empirica e quando nel secolo successivo Husserl sviluppa la sua teoria fenomenologica diventa sempre più difficile capire la distinzione fondamentale fra psicologia e fenomenologia.
Agli inizi del secolo XX la nuova scienza aveva già fatto passi giganteschi. Un’intera generazione di studiosi aveva osservato e classificato i comportamenti umani tentando di arrivare alla saldatura fra il corpo e la mente, che ormai aveva preso il posto della vecchia anima. Tale opposizione trovò il suo luogo di composizione nel cervello, che già Ippocrate credeva fosse al centro del comportamento umano.
Ma questa composizione approfondisce la contrapposizione anziché risolverla. La dicotomia corpo/mente viene sostituita da un’altra: quella fra corpo e cervello. La metafisica dell’anima fu sostituita dalla fisiologia della massa cerebrale, che ha il vantaggio di essere materiale, e quindi visibile e manipolabile.
Nell’epoca buia della psichiatria, in tempi vicini a noi, si era convinti che bastasse tagliare un pezzo di cervello per guarire il male di vivere. Migliaia di persone sono state lobotomizzate per il loro bene. Oggi, più civilmente, usiamo la chimica.
Si diffonde il pensiero che l’uomo sia un burattino comandato da un cervello, punto di congiunzione fra corpo e mente. L’errore di Cartesio diventa l’errore di un’intera generazione di scienziati.
Dimentichiamo che anche il cervello è parte del burattino.
Dualismi irrisolti
Una volta che il cervello divenne il luogo dell’esistenza, si trattò solo di trovare il modo di osservarne il funzionamento.
I primi neuroscienziati glissarono con molta eleganza sulla loro epistemologia. E lo fanno tuttora. La loro attenzione è focalizzata su ciò che accade nella nostra testa, con l’ipotesi sottaciuta che da lì si dipani ogni nostro agire.
L’anima dirige il corpo, dicevano gli antichi. Per noi moderni questo lavoro lo fa il cervello. In sostanza il dualismo di fondo della nostra cultura rimane irrisolto nonostante i fantasiosi travestimenti della storia.
Tutto ciò rivela che siamo ancora bloccati davanti alla necessità di definirci per opposizione. Quella fra corpo e mente si è risolta nell’elaborazione del “meta-corpo”. In sostanza qualsiasi dispositivo capace di far girare un set di istruzioni, che sono la versione contemporanea dell’anima.
Quest’ultima, finalmente disincarnata, è diventata pura informazione, ossia il Sacro Graal del XXI secolo. L’ennesima promessa dell’Uomo di tradurre in numeri la lingua di Dio. Un’altra favola diventata realtà.
SapienZ continua domenica 15 novembre.
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