
Poche settimane fa è uscito il nuovo libro di Edoardo Campanella e Marta Dassù, che avevano già firmato insieme L’età della nostalgia, dedicato a un tema estremamente interessante che potrei riepilogare con una domanda: come si dovrebbe comportare l’Europa per “stare al mondo” in un tempo che è insieme malato di nostalgia e tendenzialmente prepotente?
Il filo della settimana: Il conto arriva dopo
La risposta, o una possibile risposta, la si può ricavare leggendo il libro che ha diversi meriti, fra i quali quello di usare la storia come strumento interpretativo della realtà presente, che, come sanno bene i lettori del blog, reputo molto utile.
E la storia ci serve a capire l’evoluzione dei tre “prepotenti”, che in sostanza sono la Cina, gli Usa e la Russia, che danno sempre più l’impressione di volersi spartire il mondo.
Anche di recente i giornali hanno raccontato dell’intenzione dei tre di incontrarsi a margine di un vertice internazionale, per discutere delle crisi internazionali che, a ben vedere, hanno provocato loro. Usa e Russia, in particolare. La Cina, almeno finora, non ha bombardato nessuno.
La possibilità di questo vertice informale ha sollevato anacronistiche memorie di Yalta, che celano il desiderio che questa nuova Yalta ci sia sul serio. E questo dimostra quella “prepotenza” esemplarmente descritta nel libro, ma nel suo etimo più autentico di pre-potenza. I potenti di Yalta stanno ai pre-potenti di oggi come la gallina all’uovo. Nel senso che potrebbero diventare potenti sul serio, ma per adesso non lo sono. Basta ricordare come stanno andando i conflitti in Europa e nel Medio Oriente per capirlo.
Proprio per questo il libro è interessante. L’età della pre-potenza racconta di un tempo in cui un’idea ormai tramontata, quella dell’impero, persiste nella memoria – e questo è il più esemplare collegamento con la nostalgia – perché le categorie del pensare politico non sono ancora riuscite a immaginare forme di dominio ulteriori rispetto allo stato-nazione e, appunto, all’impero.
I tre pre-potenti della pseudo-Yalta non sarebbero in grado neanche di decidere nulla di diverso da uno schema nel quale tre super-nazioni giocano a disegnare sfere di influenza che però, di fatto, sono friabili – vedi caso ucraino – e per nulla facili da irreggimentare – l’Iran insegna – col risultato che alla fine, il riconoscimento dell’im-potenza raggiunge solo il risultato di aumentare il tasso di pre-potenza.
Detto ciò, torno alla domanda che secondo me contiene il libro: come si dovrebbe comportare l’Europa nell’età in cui una strisciante nostalgia conduce alla pre-potenza?
Nel libro un capitolo si intitola “L’Europa come anti-impero”. Questa è già una risposta. E in effetti l’Europa l’idea imperiale l’ha digerita ed espulsa sin dai tempi della prima guerra mondiale, quando i quattro grandi imperi che occupavano l’Europa centro-orientale – Austro-Ungarico, Tedesco, Ottomano e Russo – collassarono. Dalle loro ceneri, sulla spinta della filosofia americana dell’autodeterminazione promossa da Wilson, sorsero diversi nuovi stati nazione, che si andarono ad affiancare ai due imperi superstiti: quello inglese e quello francese, per i quali servirà un’altra guerra per il collasso.
Se la guardiamo nella sua interezza, il trentennio della grande guerra civile europea del Novecento, come è stata opportunamente chiamata, è servito solo a chiudere la lunga parabola imperiale europea, che ha ceduto l’egemonia all’impero “informale” degli Usa.
L’Europa, quindi, oggi è innanzitutto un coacervo di nazioni. Che però hanno fatto qualcosa di inedito: si sono associate in un’entità, chiamata Ue, che è altro da loro pur essendo composta, a diversi livelli di integrazione, da alcuni di loro.
Questa è già una novità, che però genera un equivoco ricorrente: ossia l’idea che l’Ue sia l’Europa. Quando invece basta anche solo osservare la composizione degli organi istituzionali Ue per capire che così non è. E ricordare che paesi come Gran Bretagna e Norvegia sono senza dubbio europei pur senza essere nell’Ue.
Il libro ricorda giustamente che “la caduta del muro di Berlino nel 1989 aprì la strada per la riunificazione del Vecchio continente”. Ma questa verità cela un possibile equivoco. Ossia lascia credere che l’Europa sia stata, in un qualche periodo della sua storia, davvero unita. Mentre così non è. L’Europa è stata sempre unita come spazio geografico – o al limite di pensiero – ma mai come entità istituzionale. A meno che non si definisca “Unione” in un senso diverso da quello comunemente inteso.
Ma l’urgenza del libro non è questa. Gli autori sono comprensibilmente preoccupati della possibilità che la pseudo-Yalta si verifichi sostanzialmente in danno dell’Europa, e in particolare dell’Ue, e cercano il modo per evitare di “finire sul menù”, come già era successo a Yalta.
La proposta – semplifico e mi scuseranno gli autori – è quella di irrobustire le strutture istituzionali e i punti di forza dell’attuale costruzione europea – strano ibrido – in modo da renderla capace di stare al tavolo, uso la metafora che il primo ministro canadese Carney ha utilizzato a Davos nel gennaio scorso, per evitare di essere sul menù.
In sostanza, la risposta è che l’Europa dovrebbe diventare più potente per sopravvivere in mezzo ai pre-potenti.
Ma qui si intravede un problema. Nell’età dei pre-potenti, una nuova struttura che vuole potenziarsi fa aumentare il tasso di pre-potenza nel mondo, non lo diminuisce. La cura aggrava la malattia e l’Europa semplicemente se ne ammala.
Questo genera un’altra complicazione: se a un tavolo dove si siedono tre pre-potenti se ne aggiunge con pre-potenza un quarto, come reagiranno i tre?
Se usiamo la logica dell’equilibrio di potenza la risposta è alquanto scontata: si uniranno contro il quarto commensale. Nulla di così tanto diverso da quello che abbiamo visto con l’emergere della Germania guglielmina fra i pre-potenti dell’epoca. Una storia che dovremmo tenere a mente.
Lascio aperti altri scenari possibili, auspicando che gli autori diano un altro seguito alle loro riflessioni.
Da parte mia mi limito a consigliare la lettura del libro. Chi sa poco di storia imparerà molte cose, chi si interroga sul futuro dell’Europa troverà di sicuro stimoli per nuove riflessioni. Almeno a me è successo così.
Buone letture.

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