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La fine dell’ordine internazionale: una storia dagli anni Trenta

Poiché il mondo scricchiola felicemente, baloccandosi con dazi e minacce di espansioni territoriali, vale la pena concedersi una pausa e rileggere una vecchia storia, che ha molto da insegnarci sul presente, se davvero la storia fosse maestra di vita.

L’occasione ce la offre un bel paper di Bankitalia che riepiloga la catastrofe internazionale vissuta negli anni Trenta del secolo scorso che condusse alla logica conseguenza di un’altra guerra mondiale, che il disastro economico semplicemente coltivò.

Il “trade policy disaster”, come lo ha felicemente battezzato la ricerca non si conclamò tutto in una volta, ma ad ad ondate successive, nel corso delle quali l’intera struttura economica che aveva retto l’economia internazionale per circa un secolo, basata sostanzialmente sul libero commercio e il gold standard, benignamente favoriti dal Regno Unito, venne giù un terremoto alla volta.

Basta giusto citare alcuni passaggi, assai eloquenti dello spirito del tempo. “È impossibile fornire una descrizione sintetica e completa di tutti i vari strumenti impiegati per limitare il commercio. In particolare, dopo l’abbandono del gold standard da parte della Gran Bretagna nel settembre 1931, si è scatenato un vero e proprio panico: sono stati aggiunti nuovi dazi a quelli preesistenti, si sono trasformati i sistemi di licenze in divieti, monopoli e contingentamenti, sono stati denunciati gli accordi commerciali in
vigore; sono stati istituiti controlli dei cambi sempre più rigidi, culminati in moratorie sul debito e nella paralisi dei commerci; esigui e provvisori accordi di compensazione hanno sostituito i precedenti trattati commerciali. A banchieri e funzionari pubblici è stato assegnato il compito di regolamentare le relazioni commerciali, mentre i commercianti sono stati così vincolati dalle
normative che la libertà di scambio è quasi scomparsa […] Non si era mai assistito prima a un così massiccio e diffuso arretramento dalla cooperazione economica internazionale.” Questa lunga citazione, riportata dallo studio, proviene dalla Società delle Nazioni, e risale al 1932, quando gli scossoni principali si erano ormai verificati.

Il primo, sul versante del commercio, si era generato con la fioritura di dazi, che i vari stati misero in campo per provare a difendere le parità auree, culminato nelle norme Usa che di fatto isolarono l’America dal circuito internazionale.

Il secondo scossone si verificò nel 1931, quando la crisi bancaria, partita da Austria e Germania, entrambi debitrici della Gran Bretagna, mise pesantemente sotto pressione la sterlina, in un paese già alle prese con forti pressioni deflazionistiche dopo il ritorno alla parità aurea anteguerra voluto dal governo inglese negli anni Venti per provare a ripristinare il vecchio ordine internazionale. I forti deflussi d’oro dal Regno Unito provocarono la decisione di uscire dal gold standard, in una mossa simile a quella che quarant’anni dopo l’America di Nixon farà abolendo la possibilità convertire dollari in oro. In entrambi i casi i mercati entrarono in forte fibrillazione. Nel 1931 ci fu addirittura il panico.

La crisi commerciale e quella finanziaria si saldarono insieme, producendo nuove restrizioni al commercio e nuovi crolli nel reddito nazionale degli stati interessati. Il 1931 fu un anno autenticamente orribile per l’economia internazionale. E quando fu superato ormai il commercio si era completamente riconfigurato. “Superato il picco della Depressione (1932-1933), gli scambi internazionali avevano ormai assunto un’impronta essenzialmente bilaterale, tesa a ridurre le importazioni dai partner con cui i saldi di partite correnti erano negativi, discriminatoria, essendo ormai caduta in disuso la clausola della nazione più favorita, e regionale, circoscritta a blocchi geopolitici o imperiali, con un livello di instabilità superiore a quello dei decenni precedenti”, così ci racconta il paper seguendo il racconto che ne farà la Lega delle Nazioni un decennio dopo.

Non serve aggiungere molto altro. Aldilà delle questioni specifiche, che i più curiosi potranno esplorare leggendo il paper, ciò che qui conta rilevare, a futura memoria, è che è molto facile distruggere in pochi anni di politiche sbagliate ciò che con grande fatica si è costruito in molto tempo.

Questo non vale solo per l’ordine internazionale, ma anche per gli affari interni di noi europei, chiaramente a un punto di svolta. Il principio è semplice: ciò che è complesso è fragile. E in un tempo che promuove la non complessità, ma le risposta facile, si tende sempre a prediligere ciò che più facilmente si può comprendere rispetto a ciò che è più difficile da spiegare. E quindi ciò che provoca distruzione, invece che costruzione. Il “trade policy disaster” degli anni Trenta del secolo scorso sta tutto qua. Il nostro potrebbe somigliargli.