
Nel gennaio scorso 147 paesi hanno accettato di esentare le multinazionali americane da gran parte delle regole della tassa minima globale del 15%, quella che avrebbe dovuto mettere un limite alla concorrenza fiscale fra gli stati. Il che ha sollevato il sospetto che questa decisione fosse la fine del progetto di coordinamento fiscale internazionale pensato per scoraggiare la pratica, assai perniciosa per i conti pubblici degli stati, di farsi la guerra usando le aliquote fiscali per attrarre capitali.
Il tema viene osservato nel terzo capitolo dell’ultimo World Economic Outlook del Fmi (“Intangible Yet Real: Spillovers from Corporate Income Taxation”). Malgrado si tratti di un’analisi fondata in gran parte su stime – i dati sulle multinazionali sono notoriamente opachi – vale la pena leggerla perché ci fornisce alcune informazioni molto utili sul funzionamento di alcuni processi dell’economia internazionale.
Partiamo da alcuni dati. Le multinazionali producono più del 20% del pil mondiale e incassano circa il 15% dei profitti globali. Gli investimenti transfrontalieri sono quasi quadruplicati dagli anni Duemila. E una parte crescente del valore di queste imprese è fatta di beni che non si toccano: brevetti, software, marchi, banche dati, diritti d’autore. Quelli che gli economisti chiamano “intangibili“.
Pubblicata nelle Storie sociali, in Strutture del dominio, una novità: Un modello teorico
Questa distinzione ci permette di farne subito un’altra. Mentre spostare una fabbrica da un paese a un altro è molto complicato, per spostare un brevetto basta una semplice firma su un atto amministrativo che ne trasferisca la proprietà a una controllata in un paese a bassa tassazione. Quest’ultima incasserà le royalties pagate dalle altre società del gruppo e quindi potrà godere di una tassazione agevolata. Lo stesso risultato si ottiene manovrando i prezzi interni con cui le società dello stesso gruppo si vendono beni e servizi, o con prestiti infragruppo dai paesi a tassazione bassa verso quelli a tassazione alta. In sostanza, i profitti finiscono dove si pagano meno tasse, in maniera assolutamente legale. Un escamotage che non è consentito a chi lavora, costretto a pagare le tasse nel paese dove risiede.
Il caso dei brevetti lo mostra bene. Il Fmi ha ricostruito i passaggi di proprietà dei brevetti fra il 1995 e il 2020. Negli anni Duemila i trasferimenti verso le giurisdizioni a bassa tassazione sono cresciuti fortemente, anche se questi paesi pesano poco sulla produzione e sull’innovazione mondiale. Di pari passo è cresciuta la quota delle royalties globali dichiarate in queste giurisdizioni. Fra il 2007 e il 2012, un punto di differenza fiscale si associava all’8,5% in più di brevetti trasferiti verso il paese meno esoso, e al 14,8% se il trasferimento avveniva dentro lo stesso gruppo. La ricerca si fa in un posto, il reddito che produce viene dichiarato in un altro.
Come hanno reagito i governi? In due modi, e in parte contraddittori. Il primo è stato inseguire: tagliare le aliquote e moltiplicare gli incentivi per attirare capitali sempre più mobili. Secondo le stime del Fmi, quando i paesi concorrenti abbassano la loro aliquota di un punto, quella di casa scende di 0,4 punti. La concorrenza è più forte fra economie simili per dimensione e livello di sviluppo. Il risultato lo vediamo nel grafico in apertura: nel tempo il carico fiscale effettivo sul capitale è diminuito rispetto a quello sul lavoro. Chi può spostarsi paga meno. Chi non può, no.
Il secondo modo è stato difendersi: dal 2013 il progetto Beps dell’Ocse e le regole anti-elusione, poi la riforma americana del 2017 con la sua tassa minima sui redditi esteri, infine la tassa minima globale, applicata in qualche forma da più di cinquanta paesi.
E qui arriva il risultato che non ti aspetti. Dopo il 2013 il legame fra differenze fiscali e trasferimenti di brevetti non è più statisticamente significativo. Più in generale, le regole anti-elusione hanno indebolito il legame fra le aliquote e lo spostamento dei profitti, mentre dal 2017 la scelta di dove investire è diventata molto più sensibile alle differenze di tassazione. Un punto in più di aliquota rispetto agli altri paesi si associa a un calo degli investimenti diretti in entrata di circa mezzo punto di pil in tre anni. In sostanza, spostare i profitti sulla carta conviene meno. Spostare le fabbriche, invece, conta di più.
Gli autori sottolineano che il calo dei trasferimenti di brevetti potrebbe riflettere anche il ricorso a strumenti meno trasparenti, come gli accordi di ripartizione dei costi o le catene di proprietà a più passaggi, che nei dati sui brevetti non si vedono. Il fisco ha chiuso la porta. Non è detto che abbia chiuso anche la finestra.
Ecco perché parlare di fine della concorrenza fiscale sarebbe sbagliato. La corsa ha cambiato corsia. Con la tassa minima globale, tagli di aliquota ed esenzioni temporanee diventano meno efficaci, perché possono far scattare l’imposta integrativa. Così gli stati competono con altri strumenti, come i crediti d’imposta rimborsabili legati ai costi sostenuti. E l’accordo di gennaio, osserva il Fmi, ha trattato con maggiore favore proprio gli incentivi legati alla “sostanza”, cioè all’attività reale. Il che migliora la mira degli incentivi e scoraggia le società “cassetta delle lettere”. Ma, ammette il Fondo, rischia di intensificare la competizione per investimenti, posti di lavoro e produzione.
Resta da capire chi paga il conto. Qui la questione incrocia quella del debito. I tagli delle tasse sulle imprese nelle grandi economie si associano a una produzione più bassa nel resto del mondo, fino a mezzo punto dopo due anni. Se poi il taglio viene finanziato a debito, la maggiore domanda di credito pubblico spinge al rialzo i tassi globali e sottrae investimenti agli altri paesi. Se invece viene finanziato tagliando gli investimenti pubblici, nel lungo periodo è la stessa economia che taglia a perdere produttività. Lo sconto fiscale, insomma, non è mai gratis. Lo pagano gli altri, o lo paga più tardi chi lo concede.
A rischiare di più sono le economie emergenti e in via di sviluppo, dove le imposte sulle imprese pesano molto sulle entrate pubbliche e lo spazio fiscale è ridotto. Per loro, secondo le simulazioni del Fmi, rafforzare le regole anti-elusione funziona meglio che inseguire i tagli altrui: i profitti spostati verso i paradisi fiscali calerebbero di circa il 10%.
La tassa minima globale, ammaccata quanto si vuole, qualche risultato lo ha prodotto: i profitti tendono a riavvicinarsi ai luoghi dove vengono prodotti. È una notizia che si sente poco. Ma la concorrenza fra stati non è scomparsa. Ha solo smesso di correre sulla carta per correre sui cantieri. Nel frattempo chi lavora deve sopportare un notevole carico fiscale. Ma questa è un’altra storia.

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