
I buoni libri non smettono mai di parlarci. Per questo inauguro con questo post la sezione “Evergreen” all’interno della mia rubrica Recensioni.
Uno spazio pensato per raccontare dei libri di ieri che ci parlano ancora oggi, che sono molti, moltissimi, e spesso rimangono abbandonati negli scaffali delle biblioteche.
Ripescarli e “tradurli” all’interno del discorso contemporaneo è un’altra sfida che TheWalkingDebt propone ai suoi lettori. Un modo diverso di parlare di libri e per far parlare di oggi i libri del passato. Questa rubrica concorrerà insieme a quella delle novità, che ho inaugurato nei giorni scorsi, a popolare la sezione Recensioni del blog, che si candida a diventare un punto di ritrovo per bibliofili.
Yalta, dunque. Il libro fu scritto da Diane Shaver Clemens, eccellente storica americana, appassionata non solo di relazioni internazionali ma anche di lingue, visto che conosceva il russo e il tedesco. Questo le permise di avere accesso, senza bisogno di traduttori, alle fonti sovietiche che contenevano i resoconti della Conferenza che si tenne a Yalta, in Crimea, nel febbraio del 1945.
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Questi documenti furono resi noti solo nel 1965 e fino ad allora il dibattito sulla Conferenza era ostaggio della contrapposizione che purtroppo opponeva già all’indomani di Yalta i due blocchi. Un detto ci ricorda che la verità è la prima vittima della guerra. E la guerra fredda non fece eccezione.
Per questa ragione, intanto, il libro della Clemens è un ottimo evergreen. La storica, sfidando la logica della Cortina di ferro, ebbe il coraggio e la possibilità di scrivere un resoconto mirabile di quella conferenza e soprattutto sottolineare che “l’alba ingannevole”, come la definisce lei, di una relazione equa e corretta fra gli alleati di quel tempo, ossia gli americani, i russi e i britannici, svelò la sua natura molto presto, non appena negli Stati Uniti da una parte e poi nella Russia staliniana prevalse l’istinto belluino della contrapposizione.
“A distanza di alcuni mesi dalla Conferenza, – scrive – gli Stati Uniti tentarono di annullare gli accordi di Yalta favorevoli agli interessi sovietici. L’America pose l’Unione Sovietica di fronte alla scelta fra rinunciare a ciò che aveva ottenuto a Yalta o subire l’ostracismo e il boicottaggio economico nel mondo postbellico”.
Non un atto d’accusa, certamente, ma una lettura storica di quegli anni che non deve essere stato facile scrivere nel 1970. “Gli Stati Uniti camuffarono le loro richieste accusando l’Unione Sovietica di rompere gli accordi di Yalta mentre in realtà essi stessi tentavano di costringere l’Unione Sovietica a concludere nuovi accordi in sostituzione di quelli di Yalta”.
Per nulla facile, quindi, scrivere queste cose, eppure possibile. Per questo, pure in quegli anni difficili, l’Occidente, che ancora trovava nell’America il suo faro, poteva ancora arrogarsi il diritto di dire al mondo quale fosse la parte giusta della storia.
Ma oggi? La guerra, che non è mai davvero finita, mostra già con evidenza lo scempio che si è fatto della verità storica. Qualche giorno fa su un importante quotidiano italiano un ex direttore rievocava Yalta scrivendo che in quell’occasione, a differenza di oggi, l’Occidente aveva marciato compatto e unito per affermare la sua visione del mondo. Ma basta anche solo scorrere il libro della Clemens per capire che questa è una lettura assai poco obiettiva.
I tre “alleati”, infatti, erano in disaccordo su molte cose. Inoltre, i due occidentali, ossia gli Usa e la Gran Bretagna, lo erano ancora di più. Soprattutto l’obiettivo che Roosevelt perseguiva con evidenza era all’antitesi di quello di Churchill.
Il primo voleva semplicemente cancellare l’impero britannico dalla carta geografica, e sostituirlo con zone d’influenza, innanzitutto economiche, americane.
Il secondo pronunciò la celebre frase che “nemmeno un lembo del territorio britannico dovrà ricadere all’interno di quell’area”.
L’area era quella delle amministrazioni fiduciarie che i ministri degli esteri dei tre alleati, compreso il britannico Eden, avevano concordato di istituire per i popoli coloniali. Churchill aggiunse: “Non permetterò che l’impero britannico sia trascinato al banco degli imputati”. Stalin, racconta la storica, “ogni tanto esplodeva in un applauso”.
Basta questa scena per capire quale sia stata la posta in gioco di Yalta. E anche per comprendere che l’unica somiglianza fra ieri e oggi, quando la conferenza di Yalta viene impropriamente tirata in ballo per superficialità, amore degli slogan o semplice pregiudizio, è la convergenza delle grandi potenze laterali quando si tratta di mettere l’Europa, della quale la Gran Bretagna era volente o nolente la rappresentante, in difficoltà.
Churchill sperimentò sulla propria pelle che “il diritto a vivere in un mondo che abbiamo cercato di salvare”, come ebbe a dire durante la sua lunga tirata, fu in effetti garantito, a lui come al resto dell’Europa occidentale, ma al prezzo dell’ammissione di una sostanziale sconfitta.
L’impero britannico, infatti, a Yalta conobbe il suo canto del cigno e da lì a pochi anni sarebbe rimasto un ricordo. Nulla racconta meglio questo “trapasso” del cambio della prima valuta di scambio internazionale, che fino ad allora era la sterlina e poi divenne il dollaro.
La vittoria della Gran Bretagna nella seconda guerra mondiale, in tal senso, fu una vittoria di Pirro. Gli inglesi si sedettero al tavolo dei vincitori, ma questo non impedì loro di appartenere al territorio degli sconfitti. Solo più tardi, e ancora con molte difficoltà, abbiamo capito che la guerra non l’avevano perduta solo l’Italia, la Germania e i loro alleati. La vera sconfitta di quel conflitto era stata l’Europa, che fino ad allora teneva in mano le redini del mondo e adesso era soggetta ad influenze altrui.
Il libro, a leggerlo oggi, lo rende chiaro. La manovra di Churchill tesa a far “risorgere” la Francia fra le grandi potenze – molto istruttivo il dibattito nel libro sulla formazione dell’Onu – per farne una sorta di “garanzia” contro il rischio di un futuro ritorno dell’espansionismo tedesco era esattamente speculare a quella di Stalin che voleva “sovietizzare” la Polonia per crearsi uno sbarramento, sempre contro la Germania che, due volte in due generazioni, ricordano i protagonisti del libro, aveva attraversato la pianura polacca per provocare devastazioni in Russia.
Ed ecco perché tutti, compresi gli americani ma per altre ragioni, convennero sulla divisione della Germania, che addirittura si voleva “smembrare”, questo il termine usato, in quattro-cinque stati: una sorta di Sacro Romano Impero fuori tempo massimo.
Il dibattito sulla Polonia, al quale il libro dedica molto spazio, è perciò altrettanto illuminante. La Polonia era stata il costante pretesto delle tensioni ottocentesche fra Francia e Gran Bretagna da una parte, e gli zar dall’altra, sin dai tempi del congresso di Vienna. La Polonia era stato il pretesto per scatenare il conflitto. La Polonia fu il luogo dove, tramontata Yalta, si siglò il Patto di Varsavia che doveva opporsi alla Nato.
Quel territorio fu il luogo dove maggiormente si concentrarono le tensioni fra i tre “alleati” nel corso della conferenza di Yalta. E non a caso. Il fronte orientale – e lo vediamo anche oggi – è stato sempre quello dove sono entrate in conflitto le potenze europee occidentali con quella russa. Con le dovute differenze, l’Ucraina di oggi somiglia alla Polonia di ieri.
Molti altri insegnamenti si possono trarre da questo libro, ma quello principale è che la guerra non è mai finita davvero. L’Europa ha ritrovato una sua unità – della quale la riunificazione tedesca è stato il simbolo per eccellenza – ma le tensioni sul fronte orientale non sono mai cessate. Forse non è un caso che la prima reazione alla caduta del muro di Berlino sia stata la guerra Balcanica, la stessa zona da dove è partita la prima guerra mondiale, e la seconda conseguenza sia stata l’espansione dell’Ue verso est, fino ad arrivare alla “faglia” Ucraina.
Morale della storia: il confronto fra Est e Ovest è molto più che aperto e la sensazione è che l’Europa si definirà in questo confronto. Ieri Churchill, e con lui l’Europa, furono sostanzialmente sconfitti dalle potenze laterali. Oggi chissà. C’è un problema: non c’è nessun Churchill. Ma in fondo non c’è ancora neanche l’Europa.
Diane Shaver Clemens, Yalta, Einaudi, 1975 (edizione originale Oxford University Press, 1970).

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