Usa e Ue legati dall’insolito destino del commercio

I dati raccolti di recente da Brookings sull’interscambio statunitense con le principali regioni del mondo confermano quello che tutti sanno già ma che viene costantemente dimenticato: Gli Stati Uniti sono legati all’Unione Europea assai più che ai loro vicini più prossimi, quanto a intensità di flussi e ammontare degli stock dei loro scambi.
La tabella che apre questo post dice tutto quello che c’è da sapere. La Cina, che pure riveste un ruolo molto importante nel sistema produttivo statunitense, ha una storia troppo recente nel commercio internazionale per essere anche solo paragonabile a quella europea, nella quale affondano le radici della storia americana. Mentre Messico e Canada, ossia i confinanti, sono sicuramente importanti, più per i beni che per i servizi, ma se guardiamo agli stock di investimenti Usa che attraggono non sono neanche lontanamente paragonabili a quelli del vecchio continente. Il fatto, in tutta la sua semplicità, è che i legami che uniscono l’Europa agli Usa sono antichi e consolidati e questo dovrebbe suggerirci qualcosa circa le nostre prospettive.
Soprattutto, dovremmo chiederci perché ancora oggi circolino autentiche leggende metropolitane. “Funzionari e leader aziendali tedeschi affermano regolarmente che la Cina è il principale partner commerciale della Germania”, ricorda Brookings, quando “il commercio tra Cina e Germania di beni e servizi per 348,45 miliardi di dollari è stato circa il 12% inferiore al commercio tra Stati Uniti e Germania che ha raggiunto i 394,15 miliardi di dollari nel 2022”. Al tempo stesso trascuriamo il fatto che “sia il commercio tra Stati Uniti e Cina che il commercio tra UE e Cina si sono indeboliti nel 2023, mentre il commercio tra Stati Uniti e UE si è rafforzato”.
Queste evidenze, spesso celate nel discorso pubblico, raccontano semmai di una realtà che, pervicacemente, contrasta con certi nostri abiti mentali, spesso viziati da pregiudizi o fantasiose ambizioni. Ossia con la circostanza che il destino, anche commerciale, che lega gli Usa all’Europa è forte abbastanza da infischiarsene della geografia.
Stando così le cose, possiamo solo rimpiangere ogni occasione perduta nell’approfondire i nostri rapporti con i nostri cugini statunitensi, come è successo ad esempio in occasione del negoziato sul trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti (TTIP). Per quanto possa risultare complesso integrare le politiche commerciali fra sue regioni diverse in molte cose, bisognerebbe ricordare che sono più i punti che uniscono che quelli che dividono, specie in un contesto globale dove si parla di Brics, Sud del mondo ed altre amenità, che suggeriscono l’intenzione dei paesi emergenti a costruire una sorta di asse dialettico da contrapporre a quelli ad economia più avanzata.
Il fatto è che Ue e Usa hanno la possibilità, se vogliono, di proporsi come promotori di un nuovo ordine globale e non solo commerciale. Ricordare i loro legami commerciali serve solo a sottolineare le loro responsabilità. Mettere in discussione questi legami, alimentando suggestioni “separatiste” serve solo a indebolire l’una e gli altri. Per la gioia di chi non aspetta altro.

I massimi rappresentanti della politica internazionale non si peritano di affermare a chiare lettere che la guerra in Ucraina, così come il conflitto israelo-palestinese e, più in generale, i venti di guerra che soffiano impetuosi nel periodo che stiamo vivendo, costituiscono una svolta di portata storica non solo sul terreno della definizione dei confini territoriali, ma anche nel senso che gli esiti delle guerre in corso potrebbero contribuire a delineare il volto del futuro economico mondiale. Sono in gioco, per l’appunto, le cause materiali dei conflitti militari, ossia gli interessi economici che muovono i conflitti militari contemporanei, in Ucraina e nel resto del mondo. Orbene, per comprendere questo determinante ordine di cause occorre partire, a giudizio di qualificati analisti economici, da una grande svolta che da diversi anni caratterizza la politica economica degli Stati Uniti d’America: la crisi finanziaria del 2008. In quella congiuntura critica gli americani si sono resi conto, infatti, che stavano importando molte più merci di quante ne riuscissero ad esportare, e che così stavano accumulando un ingente debito verso l’estero, non solo pubblico ma anche privato: un debito potenzialmente insostenibile. Basti pensare che il passivo netto americano verso l’estero è arrivato a 18.000 miliardi di dollari, un primato negativo senza precedenti. Di contro, l’attivo netto cinese verso l’estero è arrivato a 4.000 miliardi, l’attivo netto russo a 500 miliardi, e così via. Sennonché il problema è che il creditore può utilizzare il suo attivo per cominciare ad acquisire il capitale del debitore. In altre parole, l’Oriente può iniziare a comprare aziende occidentali, ponendo in atto quel fenomeno che Marx definisce come “centralizzazione del capitale” in un nucleo ristretto di grandi imprese. Tale tendenza è tipica del capitalismo; la novità però è che, questa volta, si tratta di grandi imprese orientali. Dinanzi a questa nuova tendenza, di una potenziale centralizzazione capitalistica nelle mani dei grandi creditori orientali, dal 2008 in poi l’amministrazione americana ha compiuto una svolta: non più verso il libero scambio globale ma verso un protezionismo sempre più unilaterale e aggressivo. Del resto, le avvisaglie di questa linea risalgono alla presidenza di Obama, mentre il suo pieno sviluppo si è avuto con la presidenza di Trump e, in piena continuità con questa, sotto la presidenza di Biden, confermando in tal modo che il protezionismo è una questione decisiva per gli interessi economici statunitensi. La storia, d’altronde, ci insegna che questi mutamenti unilaterali, nella fattispecie il passaggio dal globalismo al protezionismo, sono stati spesso sorgenti di conflitti economici sfociati poi in vera e propria guerra militare, che è quanto dire in un classico conflitto imperialista. Così, le rimostranze dei creditori orientali verso la svolta protezionista americana rappresentano chiaramente un indizio significativo per comprendere l’origine delle attuali tensioni internazionali. In questo senso, l’Ucraina è diventata uno dei molteplici focolai di una contesa che non ha semplicemente a che fare con i temi tradizionali della geopolitica (sovranità, sicurezza, confini), poiché è l’espressione di un colossale scontro capitalistico in atto a livello mondiale: scontro che ha una sua precisa base materiale, di carattere economico. E il fatto che l’Unione Europea si sia accodata all’aggressiva linea americana, pur non avendo un problema di debito verso l’estero, è la dimostrazione inoppugnabile della sua debolezza politica e della sua complementarità strategica rispetto alla potenza egemonica degli Stati Uniti.
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