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Il confronto impietoso fra produttività Ue e Usa

I tanti che hanno commentato, magari senza leggerlo, il rapporto che Mario Draghi ha presentato all’Unione Europea relativamente a ciò che è necessario fare per trasformare un’economia stagnante in qualcosa di appena più vitale, dovrebbero provare a spiegare con parole loro come mai tra l’ultimo trimestre del 2014 e il secondo trimestre del 2024 la produttività del lavoro per ora lavorata è aumentata dello 0,9 per cento nell’Unione Europea e del 6,7 per negli Usa.

Qualcuno potrebbe scomodare la storia. La Bce, ad esempio, che riporta questi dati nel suo ultimo Bollettino economico, ricorda che “la crescita della produttività del lavoro nell’area dell’euro è stata storicamente inferiore a quella degli Stati Uniti”, ma aggiunge subito dopo che “dall’inizio della pandemia gli andamenti nell’area sono stati particolarmente deboli”.

Una serie di fattori congiunturali, legati agli incentivi salariali concessi negli Usa e allo shock energetico vissuto dall’Ue, contribuiscono a spiegare questi andamenti. Ma rimane la tendenza storica di fondo: i lavoratori Usa sono più produttivi di quelli europei. Nel settore dei servizi di mercato, sempre nel periodo considerato, questa forbice è ancora più evidente: negli Usa la produttività è cresciuta del 12,4 per cento, nell’Ue del 3,8. Siamo, a dir poco, anchilosati.

Se guardiamo ai sottosettori più dinamici, il confronto è ancora più impietoso: i servizi di informazione e comunicazione, negli Usa, sono aumentati del 27,2 per cento e quelli professionali del 18,7 per cento. Nell’area dell’euro, invece, questi sottosettori sono cresciuti solo del 6,5 e del 5,0 per cento rispettivamente. Casualmente (?) l’Ue ha fatto meglio degli Usa nel settore dei servizi pubblici.

Se allunghiamo lo sguardo, osserviamo che fra il 1995 e il 2019 la produttività del lavoro Usa è aumentata del 50 per cento, il 2,1 per cento annuo. Quella europea poco più della metà: il 28 per cento, circa l’1 per cento annuo. A guidare questa differenza è soprattutto l’andamento della produttività totale dei fattori, ossia tutto ciò che non ha a che fare con il capitale.

“In sintesi, la divergenza nella crescita della produttività tra l’area dell’euro e gli Stati Uniti presenta caratteristiche sia cicliche sia strutturali”, conclude la Bce. Peraltro la crescita della produttività in Europa deve molto, specie negli ultimi anni, “a una contrazione più marcata e duratura della produzione e dei redditi reali, determinata dall’aumento dei prezzi dell’energia”. Oltre il danno, anche la beffa.

Ma se guardiamo i fattori strutturali, a guidare il sostanziale raddoppio degli Usa sono soprattutto “la maggiore produttività del settore dell’informazione e delle comunicazioni negli Stati Uniti e la capacità di innovazione relativamente inferiore delle imprese dell’area dell’euro”. Siamo anchilosati e anche vagamente obsoleti.

Che fare quindi? “Le misure volte a stimolare gli investimenti produttivi e incentivare la crescita della PTF potrebbero sostenere la produttività nel medio periodo”, conclude la Bce. In sostanza semplificando in poche righe il lungo discorso di Draghi che coinvolge, com’è logico, l’intera struttura istituzionale, e quindi economica, all’interno della quale agisce l’Ue.

Sapere cosa bisognerebbe fare non vuol dire però saperlo fare. O, peggio, volerlo o poterlo fare. L’Ue prima o poi dovrà decidere cosa fare da grande. Ma nel frattempo ricordare la sua situazione può servire a provare a svegliare, questa bella addormentata.