Russia, Cina e Iran: il triangolo dell’oro nero


La decisione di Donald Trump di uscire dall’accordo sul nucleare iraniano ha agitato i mercati petroliferi provocando un prevedibile aumento delle quotazioni, da un livello già “tirato” dai tagli alla produzione voluti dall’Opec e dalla Russia. Non a caso l’Arabia Saudita si è affrettata a ribadire che assicurerà la stabilità negli approvvigionamenti, potendo contare su circa due milioni di barili di ulteriore capacità produttiva potenziale, secondo le stime di Platts. Anche la Russia, dal canto suo, potrebbe aumentare senza troppe difficoltà la produzione di 100-150 mila barili al giorno, secondo le stime di alcuni analisti. Più che sufficienti a coprire la perdita di petrolio iraniano a causa delle sanzioni.

Per avere un’idea di quanto possa pesare la mossa di Trump in termini di produzione, si può ricordare che quando entrarono in vigore le sanzioni nel 2012 la produzione iraniana si contrasse per circa un milione di barili, come si può osservare dal grafico sotto elaborato da Platts.

Al momento l’Iran esporta circa 2,5 milioni di barili a giorno. Le sanzioni collegate al business energetico avranno effetto immediato per i nuovi contratti, e nell’arco di circa sei mesi per quelli in corso. In pratica le compagnie internazionali che faranno affari energetici con l’Iran si troveranno sbarrate le porte del sistema bancario Usa. Una notevole complicazione, se non altro per l’esigenza di ottenere dollari con cui fare acquisti internazionali”. Secondo alcuni calcoli degli analisti, l’Iran rischia di perdere subito 200 mila barili di export e fino a 500 mila nello spazio dei prossimi sei mesi. Le stime più pessimistiche arrivano a quotare un milione di barili la perdita di export per la repubblica islamica, come nel 2012. Ma si tratta di una perdita di barili di petrolio per il mercato internazionale che l’Opec e la Russia, se lo vorranno, potranno tranquillamente compensare.

Ciò quindi rende poco comprensibile la ragione dello strappo dei prezzi sui mercati, a meno di non considerarli una semplice espressione di volatilità. Il nervosismo dei prezzi si capisce meglio, tuttavia, se si ricorda che l’aumento delle tensioni attorno alla penisola arabica mette in fibrillazione un’area dove, fra lo stretto di Hormuz e quello di Bab-el-Mandeb, fra il Golfo Persico e il Mar Rosso, viene trasportato circa il 35% del petrolio mondiale che viaggia per mare. Parliamo di oltre 23 milioni di barili al giorno che alimentano il commercio internazionale di tutti i paesi della regione – oltre naturalmente a sostenere l’economia globale. Molti ricorderanno che l’Iran in passato ha già minacciato di chiudere lo stretto di Hormuz, su cui si affaccia la sua costa meridionale, di fronte a Doha, Abu Dhabi e Dubai, in risposta all’aumentare delle tensioni con l’Occidente, e questo basta a riscaldare i prezzi dei future. Ma da allora lo scenario è mutato. E i fatti nuovi hanno cambiato sostanzialmente le regole del gioco.

Il primi di questi fatti nuovi è il peso specifico della Cina, sia nel mercato energetico che in quello finanziario. La Cina ormai da mesi è diventato il primo importatore di greggio, superando gli Usa, che possono contare sulla produzione di shale oil per il loro fabbisogno. Nel mese di aprile 2018 le importazioni cinesi avrebbero superato i 39 milioni di tonnellate. Un chiaro segnale di come la domanda cinese, pur nella sua stagionalità, sia candidata ad essere il vero game changer del Grande Gioco energetico globale, sul petrolio come sul gas. La Cina, come abbiamo visto sul grafico, è il primo importatore del petrolio iraniano, e non è certo un caso che all’indomani della decisione di Trump si sia affrettata a rassicurazione la repubblica islamica che i suoi contratti sarebbero proseguiti regolarmente. Ma la Cina è anche una grande acquirente di petrolio russo. La Russia infatti, seguita dall’Arabia Saudita, l’Angola e l’Iraq,  il primo fornitore di greggio di Pechino (5,67 milioni di tonnellate a gennaio 2018, pari a 1,34 milioni di barili), potendo contare anche sul recente potenziamento delle infrastrutture di trasporto grazie alla messa in servizio di un secondo oleodotto dell’Est Siberia-Oceano Pacifico (ESPO). L’oro nero, insomma, lega come un immaginario triangolo la Cina, la Russia e l’Iran, la cui importanza strategica è ancora celata dalla circostanza che queste transazioni commerciali avvengono l’ambito del mercato petrolifero globale quotato in dollari. Ed è questo scenario usuale che ha subito una ulteriore evoluzione.

L’articolo completo è stato pubblicato sull’edizione on line di Aspenia a questo link.

 

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