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Cartolina. La crescita possibile

Poiché sempre più vicini a noi risuonano svariati toni minacciosi, vale la pena ricordare che nessun destino si accanisce sulla nostra testa e che quello che ci succede, in larga parte, dipende dalle nostre scelte e in larghissima parte da quello che scelgono i nostri governanti, che comunque abbiamo scelto noi. Noi che possiamo farlo intendo. A tal proposito, una semplice simulazione elaborata da Ocse ci ricorda che una riduzione di un punto e mezzo percentuale nelle tariffe medie che affliggono il commercio internazionale farebbe crescere il pil mondiale di un quarto di punto e diminuire l’inflazione quasi altrettanto. Crescita senza inflazione è quello che tutti dicono di volere. Ma poi fanno il contrario di quello che servirebbe. E così la crescita possibile evapora. Diventa decrescita reale.

La persistenza dell’inflazione che turba le banche centrali

Prima la Fed, poi la Bce, per bocca dei loro presidenti e governatori, hanno fatto capire che il futuro dei tassi di interesse, che sembrava decisamente orientato al ribasso, non è più così deciso. Anzi. Powell ha detto a chiare lettere che i dazi “stanno facendo salire le attese di inflazione” e Lagarde, poche ore dopo, gli ha fatto eco, sottolineando che “non ci stiamo impegnando in anticipo su un particolare percorso di tasso”. Insomma, i banchieri centrali stanno lanciando segnali abbastanza chiari, a volerli leggere, sulla circostanza che il ribasso di tassi, che tutti davano per scontato, non lo è più. Per nulla.

L’aria è cambiata insomma. E non tanto (o non solo) perché l’elezione di Trump ha aggiunto una variabile non prevista, ossia i dazi, nei modelli di banca centrale che stimavano un graduale riassorbimento dell’ondata inflazionistica, ma perché l’inflazione globale si è dimostrata assai più resiliente di quanto non si pensasse.

Ocse, nel suo ultimo outlook sull’economia internazionale lo scrive a chiare lettere: “Le pressioni inflazionistiche persistono in molte economie”, e i dati raccolti dall’istituto, riepilogati dal grafico che apre questo post, lo evidenziano con chiarezza. Col passare del tempo aumentano i paesi che mostrano segnali di inflazione crescente.

A ciò si aggiunga un’altra caratterista di questa ondata inflazionistica che è sempre bene ricordare: i prezzi salgono molto più nel settore dei servizi che in quello dei beni, con l’aggravante che negli ultimi mesi si è vista la risalita dei prezzi anche per questi ultimi in alcune economie.

Se dai dati passiamo alle aspettative, il cerchio si chiude. “Anche le aspettative aggregate di inflazione delle famiglie sono aumentate in alcune economie negli ultimi mesi, tra cui Stati Uniti e Regno Unito”, scrive Ocse.

E se le famiglie credono che i prezzi aumenteranno, difficilmente le aziende lavoreranno per deluderle. Toccherà ai banchieri centrali spiegare al mondo che i tassi per adesso rimarranno fermi. E che questo adesso rischia di durare a lungo.

L’economia è a un punto di svolta ma nessuno sa cosa c’è dietro l’angolo

Cosa può andar storto, viene da chiedersi, se anche l’Ocse nel suo ultimo Interim report, annuncia che l’economia è a un punto di svolta? Le ragioni sono diverse, già riepilogate all’inizio del documento: la crescita rimane resiliente, l’inflazione cala, i mercati del lavoro sono meno tesi e le banche centrali danno segnali di normalizzazione delle politiche monetarie.

Rimane tuttavia la preoccupazione, che si riflette nelle survey sulla fiducia dei consumatori, che tende al declino. In generale il clima che si respira è quello di chi brinda alla scampato pericolo, con l’occhio preoccupato rivolto all’indomani. Sapere di trovarsi a un punto di svolta non risparmia certo dall’incertezza nascosta dietro l’angolo.

La svolta, peraltro, è vicina, ma non vicinissima. L’inflazione ad esempio, che nella sua componente core, quindi depurata da cibo fresco ed energia, è ancora sopra i target, anche se ormai ci siamo lasciati alle spalle lo stress di due anni fa.

Solo l’anno prossimo questa componente dovrebbe rientrare nei target di banca centrale. E chi ha buona memoria ricorderà che da almeno due anni i previsori ci raccontano questo ritornello. Dicono, vale a dire, che l’anno prossimo andrà meglio. La qualcosa più che una previsione somiglia a un auspicio.

Anche perché, e l’Ocse certo non lo nasconde, sono tali e tanti i fattori di rischio – si pensi solo alle tensioni geopolitiche – che un qualunque incendio capace ad esempio di infiammare le quotazioni petrolifere, è capace di vanificare il faticoso lavoro di disinflazione svolto negli ultimi trimestri.

Rimane poi il fatto che l’inflazione che cala non cancella quella trascorsa. I prezzi, per dirla diversamente, sono cresciuti e rimarranno a questo livello, crescendo ancora ma più lentamente di prima. E questo solleva una questione di redditi e, dulcis in fundo, di funzionamento corretto di un mercato del lavoro che non dovrebbe più soltanto guardare ai numeri degli occupati, ma al livello dei redditi reali.

Pensare che sia sufficiente avere occupazione per avere benessere dei lavoratori è un grave errore di valutazione. Un lavoratore che non ha un reddito sufficiente per vivere secondo gli standard che richiede oggi la nostra società è una fabbrica di frustrazione che nessuno società ben funzionante dovrebbe permettersi.

Dulcis in fundo, Ocse non fa mancare il suo consueto auspicio, questo davvero, sulla necessità di riforme strutturali “che promuovano l’apertura dei mercati con dinamiche competitive sane (..) per contribuire a incentivare una crescita economica più forte e sostenuta e attenuare le pressioni di bilancio sul lungo periodo”. Questo dopo aver invitato i governi a ricostruire gli spazi fiscali erosi dalle politiche straordinarie determinate dalla pandemia in vista di tempi peggiori. Purtroppo l’esperienza insegna che i consigli migliori vengono solitamente ignorati.

Cartolina. Salari irreali

E’ di un certo conforto sapere da Ocse che i salari reali sono aumentati. Persino da noi, aggiungo. Un po’ meno osservare che il potere d’acquisto, anche da noi, non è stato ancora recuperato se guardiamo ai bei (?) tempi prima del Covid. Il conforto, già scolorito, diventa sconforto non appena mi ricordo che i salari reali da noi non è che brillino per abbondanza, Se guardiamo il valore medio delle retribuzioni italiane, ferme da un ventennio, e lo confrontiamo col nostro carrello della spesa, e vi risparmio il costo di una casa, si capisce di cosa parliamo, in Italia, quando parliamo di salari. Parliamo di salari irreali.

Il tramonto dell’istruzione in Occidente

Come di consueto l’Ocse, nel suo ultimo interim report, torna a ricordarci che la crescita economica non è solo una questione che si possa risolvere abbassando i tassi di interesse o spingendo sul pedale della spesa pubblica. Anche perché poi, e lo vediamo ai giorni nostri, certe politiche – chiamiamole genericamente incentrate sul lato della domanda – finiscono col mostrare i loro costi che si scoprono sostenibili a fatica.

Per crescere servono anche le politiche dal lato dell’offerta, come le chiama la vulgata, e fra queste primeggiano quelle capaci di elevare il valore del capitale umano, brutta espressione che cela qualcosa di tremendamente importante, specie in un mondo post-industriale che ormai, grazie allo sviluppo dell’intelligenza artificiale, può diventare anche post-servizi industriali. A cominciare proprio dall’istruzione.

L’istruzione, lo ricordiamo a chi non si diletta di storia, è stato lo strumento principale della rivoluzione politica ed economica del secolo XIX, quando enormi masse furono alfabetizzate per dotare gli stati nazionale di forza lavoro capace di stare al passo con i tempi, quindi di leggere e far di conto.

Ciò ha alimentato la crescente richiesta di personale specializzato e ha consentito di creare a far sviluppare l’istruzione superiore e la nascita di un ampia quantità di tecnici che hanno finito col creare il mondo di oggi. Quello ad alto valore aggiunto che possiamo apprezzare dilettandoci con i nostri numerosi device.

Senonché gli andamenti dei livelli di istruzione, ossia la fonte di questa specie di miracolo economico, stanno diventando preoccupanti. Fra il 2018 e il 2022, anche a causa della pandemia, “c’è stato un calo senza precedenti della performance in molti paesi degli Ocse PISA test per i 15enni”, che hanno mostrato carenze sia nella lettura che nella matematica. Le ricerche empiriche svolte da Ocse hanno osservato che scarsi punteggi nei test PISA “possono avere effetti negativi persistenti sui livelli di produttività nei successivi 30-40 anni”.

Colpa della pandemia? diciamo che è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. “Il recente calo delle prestazioni – scrive Ocse – continua una tendenza al ribasso nei punteggi dei test precedenti al 2018, indicando problematiche a lungo termine nei sistemi educativi di alcuni paesi”. Ocse invita a destinare risorse fiscali a questo problema, puntando sulla qualità della spesa. E già questo somiglia a un programma utopistico. Come dovremmo avere una spesa qualitativamente efficace se già da lungo tempo non abbiamo più un’istruzione di qualità?

Il tramonto dell’istruzione in Occidente è un tema troppo complesso per essere esaurito in poche righe. Contribuiscono fattori di vari genere, non ultimo lo stesso sviluppo tecnologico, che pure l’istruzione ha reso possibile, che però ormai sta lentamente segando il rame sul quale ha prosperato.

L’uso e l’abuso di tecnologie che finiscono col scoraggiare il tempo dell’apprendimento, dando l’illusione di una conoscenza che si consuma in logica fast food non è cosa che si possa risolvere aumentando la spesa pubblica. Come ieri si allevavano masse capaci di leggere e scrivere, oggi la sensazione è che si stiano allevando masse capaci di seguire i trend e reagire alle notifiche, con una capacità analitica che non supera il livello social.

Nel mondo nuovo verso cui ci dirigiamo sembra ci sarà sempre meno spazio per l’istruzione, quella autentica, ma tanto rumore di fondo. Chiaro che la scuola venga percepita come inutile, in un mondo dove tutti sognano di cavarsela facendo gli influencer.