La ragnatela degli squilibri/4. La cura letale

Abbiamo visto come gli squilibri globali si siano accumulati nel tempo, spinti più dalla finanza che dal commercio, e come i redditi da capitale li rendano persistenti. Resta la domanda che più interessa ai governi: si possono ridurre?
Gli economisti della Bis autori dello studio da cui è nata questa miniserie provano a rispondere simulando alcuni scenari. Prima di guardarli, però, serve un’avvertenza. Le simulazioni misurano l’effetto immediato di uno shock sulle posizioni nette, tenendo fermo tutto il resto. In sostanza ci dicono cosa succederebbe ai bilanci dei paesi il giorno dopo, non come reagirebbero mercati e governi nei mesi successivi. I numeri vanno quindi presi come ordini di grandezza.
Il punto di partenza è lo scenario in cui non succede nulla. Se commercio e redditi restano ai livelli del 2025, e cambi e prezzi non si muovono, gli squilibri non restano fermi. Crescono, dal 41% al 46% del pil mondiale nel 2030. I creditori incassano rendite e le reinvestono, i debitori pagano interessi e si indebitano ancora. Stare fermi, insomma, significa peggiorare.

Detto ciò, vediamo i rimedi. Il primo, che torna periodicamente nel dibattito almeno dagli accordi del Plaza del 1985, è la svalutazione del dollaro. Gli autori simulano un deprezzamento del 20% rispetto a tutte le altre valute.
Il meccanismo è semplice. L’86% delle passività estere americane è denominato in dollari, mentre il 70% delle attività è in altre valute. Se il dollaro scende, il valore delle attività cresce e quello delle passività praticamente non cambia. La posizione netta degli Stati Uniti migliorerebbe di circa cinquemila miliardi di dollari.
Il resto del mondo, però, funziona al contrario. Quasi tutti i paesi hanno più attività in dollari che passività in dollari, e una svalutazione della moneta americana finirebbe con l’impoverirli. La Corea ha in dollari il 60% delle attività estere e il 19% delle passività. Il Messico il 79% contro il 38%. L’India il 52% contro il 17%.
In rapporto al pil, gli effetti sarebbero rilevanti. L’Olanda perderebbe 50 punti, e la sua posizione creditoria del 49% diventerebbe negativa. L’Ungheria ne perderebbe 25, Canada e Spagna 20, il Regno Unito 16. Qualcuno ci guadagnerebbe: la Norvegia 40 punti, e in misura minore Germania e Russia, perché le loro attività estere sono così ampie da compensare lo sbilanciamento valutario.
E gli squilibri globali? Scenderebbero dal 41% al 38% del pil mondiale. Tre punti appena, a fronte di uno shock che in alcuni paesi cancellerebbe in un colpo la ricchezza estera accumulata in decenni. Gli autori aggiungono che una svalutazione abbastanza ampia da incidere davvero, soprattutto se rapida, comporterebbe rischi finanziari che le simulazioni non includono.
Il secondo rimedio è ridurre direttamente gli squilibri commerciali, con i dazi o con qualunque altro strumento. Gli autori ipotizzano un dimezzamento di tutti i saldi commerciali, surplus e deficit, mantenuto per cinque anni. Un’ipotesi estrema.
Il risultato è che nel 2030 gli squilibri sarebbero al 41% del pil mondiale, lo stesso livello del 2025. Il dimezzamento del commercio basterebbe appena a compensare la crescita “spontanea” degli stock. La posizione americana passerebbe dal -71% al -63% del pil, restando largamente negativa. E la quota degli Stati Uniti sugli squilibri globali resterebbe intorno al 39%.
Perché il commercio incida davvero, concludono gli autori, dovrebbero cambiare le cause strutturali degli squilibri, non quelle congiunturali. Nel frattempo ci sarebbero comunque dei perdenti, a cominciare da Norvegia, Olanda e Svizzera, i paesi che più hanno beneficiato dei surplus.
Il terzo scenario non è un rimedio ma un rischio. E non del tutto ipotetico, visto che gli stessi autori notano che i tassi sono saliti dopo il 2025. Si immagina un aumento di 400 punti base, cioè di quattro punti percentuali, dei tassi sul debito estero dei paesi con debito pubblico oltre il 90% del pil. Nel campione sono dieci, fra cui Stati Uniti, Giappone, Francia, Regno Unito e Italia. Un aumento del genere riporterebbe i rendimenti sui livelli medi precedenti la crisi del 2008.
L’effetto è duplice. Nell’immediato i debitori guadagnano, perché il valore di mercato del loro debito scende. Negli anni successivi, però, pagano interessi più alti, che i creditori incassano. Alla fine prevale il secondo. Nel 2030 gli squilibri salirebbero al 48% del pil mondiale e la posizione degli Stati Uniti scenderebbe al -75% del pil. L’Olanda guadagnerebbe 26 punti, la Svizzera 23, la Germania 16. La Norvegia invece ne perderebbe 29, perché le perdite immediate sul suo portafoglio obbligazionario supererebbero, nell’arco di cinque anni, i maggiori interessi incassati.
Messi in fila, gli scenari dicono una cosa semplice. Le cure di cui si discute, svalutare il dollaro o comprimere il commercio, agiscono sui flussi. Ma il problema, ormai, sta negli stock, che rispondono lentamente. Curiosamente, svalutazione e restrizioni commerciali sono i rimedi più menzionati nel dibattito pubblico. Forse perché sono facili da spiegare e politicamente spendibili. Peccato funzionino poco e male. Sono cure che non curano. Tranquillizzano il paziente, ma alla lunga rischiano di essere letali.
(4/segue)
