
Pochi giorni fa le dogane cinesi hanno comunicato che nei primi nove mesi dell’anno l’avanzo commerciale della Cina ha toccato i 938 miliardi di dollari, con le esportazioni di settembre cresciute di oltre il 36% rispetto a un anno prima. Un risultato notevole per un paese al quale il suo principale cliente, gli Stati Uniti, ha chiuso la porta in faccia a colpi di dazi da un anno e mezzo. Viene da chiedersi dove siano finite tutte quelle merci.
La risposta, almeno in parte, la conosciamo già. Ne abbiamo scritto quest’estate, commentando i rapporti della Bis: le merci hanno cambiato strada. Il Fmi fornisce alcune informazioni in più su questo cambiamento in un box del suo ultimo World Economic Outlook dal titolo eloquente (“Where Did Displaced Trade Go? Evidence on Trade Reconfiguration and Export Resilience”). I dati arrivano fino a maggio 2026. Le stime si basano su un confronto controfattuale, ossia misurando la distanza fra le esportazioni reali e quelle ipotetiche che avrebbero potuto esserci in assenza dei dazi. Si tratta quindi di una stima.
Gli economisti hanno definito “trade deflection”, deviazione del commercio, lo spostamento delle esportazioni da un mercato che alza le barriere verso paesi terzi, per gli stessi prodotti. In sostanza: se non posso vendere le mie lavatrici in America, provo a venderle altrove.
È esattamente quello che mostra il primo pannello del grafico in apertura. Fra febbraio 2025 e gennaio 2026 le esportazioni cinesi verso gli Stati Uniti sono calate del 22%, e quelle americane verso la Cina del 25%. Un colpo che ha sottratto 3,3 punti alla crescita dell’export totale cinese e 1,7 a quello americano. Ma nello stesso periodo le esportazioni dei due paesi verso il resto del mondo sono cresciute più del previsto: a gennaio quelle cinesi erano 4,7 punti sopra la tendenza precedente ai dazi, quelle americane 2,6. Il risultato netto è che l’export complessivo di entrambi è rimasto entro circa un punto dalla sua traiettoria pre-dazi. E fino a maggio il guadagno sui mercati terzi si è allargato ulteriormente, mentre il commercio diretto fra i due paesi recuperava una parte del terreno perso.
Il secondo pannello va un passo più in là e prova a misurare quanta parte del commercio “a rischio”, cioè quello che la Cina esportava negli Stati Uniti prima dei dazi, sia stata dirottata altrove. Nell’arco di un anno, le esportazioni cinesi degli stessi prodotti verso altri mercati sono cresciute fino al 52% del commercio a rischio. Siccome però una parte di questa crescita ci sarebbe stata comunque, il Fmi depura il dato dalla tendenza preesistente e arriva al 39%. Quasi quattro dollari su dieci che Washington ha respinto, insomma, sono stati venduti altrove nel giro di dodici mesi.
E qui arriva il dettaglio che fa riflettere. Facendo lo stesso calcolo per le esportazioni americane colpite dai controdazi cinesi, la deviazione si ferma al 17% del commercio a rischio, che scende al 7% una volta tolta la tendenza preesistente. Al netto delle tendenze, la Cina ha ricollocato una quota del commercio perso più di cinque volte superiore a quella degli Stati Uniti.
Il Fmi spiega questa asimmetria, fra le altre cose, con la diversa esposizione dei due paesi: prima dei dazi gli Stati Uniti assorbivano il 15% delle esportazioni cinesi, la Cina solo il 7% di quelle americane. I cinesi avevano quindi molto più da perdere, e molto più da ricollocare. Ma il dato si presta anche a un’altra lettura: chi ha costruito la propria forza sull’export ha anche imparato a cercarsi i mercati. I dazi lo ostacolano, ma fino a un certo punto. Chi li impone, invece, scopre che le barriere funzionano anche al contrario.
Resta da capire dove sia andata a finire la merce. Circa metà del commercio deviato è stata assorbita dall’Asia, emergente e avanzata. Quasi un quinto è arrivato nell’Unione europea, e quote via via più piccole in Medio Oriente e Asia centrale, in Africa e nelle Americhe. Rispetto alle importazioni complessive dei paesi di destinazione, i volumi deviati restano modesti; pesano di più in Africa, nei paesi dell’Asean e in Medio Oriente e Asia centrale. Quanto ai prodotti, verso l’Asia sono andate soprattutto macchine elettriche, verso il Medio Oriente veicoli.
Quel quinto arrivato in Europa merita una sottolineatura. Già a maggio, commentando un’analisi della Bce, osservavamo che le importazioni cinesi nel nostro continente si stanno spostando verso beni sempre più avanzati, mettendo sotto pressione i nostri produttori. La deviazione del commercio dovuta ai dazi americani è un’ulteriore spinta nella stessa direzione. I dazi decisi a Washington, insomma, si fanno sentire anche a Bruxelles. Non sulle nostre esportazioni, ma sulle nostre importazioni.
Il Fmi trae dall’analisi una conclusione rassicurante: le reti commerciali e produttive globali si sono dimostrate abbastanza flessibili da attutire l’effetto delle restrizioni sui flussi aggregati.
I meccanismi sono diversi, dalla riorganizzazione delle catene di fornitura al passaggio delle merci per paesi terzi, e il Fondo ammette che distinguerne il peso resta un lavoro da fare. In altre parole, non sappiamo ancora quanta parte di questa “resilienza” sia commercio davvero nuovo e quanta sia la stessa merce che fa un giro più lungo per arrivare al medesimo destinatario. Ma attenzione: se le frizioni commerciali persistono, i costi di efficienza “potrebbero accumularsi nel tempo”.
Il commercio, insomma, non è sparito, ma ha dovuto cambiare percorso. E i percorsi più lunghi costano di più: più intermediari, più trasporti, catene di fornitura duplicate per aggirare un confine. Un costo che non si vede nelle statistiche del commercio, che anzi registrano volumi in tenuta, ma che finisce prima o poi nei prezzi e nella produttività.
Il bilancio, a un anno e mezzo dall’inizio della guerra dei dazi, è quindi curioso. Gli Stati Uniti volevano ridurre il loro squilibrio con la Cina. Il commercio bilaterale si è effettivamente ridotto, ma la Cina vende quasi quanto prima, solo altrove, e il suo avanzo complessivo continua a crescere. E chi ha trovato meno sbocchi alternativi sono stati proprio gli esportatori americani, che si sono visti chiudere il mercato cinese e ne hanno ritrovati pochi altrove. Chi di dazi ferisce…

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