L’assedio cinese al mercato internazionale delle commodity


La lunga e paziente opera cinese di costruzione di un ruolo da leader nel mondo si basa su un semplice dato di fatto: la dimensione della sua economia. La Cina è un paese enorme, popolato da una moltitudine di persone che esprime una quota crescente dei consumi globali. E se pure è ancora poco più di una speranza quella che vede i consumatori cinesi – e magari anche quelli indiani – compensare con i propri appetiti l’astenia delle popolazioni occidentali, ormai anziane e demotivate, una cosa sta già accadendo: i cinesi sono diventati grandi protagonisti nel consumo di materie prime e ciò è una ragione più che sufficiente per spiegare perché, ormai da anni, sia partito in perfetto stile cinese, quindi senza troppo clamore, un notevole attivismo dei cinesi sui mercati delle commodity, uno dei bastioni meglio difesi della finanza occidentale.

Il momento saliente di questa ennesima sfida cinese alle consuetudini finanziarie globali è arrivato lo scorso 26 marzo, quando è stato lanciato a Shanghai il future in yuan sul petrolio che sta già conquistando i suoi primi record. Ma il petroyuan è solo la punta di un iceberg nascosto nel variopinto mondo della finanza cinese, dove le borse delle commodity stanno letteralmente esplodendo sotto la pressione di una domanda crescente, alimentata dalla voracità dell’economia nazionale, e insieme da una vocazione altrettanto florida di pattuglie di speculatori, spesso investitori retail, attratti dalle possibilità di investimento sugli strumenti derivati che queste borse offrono agli investitori nazionali. La passione cinese per i future è di lunga data. Nel 1990 fu aperta la borsa di Zhengzhou, nel 1993 quella di Dalian, e nel 1999 arrivò la borsa di Shanghai. Più tardi, nel 2006, aprì anche la China Futures Exchange, che però tratta derivati di tipo finanziario (azioni, tassi di interessi e valute). E si calcola che nel 2017 il totale dei contratti scambiati abbia superato i 25 trilioni di valore, più del doppio del pil cinese.

Le statistiche raccontano della passione tutta cinese per le scommesse su qualunque tipo di future: da quello sul petrolio a quello sulle mele. Ma la vera novità è che adesso, pure se con molta prudenza, le autorità stanno iniziando ad aprire le borse cinesi sulle materie prime anche agli investitori esteri. Lo scopo è evidente: da una parte aumentare la liquidità di questi mercati, e perciò stabilizzarli. Quindi favorire indirettamente l’internazionalizzazione delle yuan, ancora molto limitata. In sostanza le commodity sono un ottimo pretesto per le prove generali di internazionalizzazione della moneta cinese, nell’attesa che Pechino si decida a rendere la valuta convertibile, e insieme aumentare il potere d’influenza cinese in un mercato dove i prezzi (in dollari) vengono decisi lontano dalla Cina.

Anche qui, il petroyuan è stato lo strumento per presentare in grande stile questa nuova tendenza. Ma non è l’unico caso. Le autorità, consapevoli della forza relativa che la domanda cinese di materie prime esprime sui mercato internazionali, hanno lanciato future su acciaio e minerale di ferro che ormai sono comunemente utilizzati come indicatori per monitorare il sentiment del mercato cinese dell’acciaio e stanno assumendo un’influenza crescente sui mercati fisici. La qualcosa è del tutto ovvia se uno considera che la Cina importa più di un miliardo di tonnellate (metric tons, mt) di minerale di ferro e produce la metà dell’acciaio mondiale. Il future sui Rebar, le sbarre di acciaio che si utilizzano nell’industria delle costruzioni, sono stati lanciati nel 2009 nello Shanghai futures exchange (SHFE), lo stesso del petroyuan e ormai è diventato il future sui metalli più attivamente scambiato al mondo, con lotti di appena 10 mt che consentono anche a piccoli partecipanti di “giocare” sul mercato. Ciò ha provocato che accanto a grandi compagnie che commerciano acciaio e grandi case di investimento che si limitano a scommetterci sopra, la passione per il future è condivisa anche da centinaia di migliaia di piccoli investitori, più o meno ricchi, che scommettono sul rebar esattamente come fanno dal marzo scorso per il petroyuan. Gli osservatori infatti si sono accorti che il grosso delle contrattazione si concentra nelle ore notturne  – orario di Pechino – quando migliaia di piccoli investitori si collegano con i loro terminali alla borsa di Shanghai e iniziano a giocare. Una tendenza che si è conclamata dopo il crollo dei mercati borsistici del 2015 e che ormai sembra far parte del costume cinese, pure se il mercato delle commodity rimane uno dei più difficili da manovrare a fini speculativi, legato com’è alla stagionalità e ai capricci degli annunci politici. Questa estrema volatilità, che offre anche succulente occasioni per speculare, si è vista all’opera più volte.

Un altro strumento finanziario che ormai appartiene alla consuetudine cinese è il future sui materiali ferrosi (iron ore) lanciato dal Dalian commodity exchange (DCE) nell’ottobre del 2013. E un altro grande successo cinese per adesso noto solo agli specialisti.

In sostanza il future sui metalli ferrosi è il più scambiato dopo quello sui rebar e contribuisce sostanzialmente alla formazione dei prezzi internazionali di questa commodity. Secondo alcune stime di Platts gli investitori domestici scambiano mensilmente derivati oltre 2,7 miliardi di mt. Adesso il DCE, dal maggio scorso, ha aperto il suo mercato dei derivati sui minerali di ferro anche agli investitori stranieri e anche se il future viene scambiato e regolato in yuan, gli investitori potranno anche partecipare depositando valuta statunitense. Un espediente per attrarre quote crescenti di investitori esteri. Questi ultimi sono ancora ai margini del DCE mentre sono pienamente attivi nelle borse internazionali di commodity a Singapore, dove l’influenza cinese è comunque rilevante. Proprio a Singapore infatti opera un’altra borsa, l’Asia Pacific exchange (APEX) che commercia in derivati, la terza per dimensione e con notevoli capitali cinesi alle spalle, e che di recente ha lanciato un future sull’olio di palma denominato in dollari per far concorrenza ai contratti denominati in ringgit, la valuta malese, che per il momento predomina in queste contrattazioni. “Stiamo cercando di far arrivare gli investitori internazionali nel mercato cinese”, ha dichiarato ai reporter il Chief Executive dell’APEX, Eugene Zhu, che prima di sbarcare a Singapore dirigeva il DCE. Per la cronaca, fra i principali azionisti di APEX ci sono il conglomerato cinese CEFC China Energy, il Xinhu Group, una grossa entità cinese che commercia in futures, e altri fondi di investimento internazionali. SUlle ragione di tale decisione vale quanto abbiamo visto per il petrolio, il ferro e l’acciaio: il principio della domanda cinese. La Cina infatti è il secondo compratore al mondo di olio di palma, che rappresenta il 70% delle sue importazioni di olio commestibile. Adesso l’APEX starebbe pensando di introdurre contratti denominati in yuan e guarda anche ad altre commodity come la gomma e la soia.

Il mantra che le autorità cinese ripetono e Zhu non fa eccezione – è che i progetti cinesi sulle commodity non hanno l’ambizione di sostituirsi ai benchmark tradizionali ma semmai di divenire un loro complemento. E tuttavia è difficile credere che il procedere dell’internazionalizzazione cinese non coincida con quello della sua presenza nei mercati finanziari. La Cina ha già mostrato di voler avere voce in capitolo nella formazione dei prezzi delle materie prime che le interessa importare ed è sempre più difficile sostenere le ragioni per le quali questi prezzi debbano essere formati in mercati lontani dagli interessi cinesi, come quelli europei e statunitensi. “Ho un sogno – ha detto Zhu alla stampa – fare scambi di giorno”. Un chiaro riferimento al fatto che per tradare i future sulla soia, della quale i cinesi sono i più grandi importatori al mondo, gli investitori cinesi devono lavorare seguendo l’ora diurna di Chicago, dove opera il Chicago board of trade, la più grande borsa mondiale di futures sulle commodity dove si stima sia stato scambiato il 34% dei 25 miliardi di contratti future su materie prime scambiati l’anno scorso. Una battuta che è anche un destino. Questo processo sarà graduale e richiederà tempo. Ma d’altronde Xi ha detto l’anno scorso che la Cina sarà una potenza globale nel 2050.

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