Alcuni interessanti sviluppi del credito internazionale all’Africa

Grafici Bis: popolazione in età lavorativa di Africa, Cina, India, Europa occidentale e Nord America fino al 2050; credito interno e internazionale all'Africa in percentuale del pil

Partiamo da una previsione e alcune domande. La prima è relativa alla popolazione in età lavorativa mondiale da qui al 2050. Le proiezioni indicano che quella africana sarà praticamente l’unica ad avere un trend di crescita costante. La domanda è: cosa faranno tutti questi africani? Saranno gli antagonisti di un mondo sempre più automatizzato, specie in quei paesi dove la forza lavoro scarseggia già adesso, oppure saranno i protagonisti di una nuova crescita economica globale, laddove la novità non si misurerà necessariamente in pil?

Lasciamo queste domande aperte e concentriamoci su un punto fondamentale, qualunque sia la risposta: qualunque sarà il futuro, l’Africa avrà sempre più bisogno di risorse per poterlo anche solo immaginare. E in un continente, in molte parti ancora privo di tutto, ciò significa che dovrà trovarle chiedendole a prestito. L’Africa, per diventare qualcosa più dell’Africa di oggi, ha e avrà soprattutto bisogno di credito.

Perciò diventa utile leggere l’ultima rassegna trimestrale della Bis, che in un articolo (“International credit to Africa“) aggiunge un tassello che di solito rimane in ombra: chi presta i soldi all’Africa di oggi, quanto presta e a quali condizioni.

L’analisi riguarda l’Africa sub-sahariana, 45 paesi, e i dati sui prestiti cinesi sono disponibili solo dal 2015, ossia da quando le banche di Pechino hanno iniziato a comunicarli alla Bis. Probabile siano sottostimati, perciò.

Cominciamo dalla demografia, perché è da qui che gli stessi autori partono. La popolazione africana in età da lavoro, fra i 20 e i 64 anni, ha già superato sia quella del Nord America sia quella dell’Europa occidentale. Entro il prossimo decennio supererà quella cinese, ed entro trent’anni quella indiana. Mentre il resto del mondo invecchia, l’Africa è praticamente l’unica grande regione la cui forza lavoro è destinata ad aumentare.

Una forza lavoro crescente ha bisogno di capitale: strade, porti, energia, scuole. E il capitale, in Africa, scarseggia. Il credito interno, pur rimanendo la fonte principale, sta perdendo peso in rapporto al pil (grafico a destra). Quello internazionale, al contrario, cresce. Ed è qui che la storia si fa interessante.

Non è la prima volta che il mondo presta all’Africa. Negli anni Settanta le banche occidentali riciclavano i petrodollari, in larga parte dai loro uffici di Londra, verso governi da poco indipendenti e affamati di infrastrutture. Poi, fra il 1979 e il 1981, la Fed alzò i tassi, i prezzi delle materie prime crollarono e molti paesi africani finirono in default. Le banche si ritirarono e al loro posto arrivarono i creditori ufficiali: i prestiti multilaterali passarono da 6,6 a 50,3 miliardi di dollari fra il 1980 e il 1995, quelli bilaterali da 14,5 a 75,5. Quasi tutti a condizioni agevolate. Seguirono, dalla fine degli anni Novanta, i programmi di cancellazione del debito.

Grafici Bis: prestiti bancari transfrontalieri e titoli internazionali verso l'Africa, e prestiti ai governi africani di creditori ufficiali e privati, 1977-2008

Proprio quelle cancellazioni hanno preparato il terreno per il nuovo boom. Dopo la crisi finanziaria del 2008 i prestiti bancari transfrontalieri all’Africa sono più che raddoppiati, da circa 100 miliardi di dollari alla fine del 2009 a 264 alla fine del 2025. Le obbligazioni internazionali sono cresciute più di sette volte, da 27 a 192 miliardi. Fra il 2012 e il 2019 il credito internazionale all’Africa è cresciuto del 7% l’anno, contro il 2% degli altri paesi emergenti e in via di sviluppo. Nel 2023 ha superato gli investimenti diretti esteri.

Grafici Bis: prestiti bancari, titoli internazionali e investimenti diretti verso l'Africa dal 2010 e crescita del credito internazionale in Africa e negli altri paesi emergenti

Tre cose distinguono questo boom dai precedenti.

La prima è l’arrivo della Cina. Sulla scia della Belt and Road Initiative, fra il 2015 e il 2020 le banche cinesi sono arrivate a detenere un terzo dei prestiti transfrontalieri all’Africa, diventando il primo sistema bancario creditore del continente. Oggi prestano a più di 40 paesi africani, sono il primo creditore di 24 e in 15 coprono da sole più della metà del totale. Le banche francesi, seconde in classifica, sono il primo creditore di appena nove paesi.

Sono prestiti molto particolari. Il 79% proviene da due banche pubbliche, la Export-Import Bank of China e la China Development Bank, che si finanziano con obbligazioni garantite dallo Stato e perseguono obiettivi di governo più che di profitto. In Africa questi crediti valgono circa il 5% del pil, il doppio di quanto pesano in Europa o in America Latina. Il primo destinatario è l’Angola, con 19 miliardi legati in gran parte al petrolio.

Gli autori segnalano due dettagli. Il primo: nonostante le ambizioni di Pechino, fra l’80 e il 90% di questi prestiti è denominato in dollari, e lo yuan pesa per circa il 6% dei crediti bancari al continente. L’internazionalizzazione della valuta cinese, almeno in Africa, viaggia in dollari. Il secondo: i contratti contengono clausole molto restrittive, come il divieto di partecipare alle ristrutturazioni collettive del Club di Parigi o il controllo delle garanzie. Quando i debitori sono andati in difficoltà, i creditori cinesi hanno concesso solo allungamenti delle scadenze, accettando perdite minime o nulle.

Dopo il 2020 il flusso si è inaridito. Il crollo delle materie prime, la pandemia, il rialzo dei tassi e il caro alimentare seguito all’invasione dell’Ucraina hanno messo in difficoltà molti debitori africani. Nel frattempo le banche cinesi dovevano fare i conti con la crisi immobiliare di casa. Gli autori notano che si sono ripresentate “dinamiche simili” a quelle degli anni Ottanta. Nel 2025 i prestiti bancari hanno ripreso a crescere, stavolta trainati da banche francesi, sudafricane e americane. Queste ultime, peraltro, fanno passare da Londra oltre 20 miliardi di dollari di prestiti all’Africa: la City rimane un grande snodo del credito al continente.

La seconda novità è l’allargamento dei debitori. Non più solo il Sudafrica: Nigeria, Angola, Ghana e Costa d’Avorio hanno iniziato a emettere obbligazioni in quantità, approfittando dei tassi bassi del decennio scorso e dello spazio fiscale liberato dalle cancellazioni del debito. Le obbligazioni internazionali sono passate dal 2% del pil africano nel 2013 al 9% nel 2024.

La terza riguarda chi si indebita. Sono soprattutto i governi. La loro quota sui prestiti bancari transfrontalieri è salita da meno del 10% nel 2014 al 30% nel 2025, e sulle obbligazioni internazionali sfiora i due terzi: dei 163 miliardi di emissioni aggiuntive fra il 2010 e il 2025, 124 sono debito pubblico. Quasi tutto in valuta estera, cioè in dollari. Il Sudafrica è l’unica eccezione di rilievo: gli investitori esteri comprano molti suoi titoli in rand, ma sul mercato interno. Le sue obbligazioni internazionali in rand, invece, sono appena il 4% del totale.

Il credito all’Africa, insomma, è cresciuto, si è diversificato, ma rimane fragile. In 24 paesi più della metà dei prestiti bancari arriva da banche di una sola nazionalità, e basta che un grande creditore chiuda i rubinetti, come ha fatto la Cina dopo il 2020, perché il finanziamento si prosciughi. Le obbligazioni allargano la platea, ma i mercati sono notoriamente volubili quando cambia il vento.

E così il continente che ha il futuro demografico più promettente del pianeta lo finanzia indebitando soprattutto i suoi governi, in una valuta che non controlla, presso pochi creditori. È già successo, negli anni Ottanta, e finì male. La promessa più evidente dell’Africa – i suoi giovani – rischia di generare una società oppressa dai creditori internazionali. A quel punto che faranno tutti questi africani?

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