Salvare banche o assicurazioni? Questo è il problema (della Bce)


Poiché non esistono pasti gratis, come insegna un vecchio proverbio americano degli anni ’30 reso celebre da un libro di Milton Friedman, è bene sottolineare che tale regola non funziona solo per la spesa pubblica, come vorrebbero i seguaci del maestro di Chicago. Tutt’altro. Il concetto sottinteso nella massima, ossia che qualcuno pagherà sempre per i vantaggi ricevuti da qualcun altro, ha valore universale in un ambito economico competitivo e non cooperativo.

Si possono fare decine di esempi. Ma quello più interessante che mi è venuto in mente riguarda la partita sempre più difficile che sta giocando la Bce per salvare la magnifiche sorti progressive della finanza europea.

E’ chiaro a tutti che la Bce ha svolto politiche eccezionali, meno di quelle americane e giapponesi ma comunque fuori dall’ordinario, per salvare le banche dell’eurozona. Si può discutere dell’efficacia di tali misure, ma la circostanza che siamo ancora qui a parlarne dimostra che finora hanno funzionato. O che perlomeno hanno evitato marosi peggiori di quelli che ci troviamo ad affrontare.

Ciò non vuole dire che in futuro delle banche sia roseo, visto che il quadro generale dei mercati finanziari è alquanto “segmentato”, come dicono i nostri algidi banchieri, e che non pare che i finanzieri abbiano imparato la lezione. E poi, come se non bastasse, ci si è messa pure la Fed, che ha minacciato di far cessare fra pochi mesi la bonanza del denaro a costo negativo. E infatti il povero Draghi ha dovuto affrettarsi a rassicurare i mercati: le politiche monetarie allentate della Bce dureranno finché sarà necessario e non termineranno tanto presto.

Belle parole. Borse contente, banche pure.

Senonché, come dicevo, non esistono pasti gratis. Tenere bassi i tassi per via monetaria o per il tramite di acquisti sul secondario ha un effetto potenzialmente distruttivo su un’altra categoria di operatori finanziari, che sono altrettanto sistemici, e per di più coinvolgono le aspettative di lungo termine dei cittadini: le assicurazioni e i fondi pensione.

“L’esperienza giapponese degli anni ’90 – scrive Ania nel suo ultimo rapporto annuale – ha dimostrato quale possa essere l’impatto di un periodo prolungato di bassi tassi d’interesse sulle compagnie assicuratrici, in particolare per il segmento vita”. Nel 2011, non a caso, l’Eiopa (European Insurance and Occupational Pensions Authority), ossia il supervisore della stabilità del settore in Europa, ha pubblicato alcuni stress test sul sistema assicurativo europeo, dal quale è emerso che una percentuale fra il 5 e il 10% del campione avrebbe avuto un requisito di capitale (MCR) inferiore al 100% e una gran parte di poco superiore al 100%.

Il 28 febbraio del 2013 l’ente ha pubblicato un altro documento, indirizzato alle autorità di vigilanza degli stati membri dell’Ue che rimarca ancora di più i rischi sistemici per le assicurazioni provocati da uno scenario di bassi tassi d’interesse. Le compagnie ” a fronte di impegni contrattuali assunti, tipicamente di lungo termine, corrono maggiormente il rischio, nella scenario di bassi tassi, di vedere deteriorata la propria posizione finanziaria, soprattutto quando la struttura delle garanzie offerte sia rigida e su tassi di interesse elevati rispetto ai rendimenti ottenibili dalle attività investite a copertura delle riserve”.

Detto in parole comprensibili, le assicurazioni, ma anche i fondi pensioni, specie quelli a prestazioni definita, si trovano a dover fare i conti con impegni finanziari che prevedono esborsi remunerati a un tasso più alto rispetto a quello che le compagni possono spuntare investendo le proprie attività. E, a meno che non rischino di più per avere rendimenti più alti (con tutte le controindicazioni del caso), devono rassegnarsi a rimetterci.

“L’attenzione – scrive Ania – è rivolta, particolarmente ma non solo, ai paesi dell’Europa centro-settentrionale, tra cui la Germania, dove a fronte di strutture di garanzia piuttosto rigide i tassi di interesse dei titoli a reddito fisso si mantengono molto bassi”.

L’Eiopa si è concentrata in particolare sulle assicurazioni, ma “uno scenario caratterizzato da bassi tassi di interesse avrebbe senz’altro effetto anche sui fondi pensione, specialmente se a prestazione definita”. L’Eiopa se ne occuperà nel corso dell’anno, quindi staremo a vedere.

Ma intanto il problema rimane, ed è destinato ad aggravarsi se le compagnie inizieranno a valutare i propri asset non più al costo storico, come prevede la disciplina Solvency I, ma sui valori di mercato, come previsto dalle regole di Solvency II. Il corrispondente del mark-to-market previsto per gli asset bancari.

In tal caso i requisiti patrimoniali delle assicurazioni sono destinati a peggiorare. Per questo L’Eiopa ha suggerito alle assicurazioni di aumentare le proprie riserve. Esattamente come è stato suggerito di fare alle banche con il capitale proprio.

Per capire quanto tale allarme non sia teorico, basta dare un’occhiata al patrimonio delle assicurazione nostrane. Nel ramo vita la percentuale di investimenti in titoli di stato è passata dal 55% del 2009 al 66% dell’aprile 2013 nel portafoglio durevole, mentre in quello non durevole si è passato dal 53 al 59%. Le assicurazioni, insomma, hanno replicato quello che hanno fatto le banche: si sono imbottite di titoli di stato, mentre le famiglia, al contrario, se ne liberavano. Sicché nell’aprile 2013 le assicurazioni contabilizzavano 128,7 miliardi di titoli di stato nei portafogli durevoli e al 100,4 in quello non drevole, per un totale di 229,1 miliardi a ffronte dei 153,7 del 2009.

Se i tassi dovessero salire, le minusvalenze sarebbero dolorosissime, senza avere neanche la possibilità, come ce le hanno le banche, di contare sui finanziamenti della Bce per metterci una toppa.

E proprio i finanziamenti della Bce, che tengono bassi i tassi insieme alla manovra sul tasso ufficiale, sono la causa di questa situazione.

Con un aggravante. L’assicurazione di Draghi che la banca centrale non mollerà tanto presto la politica pseudo-espansiva, non fa i conti con quello che l’Eiopa ha scritto con chiarezza. Ossia che i primi a subire i danni di questa politica prolungata di tassi bassi sono i paesi del centronord europeo, Germania in testa, ossia l’azionista di maggioranza della Bce. E proprio la Germania è uno dei paesi dove il peso dei fondi pensione è relativamente fra i più alti dell’eurozona, insieme all’Olanda.

Fino a quando i nostri cugini nordeuropei accetteranno di mettere a rischio la stabilità dei loro sistemi pensionistici e assicurativi per consentire di salvare le banche dei paesi del sud?

Questo è il problema della Bce.

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  1. Simone Gaioli

    Non capisco questa frase: “Se i tassi dovessero salire, le minusvalenze sarebbero dolorosissime,”. Nell’artico capisco che se i tassi sono bassi le assicurazioni rischiano di non ottenere il guadagno necessario per garantire rendimenti minimi (giusto?) e rimetterci; allora perchè è scritto che se i tassi aumentano c’è una minusvalenza dolorosa?

    Grazie

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    • Maurizio Sgroi

      salve,
      in realtà è molto semplice. quando aumentano i tassi diminuisce il valore capitale del titolo. i titoli si svalutano perché i tassi più elevati rendono più convenienti i nuovi titoli emessi e meno quelli con i rendimenti bassi. quindi chi ha in portafogli i titoli con i rendimenti bassi subisce una perdita, oltre a continuare a percepire i rendimenti più bassi di quanto potrebbe. Tale perdita deve essere contabilizzata anche se i titoli non vengono materialmente venduti, in quanto ciò prevedono le norme di contabilità (quello che si chiama mark-to-market per le banche).
      Spero di essere stato chiaro 🙂
      grazie per l’attenzione

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  2. Simone Gaioli

    Ho capito il discorso che il titolo si svaluta perchè se è a basso rendimento e ne escono a più alto rendimento, il mercato lo vende e perde valore. Ho capito che comunque queste svalutazioni vanno contabilizzate. Ma questa minusvalenza, che danno può fare? mandare in “rosso” un bilancio? ( ma a scadenza il capitale investito ritorna, giusto)
    Se ho capito bene, comunque sia, se i tassi non salgono le assicurazioni non riescono a pagare i rendimenti minimi garantiti (dico bene?) se salgono hanno delle perdite in bilancio?

    Grazie a lei per le risposte, scusi se non mi esprimo correttamente (non è il mio settore ma sto cercando di imparare) mi bacchetti se è il caso.

    Saluti

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    • Maurizio Sgroi

      salve,
      premetto che non sono un tecnico, ma un semplice giornalista socioeconomico, quindi quello che le dico non ha certo valore accademico, ma corrisponde a quello che ho capito (spero correttamente). comunque, l’applicazione delle regole contabili, ad esempio del mark-to-market nel caso delle banche, ha un effetto diretto sui coefficienti patrimoniali. se ad esempio una banca contabilizza minuvalenze potenziali capaci di abbassare tali coefficienti, ciò può avere un effetto sul suo merito di credito, e quindi innescare una crisi di fiducia nei suoi confronti, che quindi magari rende più costoso per questa banca finanziarsi e quindi diminuire i suoi margini di profitto e quindi la sua attrattività, in una spirale via via crescente di disequilibri. La finanza si nutre di aspettative, in primis sulla solvibilità.
      quanto alle assicurazioni, anch’esse sono tenute a regole che si chiamano di solvency. un periodo di tassi prolungati, specie nei sistemi a contribuzione definita, può intaccare la capacità di unu’assicurazione o di un fondo di pagare i rendimenti dovuti. ma se alzano i tassi succede quello che dice lei: ci sono perdite in conto capitale. il compito dei gestori è diversificare il portafoglio degli asset proprio per contemperare queste due potenziali evenienze negative. è complicato, ma si può fare.
      spero di esser stato chiaro
      saluti e grazie per l’attenzione

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  3. Jmkeynes

    Non si preoccupi che le assicurazioni riprezzeranno i tassi minimi garantiti delle varie gestioni separate. Non vedo grande un problema!

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