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Cartolina. Al servizio dell’inflazione

E’ doppiamente interessante osservare gli andamenti dell’inflazione nell’eurozona, che ormai si avvia felicemente verso i target dopo aver stressato significativamente i nostri redditi reali. La prima cosa utile da sapere è che ormai il grosso dell’indice viene gonfiato dai servizi. L’inflazione dei beni è quasi ferma e quella energetica è persino in territorio negativo. La seconda cosa utile, che dice molto del nostro stile di vita, è osservare le componenti che alimentano l’inflazione dei servizi. Circa la metà di questo incremento si concentra nei servizi di alloggio e trasporto, nonché nella ristorazione. Andare in vacanza e prendere i nostri pasti fuori è sempre più caro, quindi. I nostri piaceri sono al servizio dell’inflazione.

Cartolina. Il debito al centro

Si dice, e con ragione, che è il debito è al centro delle nostre preoccupazioni, perché cresce da anni e diventa sempre più costoso. Dal che si deduce, e con ottime ragioni, che il debito è al centro del nostro modello economico, perché ormai gran parte dei nostri processi vi si alimentano. Si dimentica, ma per fortuna qualcuno ce lo ricorda, che il debito è diventato il centro del mondo perché il mondo che sta al centro, ossia quello che conta, di questo debito è il centro propulsore, oltre che geografico. La crescita dei debiti non è un accidente della storia. E’ l’esito di una scelta adottata coscientemente dai paesi che contano. Che lanciano il sasso. E poi nascondono la mano. Ma rimangono al centro del debito.

Cartolina. C’era una volta l’America

Voliamo basso, a velocità decrescente, come un aereo che abbia perso un motore. E forse è davvero così. Dai calcoli di Ocse emerge con chiarezza che l’economia internazionale, nei prossimi anni, dovrà fare a meno della spinta propulsiva del gigante americano, troppo indaffarato a litigare col mondo perché non riesce più a fare pace con se stesso. E così la barca va, finché la lasciano andare. Ma va piano e non è detto che vada anche lontano. Sfidare l’orizzonte sembra impossibile oggi, quando si accorcia lo sguardo. Al contrario di una volta, quando c’era l’America.

Cartolina. Fra il dire e il frammentare

L’indice che misura la frammentazione delle nostra economia cresce rigogliosamente dall’inizio degli anni Venti, che d’altronde sono riusciti nell’impresa di regalarci, uno dopo l’altra, una pandemia, una guerra e adesso anche un alleato riluttante che sembra intenzionato a distruggere il commercio internazionale. Sicché l’indice, che misura la quantità di volte che usiamo parole come “deglobalizzazione” “nearshoring”, ed altre amenità, parole che nessun intellettuale engagé oggi si fa mancare, s’impenna, come direbbe il mitico Carcarlo Pravettoni. E fosse solo l’indice, pazienza. Ma nel frattempo, mentre che il dire si balocca delle sue mode culturali, il fare si adopera per aumentare le restrizioni, che crescono rapidamente, alimentando perciò il dire del frammentare. Se venga prima il dire o il frammentare è esercizio che lasciamo agli appassionati di vecchi dilemmi. Nel dubbio godiamoci il vecchio mondo che cade a pezzi.

Cartolina. L’inverno del capitale

Quando era giovane il capitale cercava l’avventura, amoreggiava col rischio, solcava i mari e scalava i monti, piantava bandiere per ogni città, sprecava la sua forza nelle conquiste. Gioiva e pativa, in eguale misura. Così facendo ha conquistato il mondo. Ma era tanto tempo fa. Oggi il fuoco della conquista è stato sostituito da quello del focolare, l’amore per il rischio, da quello del rendimento più o meno sicuro, il mare, ormai familiare, e le montagne, ormai colonizzate, non gli interessano più. Rimane a casa, mangia, ingrassa ma diventa triste. Poco consola aver conquistato il mondo, dopo una certa età. Perché questo è il problema del capitale. E’ diventato vecchio.

Cartolina. La migrazione del futuro

Non si migra nello spazio e basta. Si migra nel tempo. La meglio gioventù che lascia l’Italia, giovane e molto spesso assai istruita, non cerca semplicemente un luogo dove andare: vuole un futuro da vivere. Ha capito che qui, nel paese che li ha cresciuti e amati, non c’è più tempo per loro. Lo stiamo spendendo per occuparci di quelli che qui sono invecchiati. E basta appena a tenere in piedi il presente. Il futuro, perciò, migra fuori da qui. A noi resterà solo il passato.

Cartolina. Fake trade

La vendetta della merce è smetterlo di esserlo. Almeno nella forma di merce legalmente riconosciuta, quindi di proprietà (intellettuale) di qualcuno che la vende a qualcun altro. Così come la fake news è la vendetta dell’informazione che smette di esserlo, anche se afferma il contrario. Il fake trade, che anima un settore economicamente fiorente da centinaia di miliardi l’anno, inganna il consumatore, che però lo digerisce felice e consapevole, seguendo lo spirito del tempo che non si cura dell’autenticità di qualcosa, purché riempia la pancia e costi poco. E questo spiega le fake news, molto più del fake trade.

Cartolina. Le banche mascherate

Compaiono nei bilanci bancari. Si chiamano “fondi”, “intermediari”, “entità non-bancarie”. Ma al momento opportuno mostrano il volto vero: quello della banca. Compaiono nei bilanci perché sono le sue comparse. La banca si maschera con loro, che così diventano banche mascherate. Non raccolgono depositi, ma prendono in prestito ed elargiscono credito. Non hanno sportelli, ma muovono capitali. Non firmano mutui, ma influenzano i tassi. E quando traballano, la banca, ormai smascherata, corre a sostenerle. Nell’era del mimetismo finanziario tutto si differenzia per convergere nell’interdipendenza del rischio sistemico, specialità del nostro tempo. Il travestimento rassicura, all’inizio. Ma chi si maschera, alla lunga, genera diffidenza. La madre della sfiducia.

Cartolina. La crescita imprevedibile

E’ davvero interessante, e bene ha fatto il Fmi a farcelo notare, osservare quanto siano fallibili le nostre previsioni, e in particolare come le cose vanno spesso assai peggio di quanto ci si aspetti, spesso quando si tratta di cose che di solito si accompagnano a svariate seccature. Nel 2019 il Fmi prevedeva che il debito globale sarebbe cresciuto nei successivi dieci anni fino a sfiorare il 90 per cento del pil, ma certo nessuno poteva immaginare una pandemia, che l’ha fatto quasi schizzare al 100 per cento, dove nel frattempo si sta dirigendo, malgrado il calo osservato dopo la fine dell’emergenza. Perché nel frattempo ne è arrivata un’altra – una guerra – e poi un’altra ancora – l’inflazione – e poi adesso è arrivata anche una nuova amministrazione statunitense che sta terremotando la globalizzazione. c’è sempre un’emergenza. E la crescita rimane imprevedibile. Specie quella dei debiti.

Cartolina. Invecchiare bene

Dunque è questo il fine? Prima abbiamo imparato a diventare tutti sempre più vecchi, e ci abbiamo messo alcuni secoli. Adesso dobbiamo imparare ad invecchiare in salute, e chissà quanto ci metteremo. Ma il fine di invecchiare in salute non è autoevidente. Una persona superficiale potrebbe pure accontentarsi di invecchiare bene senza ulteriori necessità. Ma la realtà non è mai così semplice. Oggi ci dicono e ci ripetono continuamente che dobbiamo invecchiare bene perché non ci possiamo permettere di invecchiare male. Costa troppo. Quindi dobbiamo invecchiare bene, se vogliamo continuare a pagare i nostri debiti che ormai sono longevi e crescenti almeno quanto noi. Questo è il fine.