Etichettato: transizione energetica

Cartolina. Transizione metallica


Non esistono pasti gratis, dicono gli economisti. E figuratevi perciò se esistono transizioni ecologiche gratis. Tale ovvietà cela tuttavia le modalità con cui si consumano questi pasti, che nel caso del passaggio dai combustibili fossili alle fonti rinnovabili si estrinsecano in un consumo spropositato di metalli. O meglio, di alcuni metalli. Se davvero nel 2050 riusciremo a compiere il miracolo delle emissioni zero, i consumi di rame, nickel, cobalto e litio andrebbero alle stelle, con evidente ricadute geopolitiche, considerando la nazionalità dei paesi produttori. Le transizioni energetiche, oltre a non essere gratis, cambiano anche la geografia. Almeno quella del potere.

L’ultima scommessa della Russia: l’Artico


Che il futuro di Mosca passi dall’Artico sembra evidente dalla notevole spinta che il governo russo sta dando ormai da tempo ai suoi investimenti in questa terra remota, dove vive appena il 2% della sua popolazione, ma che produce il 6% del pil (dato 2018).

Non si può quindi discorrere del futuro dell’economia russa, e del suo doversi confrontare col difficile problema della transizione energetica, senza osservare ciò che accade nel profondo Nord, che oltre ad essere ricco di risorse naturali, con quelle energetiche in testa, oggi promette di tracciare una nuova rotta commerciale che, quanto agli effetti, è potenzialmente capace di mutare le regole di gioco.

La rotta artica, sponsorizzata dai russi, infatti, che lo scioglimento dei ghiacci sta trasformando in un’opzione trasportistica concreta, consente di risparmiare parecchi giorni di navigazione e di evitare tanti colli di bottiglia delle attuali rotte commerciali, dando un notevole vantaggio competitivo a Mosca che, a ragion o torto, si ritiene la legittima proprietaria di questa rotta.

Lasciando da parte quello che sarà il destino della Northern Sea Route (NSR), rimane il fatto che già oggi l’Artico è un asset fondamentale della produzione di gas liquefatto russo, come abbiamo già osservato, dopo essere stata a lungo la regione una grande produttrice di gas naturale. Ancora oggi, dall’Artico arriva l’80% della produzione complessiva di questa risorsa, mentre dal sito di Yamal-Nenets arriva il 60% della produzione di gas liquefatto (LNG), con la prospettiva, se i piani di lungo termine di Mosca andranno in porto, di portare la produzione dalle attuali 40 milioni di tonnellate di metri cubi a 54 milioni di metri cubi con la prospettiva di arrivare a 90 milioni entro il 2035.

Gas a parte, dall’Artico arriva anche molto petrolio – il 17% della produzione nel 2019 – e si prevede che tale contributo arrivi al 26% del totale entro il 2035.

Tutto questo è più che sufficiente a comprendere come per la Russia l’Artico e il suo sviluppo sia semplicemente una questione di vita o di morte. La transizione energetica, con i suoi tempi lunghi che accompagnano il cambiamento climatico trovano nell’Artico insieme un punto di incontro di divaricazione.

Questo non vuol dire che tutto sia semplice. La NSR, così come l’estrazione di petrolio e gas, devono fare i conti con un territorio estremo, difficile da raggiungere, e ancor più da abitare, dove l’abbondanza di risorse è associata a una grande avarizia della natura. I russi lo sanno perfettamente. Servono grandi quantità di risorse finanziarie e tecnologiche per trasformare l’Artico in una concreta opportunità.

Gli specialisti ricorderanno che nel 2013 i russi furono costretti ad abbandonare lo Shtokman field nel nord del mare di Barents, sulla penisola di Kola, che prometteva di essere un grande giacimento di gas, proprio per le enormi difficoltà a sfruttarlo. Quanto al petrolio, si stima che servirebbe una quotazione di almeno 80 dollari al barile per rendere sostenibili i pozzi artici nel lungo termine. Non proprio spiccioli. E in più a complicare il quadro sono arrivate anche le sanzioni occidentali, che riducono le risorse, sia finanziarie che tecnologiche, con la Russia ancora carente particolarmente verso queste ultime.

Ciò spiega perché di recente si parli così tanto della rotta commerciale. Il Northeast Passage è aperto fin dai primi anni ’90, ma con tonnellaggio modesto almeno fino al 2016. Di recente il traffico è aumentato, grazie alla creazione di depositivi a Yamal, e nel 2020 si è arrivati a 30 milioni di tonnellate di cargo spedite attraverso questa rotta. Anche qui, si stima che per il 2035 si arrivi a 130 milioni di tonnellate, grazie alle commodity estratte nell’Artico.

Tutto si tiene. E comunque le ambizioni russe si confrontano con le attuali 1,2 miliardi di tonnellate che passano da Suez. E anche questo dipende dal fatto che percorrere la rotta artica, malgrado lo scioglimento dei ghiacci, rimane complicato e costoso.

Inoltre, lo scioglimento dei ghiacchi, che favorisce le rotte artiche, porta con sé numerose controindicazioni, a cominciare dalle conseguenze che può avere sulle produzioni attuali: gli incidenti registrati nei giacimenti di gas e petrolio sono aumentati significativamente in corrispondenza di eventi climatici avversi, mentre le coste, dove sono allocate molte infrastrutture, sono soggette a notevole erosione.

Non è tutto oro quello che luccica, dice il proverbio. E la scommessa che la Russia sta portando avanti ne è la prova.

Cartolina. Transazione energetica


Poiché tanto si discorre di transizione energetica, ennesimo viatico verso la felicità di un’epoca tecnoconfusa ma convintamente, vale le pena ricordare che un’auto elettrica ha bisogno di 200 chili di minerali per funzionare invece della quarantina di un’auto a benzina, consumando almeno il doppio di rame. Altresì che un impianto di energia eolica ha bisogno di 8 tonnellate di rame per produrre un megawatt, a fronte dei 1.100 chili di un impianto a gas naturale. Certo, i carburanti fossili sono brutti, sporchi e cattivi. Quelli rinnovabili, belli, puliti e buoni. Ma siamo sicuri che basti scambiare l’oro nero con l’oro rosso per essere felici? La transizione energetica richiede nuove transazioni. E non sono gratis.