
La storia economica raccontata
da chi ha fatto l’economia
Da oggi questo blog apre un nuovo spazio, dedicato alle Storie economiche. L’idea è semplice: raccontare la storia economica attraverso la voce di chi l’economia l’ha fatta davvero.
Le fonti che privilegeremo sono pubbliche e arrivano per lo più dai siti delle banche centrali e delle altre grandi istituzioni monetarie del mondo. Molte di loro pubblicano eccellenti studi storici costruiti sui propri archivi: lettere, verbali, appunti riservati, bozze di relazioni corrette a mano. Materiale che oggi chiunque può leggere con un clic.
Siamo convinti che queste fonti consentano di raccontare la storia da un’angolazione inedita: la storia economica raccontata da chi ha fatto l’economia, appunto. Ed è questo che vogliamo caratterizzi la sezione.
Pubblicata nelle Storie sociali, in Strutture del dominio, una novità: Un modello teorico
Cominciamo con un quaderno di storia economica pubblicato dalla Banca d’Italia nel settembre di quest’anno (Luigi Einaudi Governatore (1945-1948). Dopoguerra, ricostruzione, stabilizzazione), che ricostruisce, carte d’archivio alla mano, come il nostro paese uscì da una delle inflazioni più violente della sua storia. Una vicenda di ottant’anni fa che, come vedremo, ha parecchio da dire anche a noi.
Un paese diviso, con tre monete
Per capire l’inflazione italiana del dopoguerra bisogna partire dalla guerra, e in particolare da quello che accadde dopo l’8 settembre 1943. Da quel giorno l’Italia divenne un paese diviso. Al Sud c’erano gli anglo-americani, al Centro-nord i tedeschi e la Repubblica sociale. E ognuno stampava, o faceva stampare, la sua moneta.
Gli alleati mettevano in circolazione le am-lire (Allied Military lire), banconote stampate dagli eserciti di occupazione per pagare soldati e forniture. I tedeschi facevano circolare i loro marchi di occupazione e, soprattutto, pretendevano dalla Repubblica sociale un contributo mensile in lire per le spese di occupazione: fra i 10 e i 20 miliardi al mese, versati dalla sede milanese della Banca d’Italia su due conti intestati all’ambasciatore tedesco, uno a Verona e uno a Milano.
Il grafico qui sotto, costruito con le stime del Servizio studi della Banca, mostra il risultato. Fra l’8 settembre 1943 e la fine di settembre 1945 vennero emessi oltre 240 miliardi di lire: circa 138 per conto della Repubblica sociale (il 57 per cento), circa 74 per conto degli alleati (il 31) e appena 30 per conto del governo italiano. A questi si aggiungevano oltre 66 miliardi di am-lire stampate direttamente dagli alleati e circolanti a sud di Roma.

Quando la quantità di denaro cresce molto più in fretta dei beni che si possono comprare, i prezzi salgono: troppi soldi inseguono troppo poche merci. È l’inflazione nella sua forma più elementare. E nell’Italia del 1944 le merci erano pochissime e i soldi tantissimi.
A questo si aggiungeva il conto della distruzione. Il Servizio studi stimò i danni diretti di guerra (case, fabbriche, infrastrutture, trasporti) in circa 3.000 miliardi di lire. Il rapporto preparato per la Banca dei regolamenti internazionali da Per Jacobsson, allora suo capo economista, sostenne che la guerra aveva colpito il 75 per cento del potenziale industriale. I tedeschi si erano portati via l’oro della Banca d’Italia. Le riserve, in pratica, non c’erano più.
I prezzi impazziti
Nel 1944 l’aumento dei prezzi raggiunse picchi del 150 per cento su base annua, nel 1945 del 70 per cento. “Su base annua” vuol dire che, se quel ritmo fosse durato dodici mesi, un chilo di pane che costava 100 lire a gennaio ne sarebbe costato 250 a dicembre.
Poi, fra la fine del 1945 e il giugno del 1946, accadde qualcosa che sembrò un miracolo: il costo della vita calò di cinque punti. Paolo Baffi, che allora guidava il Servizio studi della Banca e trent’anni dopo ne sarebbe diventato governatore, la chiamò “bonaccia”. La parola era scelta con cura: la bonaccia, in mare, precede spesso la tempesta.
E la tempesta arrivò. Dall’estate del 1946 e per quasi tutto il 1947 l’inflazione tornò a correre intorno al 60 per cento annuo, con picchi oltre il 100. È il grafico in apertura a raccontarne l’andamento, con un’avvertenza: i valori sono quelli riportati nella fonte e vanno letti come ordini di grandezza. Le statistiche dell’epoca erano lacunose: lo stesso Einaudi si affidava a rilevazioni dei prezzi concentrate sul Piemonte, e i dati sui salari si fermavano al 1942. Si governava, insomma, quasi a occhio.
Il conto della pace
La sconfitta militare pesò sull’inflazione non solo attraverso la moneta stampata durante la guerra, ma anche attraverso qualcosa di più impalpabile: le aspettative.
In economia si chiamano aspettative le previsioni che famiglie e imprese fanno sul futuro e che orientano le loro scelte di oggi. Se tutti si convincono che fra sei mesi i prezzi saranno molto più alti, la cosa più razionale da fare è spendere subito il denaro, o trasformarlo in beni che non perdono valore: grano, materie prime, merci da tenere in magazzino. Ma così facendo si spingono i prezzi verso l’alto proprio oggi. È una profezia che si avvera da sola.
Nella primavera del 1946 a Parigi si discutevano le clausole economiche del Trattato di pace. L’Italia sperava di vedersi riconosciuto il ruolo di paese “cobelligerante”, ossia di aver combattuto a fianco degli alleati dopo il 1943. La Banca d’Italia mandò a Parigi il suo direttore generale, Donato Menichella, con le stime di Baffi. Secondo quei calcoli, fra l’ottobre 1943 e il giugno 1946 l’Italia aveva contribuito allo sforzo bellico alleato per oltre 1.300 miliardi di lire, circa 5,3 miliardi di dollari al cambio ufficiale. E i crediti verso la Germania, oro escluso, valevano circa 690 miliardi.
Non servì a nulla. Il Trattato addebitò all’Italia tutte le spese degli eserciti alleati, perfino quelle successive al 25 aprile 1945, la costrinse a rinunciare ai crediti verso la Germania e accolse le richieste di riparazioni di altri paesi vincitori. Il diplomatico che seguiva la trattativa per la Farnesina scrisse a Einaudi che lo sforzo della delegazione aveva ottenuto un solo risultato: “Non aver peggiorato le cose”.
Un memorandum della Banca spiegava bene il danno. Fino ad allora gli italiani avevano creduto che “un giorno la moneta emessa dagli alleati sarebbe stata ritirata e bruciata”, e che i prezzi sarebbero scesi. Le notizie da Parigi spazzarono via questa speranza. E con la speranza se ne andò la fiducia nella lira.
Baffi documentò una vera e propria “fuga dalla lira” iniziata nell’aprile 1946, proprio quando circolarono le prime cifre sulle riparazioni. La Borsa di Milano visse una “tragica settimana” di panico quando le richieste presentate a Parigi superarono “la cifra spaventosa di 26 miliardi di dollari”. Chi poteva, comprava merci e le teneva ferme in magazzino. Il “panico da Trattato”, lo chiamò Baffi.
La sconfitta, insomma, non pesò solo sui conti. Pesò sulla testa delle persone. E le persone, con le loro scelte, la trasformarono in inflazione.
Il sogno di Baffi
Negli archivi della Banca c’è un documento che racconta questa dinamica meglio di qualunque manuale. All’inizio del 1947 Baffi scrisse a un suo collaboratore, Antonino Occhiuto, una lunga nota dal tono scherzoso in cui raccontava un sogno.
Il sogno si svolgeva in un ristorante. Il maître era Mauro Scoccimarro, ex ministro delle Finanze comunista; i camerieri erano i ministri Epicarmo Corbino e il suo successore Giovanni Battista Bertone; il cuoco era Einaudi. Dal giugno 1946 i clienti, prima gli agricoltori, poi imprenditori e commercianti, ignoravano i raffinati consigli del maître e ordinavano solo lasagne. Le lasagne, fuor di metafora, erano il contante. I clienti le mangiavano in fretta, cioè le spendevano, o le portavano via per dopo. I camerieri si limitavano a passare le ordinazioni e il cuoco era costretto a sfornare lasagne a dismisura. Verso la fine del 1946 al ristorante arrivavano anche gli operai di città, che grazie agli aumenti salariali ordinavano lasagne a loro volta.

Dietro lo scherzo c’era un concetto economico preciso: la velocità di circolazione della moneta. Una banconota da mille lire che passa di mano una volta al mese finanzia mille lire di acquisti al mese. Se passa di mano quattro volte, ne finanzia quattromila. La quantità di moneta è la stessa, ma il suo effetto sui prezzi è quadruplo. Quando la gente ha paura che il denaro perda valore, se ne libera il prima possibile, e la moneta “corre”. Fra l’inizio del 1945 e la fine del 1947 la velocità di circolazione in Italia aumentò di circa due volte e mezzo.
Tre rubinetti aperti
Da dove arrivavano tutte quelle lasagne? Il quaderno della Banca d’Italia individua tre canali, tre rubinetti da cui la moneta usciva per finire nell’economia.
Il primo era il Tesoro: lo Stato spendeva più di quanto incassava e copriva la differenza con denaro creato dalla Banca d’Italia. Nel biennio 1944-1945 il debito pubblico era cresciuto di quasi 660 miliardi di lire e i prestiti della Banca al Tesoro avevano coperto quasi i due terzi della moneta in circolazione. A questo si aggiungeva il sistema degli “ammassi”, ereditato dal fascismo: lo Stato comprava grano e altri prodotti agricoli a prezzi fissati per tenere basso il prezzo del pane. Quando nel 1946 i prezzi di acquisto degli ammassi furono triplicati, la spesa pubblica salì e le aspettative di inflazione con lei.
Il secondo canale erano le banche. Durante la guerra, non sapendo a chi prestare, avevano accumulato una montagna di liquidità, in gran parte parcheggiata in depositi presso la Banca d’Italia e il Tesoro. Finita la guerra, iniziarono a prestarla alle imprese.
Qui serve un’altra spiegazione. Quando una banca concede un prestito, accredita una somma sul conto del cliente: in quel momento crea nuova moneta, sotto forma di deposito. Fra il 1945 e il 1947 i depositi bancari quadruplicarono. Già nel 1944 Baffi aveva avvertito che “l’inflazione attuale” era molto più bassa “dell’inflazione potenziale”: se il denaro che affluiva alle banche fosse stato rimesso in circolazione, avrebbe prodotto “tutto il suo effetto sui redditi e sui prezzi”.
Il terzo canale era l’estero: la carenza di materie prime sui mercati internazionali, le oscillazioni del cambio della lira, gli accaparramenti di valuta.
Su quale di questi rubinetti chiudere per primo, dentro la Banca d’Italia, non tutti erano d’accordo. Einaudi, economista liberale cresciuto nella tradizione classica, guardava soprattutto al primo: il colpevole era lo Stato che spendeva troppo e si faceva finanziare dalla banca centrale. “Sino a quando non si sarà provveduto a coprire, senza ricorrere ai biglietti, tutte le spese pubbliche”, scrisse nelle Considerazioni finali di inizio 1947, “non avremo allontanato da noi lo spettro dell’inflazione”. Baffi e il Servizio studi insistevano sul secondo: dall’autunno 1946, sostenevano, il motore principale dell’inflazione era diventato il credito bancario. Einaudi arrivò a togliere dalle Considerazioni finali un passaggio di una nota di Baffi che metteva in guardia proprio dai rischi del credito facile.
La scommessa del governatore
Perché Einaudi, che pure conosceva bene questi rischi, non chiuse subito il rubinetto delle banche? La risposta degli autori del quaderno è che il governatore aveva fatto una scommessa: prima la crescita, poi la stabilità.
L’apparato industriale italiano non era stato distrutto dalla guerra quanto si temeva. A fine 1946 la produzione industriale era tornata in media al 70 per cento del picco prebellico, il tessile addirittura al 100. Ma restava un’economia fragile, che senza credito non sarebbe ripartita. E la popolazione era povera al punto che tagli bruschi della spesa pubblica sarebbero stati socialmente intollerabili. La realtà da “guardare in faccia”, come scriveva Einaudi nella Relazione sul 1945, era questa: usare la liquidità delle banche per finanziare la ricostruzione.
Einaudi, del resto, non considerava una moderata inflazione soltanto un male: stimolava la crescita e riduceva il peso del debito pubblico (se i prezzi raddoppiano, un debito di 100 lire vale, in termini reali, la metà). Qualche studioso ne ha dedotto, e anche Guido Carli lo lasciò intendere nelle sue memorie, che lasciò correre i prezzi proprio per alleggerire il debito dello Stato. Gli autori del quaderno respingono questa tesi “estrema”: un conto è tollerare un po’ di inflazione, un altro è assecondare aumenti del 60 per cento all’anno.
C’era infine un problema pratico: la Banca d’Italia non aveva lo strumento adatto. La legge bancaria del 1926 prevedeva che i depositi di una banca non potessero superare venti volte il suo patrimonio, ossia i mezzi propri degli azionisti; l’eccedenza andava congelata presso la Banca d’Italia o il Tesoro. Ma l’inflazione aveva gonfiato i depositi molto più dei patrimoni, e applicare quella regola avrebbe costretto molte banche a chiedere indietro i prestiti alle imprese. Nel 1946 il rapporto fu allargato a 1 a 30, ma neppure questo bastava. I calcoli della Banca mostravano che il Banco di Roma avrebbe dovuto bloccare il 75,4 per cento dei suoi depositi. Lo strumento c’era sulla carta, ma era inservibile. Un po’ come avere un estintore che, se usato, allaga la casa.
Due prestiti, due destini
Così Einaudi puntò su un’altra arma: i prestiti nazionali. Se i risparmiatori prestavano i loro soldi allo Stato comprando titoli pubblici, il denaro usciva dalla circolazione, le lasagne tornavano in cucina e lo Stato si finanziava senza stampare moneta.
Il primo tentativo andò benissimo. Il Prestito della Liberazione, lanciato nella primavera-estate del 1945, offriva buoni del Tesoro a cinque anni con un interesse del 5 per cento e un rendimento effettivo intorno al 6. Con i prezzi che crescevano a quei ritmi era un rendimento reale ampiamente negativo, ossia, al netto dell’inflazione, chi comprava ci rimetteva. Ma le alternative erano peggiori: i depositi bancari rendevano al massimo il 2 per cento, la Borsa attraversava uno dei periodi peggiori della sua storia, secondo solo al crollo del 1907. Il prestito raccolse 106 miliardi da quasi due milioni di sottoscrittori, pari al 28 per cento della moneta in circolazione. Einaudi parlò di “un plebiscito dei risparmiatori a favore del governo dell’Italia risorta”.
Forte di quel successo, nel novembre 1946 lo Stato lanciò il Prestito della Ricostruzione. Questa volta i titoli erano trentennali, con un interesse del 3,5 per cento e un rendimento effettivo del 3,72. E l’inflazione, in quel momento, correva di nuovo intorno al 60 per cento. Il richiamo, oltre ai vantaggi fiscali, era soprattutto patriottico: Menichella coinvolse persino l’Azione cattolica, che esortò i fedeli a sottoscrivere in nome della “civica solidarietà”.
Sulla carta il risultato fu buono: 231 miliardi raccolti. Ma il grafico qui sotto mostra il “trucco”. Più della metà di quella cifra arrivava da depositi e titoli vincolati delle banche e da altre somme che già stavano fuori dalla circolazione. Il contante vero, quello che serviva a togliere lasagne dai tavoli, fu di appena 102 miliardi. E nel frattempo, fra maggio 1946 e gennaio 1947, la circolazione era cresciuta di circa 104 miliardi. Il prestito, insomma, aveva tolto dall’economia più o meno quanto vi era entrato in otto mesi.

“Il pubblico non risponde più”, annotò Einaudi nel suo diario. Peggio: chi aveva risposto ci rimise parecchio. Baffi stimò che i sottoscrittori dei due prestiti persero fra un terzo e la metà del capitale investito, mangiato dall’inflazione. Anni dopo, nei documenti preparatori della Relazione annuale sul 1951, la Banca stessa avrebbe parlato di “profonda ingiustizia” nei confronti di quei risparmiatori.
È proprio questo fallimento, secondo gli autori del quaderno, la chiave della svolta. Einaudi capì che, se i risparmiatori si fossero sentiti traditi, avrebbero smesso di fidarsi della lira, e allora nessuna crescita avrebbe retto. Il rischio più grande per la ripresa non era più un credito troppo scarso, ma una fiducia che si stava esaurendo.
La minaccia di Menichella
A metà gennaio del 1947 Menichella, appena tornato dagli Stati Uniti al seguito di De Gasperi, parlò all’assemblea dell’Associazione bancaria italiana. Il messaggio ai banchieri fu chiaro: smettetela di finanziare chi accumula scorte per speculare, altrimenti la Banca d’Italia userà “mezzi inusitati nel nostro Paese”, come l’obbligo di versarle una parte delle vostre disponibilità.
Gli economisti chiamano questo genere di intervento “moral suasion”, persuasione morale: la banca centrale non impone nulla, ma fa capire che potrebbe farlo. Inviti simili erano già caduti nel vuoto. Questa volta funzionò, perché la minaccia era credibile: i banchieri sapevano che via Nazionale stava preparando uno strumento nuovo. Già nel primo semestre del 1947, prima che qualunque regola entrasse in vigore, i prestiti bancari in termini reali si ridussero sensibilmente.
Lo strumento nuovo si chiamava riserva obbligatoria elastica. Nel febbraio 1947 Einaudi ne spedì lo schema, con tanto di bozza di decreto, al ministro del Tesoro Pietro Campilli. Il meccanismo era questo. Ogni banca poteva usare liberamente i depositi fino a dieci volte il proprio patrimonio. Sulla parte eccedente doveva accantonare una quota, in contanti presso la Banca d’Italia o il Tesoro oppure in titoli di Stato, e quella quota, l’aliquota, la fissava la banca centrale a seconda delle circostanze. Di qui l’aggettivo “elastica”: non un muro fisso come la vecchia regola del 1926, ma un rubinetto che si poteva stringere o allargare.
Per tornare alla metafora del ristorante, le prime dieci teglie di lasagne si servono liberamente, ma di ogni teglia in più una parte resta in frigo, e quanta lo decide di volta in volta la banca centrale.
Il ritardo che aiutò
Poi la riforma si arenò. Campilli, coinvolto in una vicenda di aggiotaggio da cui una commissione d’inchiesta lo prosciolse solo ad aprile, rinviò il decreto e lo legò alla nascita di un nuovo organismo, il Comitato interministeriale per il credito e il risparmio (Cicr), la cui istituzione dovette passare per l’Assemblea costituente. La situazione si sbloccò quando, nel maggio 1947, nacque il quarto governo De Gasperi, senza i partiti di sinistra, con Einaudi vicepresidente del Consiglio e ministro del Bilancio. Il Cicr fu costituito a luglio. Il 4 agosto Menichella, che dalla fine di maggio faceva le veci del governatore, illustrò la manovra. Le nuove regole entrarono in vigore il 30 settembre 1947.
Rispetto alla proposta di febbraio, l’aliquota sui depositi esistenti oltre il decuplo del patrimonio fu dimezzata, dal 40 al 20 per cento, con un tetto pari al 15 per cento dei depositi totali di ciascuna banca. Sui nuovi depositi raccolti dopo il 1° ottobre restò il 40 per cento, con un tetto del 25. Nella prima decade di settembre, a completare la manovra, il tasso ufficiale di sconto, cioè il tasso al quale la Banca d’Italia prestava alle banche, era stato alzato dal 4 al 5,5 per cento.

La manovra era stata calcolata a fine 1946 e veniva applicata quasi un anno dopo: i numeri rischiavano di non tornare più. E invece, osservano gli autori, accadde un paradosso: il ritardo rafforzò la manovra. Nei mesi di attesa la moral suasion ebbe il tempo di agire. Il nuovo governo mandò un segnale di rigore. Arrivarono il prestito di 100 milioni di dollari della Eximbank americana, l’ingresso negli accordi di Bretton Woods e, soprattutto, le prime voci sul Piano Marshall, condizionato però alla stabilizzazione della lira. Banche e imprese si convinsero che la Banca d’Italia stava per vincere la partita, e le andarono incontro.
Il miracolo delle aspettative
I risultati superarono le previsioni più ottimistiche. I prezzi, che crescevano a un ritmo intorno al 60 per cento annuo, già nell’ottobre 1947 segnavano una variazione negativa del 3 per cento. Nel 1948 l’inflazione media fu negativa. Negli anni Cinquanta, guerra di Corea a parte, rimase fra l’1 e il 5 per cento.
La cosa sorprendente è che tutto questo accadde senza una vera stretta creditizia. La calibratura del Servizio studi era stata precisa al limite del chirurgico: le nuove regole vincolarono come riserva poco più di 112 miliardi di lire, a fronte di poco meno di 115 che le banche già tenevano liquidi presso la banca centrale, il Tesoro o in titoli utilizzabili. In altre parole, quasi nessuna banca dovette tagliare i prestiti per mettersi in regola. Quasi il 65 per cento degli istituti soggetti all’obbligo si adeguò entro i tre mesi previsti. Il volume dei prestiti rimase “pressoché stabile”, annotò Menichella, e nel 1948 riprese a crescere. Anche il disavanzo pubblico, a dire il vero, continuò ad aumentare.
Come si spiega, allora, che i prezzi si siano fermati? Torniamo alle lasagne. Non fu tanto la quantità di moneta a ridursi, quanto la sua velocità. Quando tutti si convinsero che i prezzi avrebbero smesso di correre, smisero di correre anche loro. Nessuno aveva più fretta di spendere, e le imprese che avevano riempito i magazzini scoprirono che conveniva vendere le scorte prima che perdessero valore. Le merci tornarono sul mercato, e i prezzi scesero. La moneta, insomma, rallentò perché erano cambiate le aspettative.
Gli autori del quaderno parlano di un “cambio di regime”: la manovra cambiò “le regole del gioco” più che la quantità di denaro. La teoria economica avrebbe dato un nome a questo meccanismo, le aspettative che “si autoavverano”, solo una quarantina d’anni dopo.
Il conto da pagare
Non fu però una favola senza costi. All’inizio del 1948 la produzione industriale scese di circa il 15 per cento rispetto al picco dell’ottobre precedente. La disoccupazione passò dall’8,5 al 9,4 per cento, con un picco di quasi due milioni e mezzo di disoccupati nell’aprile 1948. La Borsa cadde, e alcune banche, soprattutto piccole banche private, dovettero liquidare parte dei prestiti per rispettare i nuovi obblighi. L’autunno del 1947 fu segnato da forti tensioni sociali, soprattutto al Nord.
Gli effetti negativi furono riassorbiti in pochi mesi, ma non tutti hanno giudicato la manovra con favore. Alcuni economisti, fra cui Marcello De Cecco, la considerarono eccessivamente restrittiva. Altri hanno attribuito il successo soprattutto al Piano Marshall e alla svolta politica del maggio 1947. Gli autori del quaderno mettono al centro l’azione della banca centrale e le aspettative, pur riconoscendo il contributo dei fattori esterni. Tutti, critici compresi, concordano però su un punto: la stabilizzazione del 1947 fu uno spartiacque.
Che cosa ci racconta questa storia
Ottant’anni dopo, questa storia lascia alcune considerazioni abbastanza chiare.
La prima è che l’inflazione del dopoguerra fu figlia della sconfitta in un senso più profondo di quanto si dica di solito. Non soltanto per la moneta stampata dai tedeschi e dagli alleati, ma per lo sconforto che le clausole del Trattato di pace diffusero fra gli italiani. Il “panico da Trattato” fece più danni di molte rotative.
La seconda è che i prezzi non dipendono solo da quanta moneta c’è, ma da quanto in fretta la gente decide di spenderla. E questo dipende dalla fiducia. Einaudi e Menichella non tolsero di colpo il denaro dall’economia: convinsero banche, imprese e famiglie che la lira sarebbe tornata a valere qualcosa. La loro arma più efficace fu la credibilità. Anzi, una minaccia credibile.
La terza, forse la più importante, riguarda chi paga. Nel lungo braccio di ferro fra crescita e stabilità, i primi a rimetterci furono i piccoli risparmiatori che avevano creduto nei prestiti di Stato. Fu la loro delusione a convincere Einaudi che non si poteva più aspettare. Vale ancora oggi: quando la fiducia dei risparmiatori si incrina, l’inflazione smette di essere un problema tecnico e diventa una questione di sopravvivenza per l’economia.
Da quella manovra iniziò un decennio di prezzi stabili e di crescita che avrebbe portato l’Italia, di lì a poco, al suo miracolo economico. Un miracolo che, a ben vedere, cominciò in un ristorante immaginario, quando qualcuno decise che le lasagne non sarebbero state più infinite.
Fonti
- P.F. Asso e M. Messori, Luigi Einaudi Governatore (1945-1948). Dopoguerra, ricostruzione, stabilizzazione, Quaderni di Storia economica n. 58, Banca d’Italia, settembre 2026: pagina della pubblicazione e testo integrale in pdf.
- I documenti d’archivio citati (la nota di Paolo Baffi ad Antonino Occhiuto sul “sogno”, la lettera di Luigi Einaudi a Pietro Campilli del 15 febbraio 1947, i memorandum della Banca d’Italia sul Trattato di pace, gli appunti di Donato Menichella) sono conservati nell’Archivio storico della Banca d’Italia e riportati nel quaderno; molti sono pubblicati in S. Ricossa e E. Tuccimei (a cura di), La Banca d’Italia e il risanamento post-bellico, 1945-1948, Collana storica della Banca d’Italia, Laterza, 1992.
- Le Considerazioni finali del governatore sul 1945 e sul 1946 (testo delle Considerazioni finali sul 1946) e il diario di Einaudi (Diario 1945-1947, a cura di P. Soddu, Laterza, 1993) sono citati attraverso il quaderno.
- I grafici sono elaborazioni di TheWalkingDebt sui dati riportati nel quaderno.

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