Il greggio pesa la metà sul Pil mondiale, ma gli shock petroliferi fanno ancora molto male all’economia

Grafici Fmi: intensità di petrolio ed energia del pil mondiale dal 1980, produzione elettrica per fonte e impatto della chiusura di Hormuz sulla crescita 2026

Sfogliando l’ultimo World Economic Outlook del Fmi, si comprende con chiarezza quanto il mondo sia esposto agli shock petroliferi e quanto, al tempo stesso, sia in grado di sviluppare contromisure capaci in qualche modo di contrastarne gli effetti, anche se questo magari non si capisce quando si va a far benzina o al supermercato. Nel senso che se queste “reazioni” non ci fossero state, il danno globale sarebbe stato molto superiore a quello che stiamo osservando.

È la tanto declamata resilienza, celebrata in questi tempi tormentati, da molti osservatori di cose economiche, che però adesso il Fmi ci dice essere sostanzialmente arrivata al suo limite. La resilienza è una risposta allo stress, ma cosa succede quando anche la resilienza si stressa troppo?

Lo scopriremo solo vivendo diceva il poeta. Intanto contentiamoci di osservare come il sistema abbia reagito allo shock della chiusura di Hormuz, attraverso cui, giova ricordarlo, passavano circa 20 milioni di barili al giorno di petrolio, più o meno un quarto del greggio che viaggia via mare.

Ci si poteva aspettare una catastrofe, e in qualche modo c’è stata e la vediamo anche dal nostro piccolo osservatorio. Ma lo shock è stato mitigato da diverse misure che hanno contribuito ad alleviare le tensioni sulla domanda di petrolio. Il fatto strutturale, che in qualche modo ha facilitato il compito, è che questa domanda è in calo strutturale da oltre 40 anni. Negli anni ’80, come si può osservare dal grafico che apre questo post, per produrre un dollaro di Pil, serviva più del doppio del petrolio di oggi, e le rinnovabili coprono ormai gran parte della crescita della produzione elettrica.

Questo non vuol dire che il petrolio non sia capace di far danni. Le stime dell’impatto della chiusura di Hormuz parlano di uno 0,9 punti di crescita in meno, in assenza di mitigazioni. Che per fortuna sono arrivate. La famosa “resilienza” si è manifestata con una flessibilità di offerta che nessuno poteva immaginare si sarebbe realizzata. I fornitori dei paesi del Golfo sono stati in grado di usare altri porti per far partire le loro petroliere. Le scorte globali, commerciali e strategiche, hanno messo sul mercato altri quattro milioni di barili al giorno, che si sono aggiunti ai due milioni di barili di produzione che i fornitori extra Golfo hanno messo in circolazione. La Cina, che è il più grande importatore di petrolio del mondo, ha contribuito riducendo il volume delle sue importazioni del 23% fra marzo e giugno di quest’anno, rispetto allo stesso periodo del 2025, anche in questo caso grazie all’utilizzo delle sue scorte.

Queste ed altre azioni combinate hanno consentito di ammortizzare lo shock: senza le contromisure il petrolio sarebbe arrivato in media a circa 110 dollari al barile nell’anno, mentre con le contromisure si è fermato intorno agli 85. Il resto, circa cinque milioni di barili al giorno, l’ha fatto il calo della domanda. Il mercato energetico ha mostrato la sua resilienza che però, come ogni cosa, ha un limite. Le riserve, ad esempio, non sono eterne. E anche la produzione di rinnovabili, o la messa in campo di strategie di efficienza energetica hanno un limite, che stavolta è squisitamente temporale. Nel senso che hanno bisogno di molto tempo per far vedere i propri effetti.

Un esempio aiuterà a capire. La quantità di energia usata per ogni dollaro di pil prodotto (vedi grafico in alto) è diminuita del 32%, ma ci sono voluti vent’anni per ottenere questo risultato, mentre ce ne sono voluti oltre 15 per arrivare a una produzione di energia da fonti rinnovabili capace di mandare in stagnazione quella di fonte fossile. Per dare l’idea: dal 2010 le rinnovabili spiegano il 60% dell’aumento della produzione di elettricità, mentre quella da fonti fossili è rimasta ferma.

Tutto ciò ha permesso di contenere la perdita potenziale di crescita globale a uno 0,3 punti, secondo i calcoli che ha fatto il Fmi. Ma questo ci può rassicurare solo fino a un certo punto. Innanzitutto perché certifica che nonostante tutto gli shock petroliferi continuano a far danni. Poi perché non sappiamo quanto ancora durerà questa crisi del petrolio. Per questo il Fmi giudica “urgente” che i governi ricostruiscano lo spazio fiscale, cioè i margini dei loro bilanci. Ma fra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. Un mare di petrolio.

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