Il risveglio dell’orso russo, ovvero la vendetta della realtà

Con l’attacco all’Ucraina la Russia, dopo un ventennio di purgatorio, ritorna nell’inferno della storia. O almeno, della nostra storia. La storia di europei ricchi, protetti dal super-ricco, super-eroe, super-armato americano che ha diffuso, favorito e consentito l’idea di una società aperta per il futuro dell’umanità. Cosa per la quale siamo (non tutti) giustamente grati.

Non possiamo che inorridire. Rivedere la guerra alle nostre porte, come non accadeva dalla carneficina dell’ex Jugoslavia, e per giunta ad opera di un autocrate che ripete i discorsi degli anni Trenta di un altro autocrate: nientemeno che la guerra – che oggi viene chiamata operazione militare speciale – per proteggere le minoranze oppresse. Addirittura la cattivissima Nato che preme ai suoi confini. La Nato, rendiamoci conto.

Sulle ragioni e le conseguenze di questa guerra si eserciteranno per giorni, mesi e anni, una legione di analisti e commentatori, ed è del tutto inutile aggiungere la nostra voce alla loro. Diranno tutto quello che c’è da sapere, mescolando verità e propaganda, convinzioni personali e fatti, perché, come ha detto bene qualcuno, quando inizia una guerra la prima vittima è la verità.

Verità che probabilmente neanche Putin, il nostro nuovo mostro, conosce. Sicuramente potrebbe argomentare le sue decisioni, ma probabilmente neanche lui sa come sia arrivato a questo punto. Come l’onda dello tsunami, che sommerge ogni cosa, anche Putin è ignaro del sisma che la provoca e che avviene nelle profondità oceaniche della storia. Quindi proveremo a rivolgerci alla storia, per tentare una lettura di questi fatti che vuole solo essere una consolazione, come la filosofia per Boezio, quando il mondo sembra improvvisamente sbriciolarsi.

E la prima cosa che la storia ci dice è che questa è la terza volta che l’Orso Russo esce dal suo letargo affamato di mondo. Il sogno dell’egemonia acquisita manu militari cullava le élite russe nel XIX secolo, quello dell’espansione verso oriente che consegnò agli zar il dominio dell’Asia centrale, e della Siberia, mentre le armate puntavano senza troppi imbarazzi verso l’India, la cassaforte inglese, scatenando una terribile russofobia nell’altro impero, l’egemone in carica: la Gran Bretagna.

L’espansione russa, gigante dai piedi d’argilla, collassò su se stessa, precedendo di poco il collasso del mondo provocato dalla prima guerra mondiale. La Russia zarista era finita assai prima del 1917, che semplicemente certificò il fallimento di quella società.

La seconda volta che l’Orso Russo uscì dal letargo fu dopo Yalta. Resa prudente dalle bombe atomiche americane, la Russia, divenuta intanto sovietica, si contentò di fortificare i suoi confini e amministrarli con rara ferocia. Di nuovo tornò a incarnare per noi europei-occidentali il mostro: l’inferno della storia fatto di gulag e file ai negozi, di una miseria dissimulata dall’egualitarismo, che solo una certa connivenza di buona parte delle nostre élite dissimulava, almeno finché non si videro i carri armati in Ungheria. L’inferno russo bruciava ovunque in Europa, e da noi peggio che altrove. Ma era un altro fuoco di paglia. Un altro gigante dai piedi d’argilla.

Infatti cadde il muro e arrivò la fine della storia, come argomentò un fantasioso osservatore, che evidentemente amava le iperboli più della storia stessa. I russi entrarono nel purgatorio. Tutta un’iconografia dovette rapidamente essere archiviata – chi dimenticherà mai il cattivissimo pugile russo che sfida Stallone in Rocky III, e il suo meraviglioso “ti spiezzo in due”? – i russi divennero finalmente partner commerciali e anche mansueti apprendisti di una certa politica. Finché almeno non arrivò Putin.

Putin: nessuno può dire davvero di comprendere la mente di un uomo, e figurarsi quella di un autocrate che inevitabilmente vive dei suoi deliri di onnipotenza. La bandiera degli zar alle spalle, Putin ha fatto un discorso alla nazione col quale ha semplicemente rivelato che l’Orso Russo è di nuovo uscito dal suo letargo, per la terza volta, come insegnano i proverbi, pronto ad essere riconsegnato nell’inferno della storia. Della nostra storia, ovviamente.

Probabilmente per Putin i bolscevichi erano barbari, come lo erano per gli atlantisti. Lui probabilmente si ispira alla Terza Roma, e questo spiegherebbe le dichiarazioni polemiche di Erdogan, che come tutti gli autocrati è dotato di un ottimo istinto per i giochi di potere. Gli Zar sognavano Costantinopoli. Perché non dovrebbe sognarli anche Putin? L’ossessione degli stretti turchi, potrebbe tornare ad allignare fra quelle già nutrite dalle oligarchie moscovite.

Ciò per dire che nessuno può conoscere – al limite possiamo solo temere – la fame dell’Orso Russo. Vent’anni e più di letargo che bestia ci consegnano? Un altro fuoco di paglia? Un altro gigante fragile?

E questa è la paura che oggi, con i cannoni russi a svegliare l’Ucraina, agita i nostri pensieri; di noi, abitanti della parte giusta del mondo, e quindi, inevitabilmente, della storia. Una paura che arriva nel momento peggiore, quando ancora stavamo guarendo dalla paura della malattia mortale. Per colmo d’ironia, la guerra arriva proprio mentre il governo annuncia la (quasi) fine dell’epidemia. E questo apre un altro problema, che ha molto a che fare con la costituzione spirituale della nostra società.

Il tema è complesso, ma possiamo provare a illustrarlo per grandi linee. La pandemia prima e la guerra oggi suonano come il rintocco dei monasteri che ricordavano ai monaci che dovevano morire. Il nostro mondo-paradiso (artificiale) ha avuto due bruschi rintocchi nello spazio di un paio d’anni. Come ne uscirà la nostra stabilità, coltivata a suon di benessere economico che alimenta la promessa sostenuta da un certo tipo di scienza, di una vita sempre più lunga? Saremo più spavaldi – come è auspicabile – o ancora più timorosi, pronti persino a piegarci al primo bullo di quartiere?

Se la guardiamo da questo punto di vista, l’aggressione russa somiglia a una nuova vendetta della realtà, dopo quella rappresentata dalla pandemia, sopra la nostra fantasia neo-te(cn)ologica. Mentre sogniamo paradisi abitati da intelligenze artificiali, la brutalità russa ci ricorda che moriamo, e anche molto facilmente. I nostri occhiali a realtà aumentata non ci salveranno dai proiettili degli invasori. E neanche le nostre meravigliose narrazioni sociali. Come gli ellenisti, facilmente soggiogati dai romani, anche noi potremmo facilmente essere soggiogati da chi non si perita di usare la forza analogica, per la quale non esiste alcuna possibilità di fuga nel digitale.

Vivere o morire, questo è il punto. E, soprattutto, ricordare che dobbiamo morire. Questa è la terribilità verità che oggi stanno riscoprendo i nostri fratelli ucraini. E noi per loro tramite.

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