La pace fredda dell’economia internazionale siglata sul tavolo dell’hi tech

Detto in parole semplici: l’economia internazionale deve il suo stato di salute, tutto sommato discreto, sostanzialmente al settore hi tech. Vale per la finanza, che vede l’andamento settoriale legato ai titoli del grandi player tecnologici Usa trainare il resto del listino, con i valori delle Magnificent 7 quadruplicati in tre anni – dato vagamente inquietante -, ma vale anche per il commercio internazionale, che dai beni di questo settore dipende sostanzialmente.

Il grafico sopra mostra quanto le esportazioni asiatiche debbano alla componente hi tech. Soprattutto ci dicono quanto gli Usa e il resto del mondo (ROW) debbano a queste esportazioni. E soprattutto ci dicono quale sia il peso specifico della Cina, che rimane la più grande produttrice di terre rare, che sono un po’ la materia prima di questo settore.

Ciò per dire che lo stato di salute dell’hi tech non dipende solo dalla qualità dell’algoritmo che qualche genio riuscirà a scrivere, ma anche dalla quantità di minerali cinesi che Pechino riuscirà (o vorrà) ad esportare. L’intelligenza artificiale dipende largamente dalla materia bruta naturale. E perché le due cose possano camminare insieme è necessario che le merci possano circolare per il mondo.

Da questo punto di vista la parola “dazi”, che l’amministrazione Usa ormai utilizza su qualsiasi tavolo è puro veleno per la crescita internazionale, non solo del commercio ma anche dei corsi di borsa, come mostrano le recenti fibrillazioni sui mercati provocati dalla (ennesima) minaccia Usa dopo il caso Groenlandia. Che peraltro si vanno a inserire in un contesto tariffario già gravato dalle precedenti decisioni americane.

Questa semplice illustrazione ci mostra quanto fragile e interrelata sia la capacità di crescita dell’economia internazionale, dove due grandi colossi, Usa e Cina, sono costretti a piacersi e a collaborare se non vogliono far andare a rotoli tutto il sistema. E’ una specie di pace fredda, che rischia sempre di diventare guerra.

Ed è per questo che anche il Fmi, nelle sue ultime previsioni, ricorda che i rischi sono sempre orientati per un peggioramento del clima economico. Una guerra fredda economica, dei cui rigori abbiamo avuto un pallido sentore nell’aprile 2025, quando Trump fece ballare i mercati, sarebbe una iattura per la crescita, gli scambi internazionali e le borse. A meno che non si pensi che i titoli legati al settore militare siano in grado di replicare il successo delle M7, dimenticando peraltro quanto anche questo settore dipenda ormai dall’hi tech. In sostanza non ci possiamo permettere nessuna guerra fredda, con mercati siffatti. Figuriamoci una guerra vera.

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