I consigli del Maître: Donne che lavorano gratis e il successo extra Ue dell’Italia


 

Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio con gli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato.

L’ingiustizia nascosta patita dalle donne. La settimana scorsa abbiamo festeggiato come ogni anno la giornata delle donne, durante la quale sono state diffuse diverse informazioni sull’ancora ampio divario di opportunità e di retribuzione che esiste fra uomini e donne in tutto il mondo. Circostanza spiacevole che speriamo prima o poi venga sanata: non c’è nessuna ragione per la quale una donna debba essere pagata meno di un uomo a parità di prestazioni, ed è incredibile che ancora avvenga. Ma c’è un’altra ingiustizia che è altrettanto scandalosa e che, purtroppo, non ha altrettanta visibilità: le donne svolgono un vero a proprio lavoro in casa occupandosi delle faccende domestiche e dei figli e non solo questa attività non viene retribuita in nessun modo, ma non viene neanche riconosciuta come lavoro. I dati Ocse mostrano con chiarezza l’ampiezza del fenomeno.

Come si vede dai dati, una donna italiana spende in media 326 minuti al giorno per casa e figli, che significa circa cinque ore e mezza al dì, in pratica come se fosse un lavoro part time. Chiunque dovrebbe essere pagato per un lavoro del genere, che non conosce neanche sabato, domenica o ferie. Le donne evidentemente no.

Il futuro extra Ue dell’Italia. La Banca d’Italia ha rilasciato l’ultimo report sull’economia del nostro Paese che ogni mese aggiorna lo stato dei nostri conti interni ed esteri e fa il punto sulle principali variabili economiche, dal mercato immobiliare, alla competitività. Una lettura molto utile per farsi un’idea chiara in poco tempo dello stato dell’arte della nostra economia. Nel numero di marzo è presente un grafico che merita di essere studiato con attenzione, in quanto misura l’andamento in valore del nostro export, ossia il settore che più degli altri ha contribuito al rilancio della nostra economia e al un sostanziale miglioramento dei nostri conti esteri.

Come si osserva, facendo base 100 nel 2007, l’indice del valore delle nostre esportazioni totali è cresciuto di quasi il 20%, dopo essere crollato di altrettanto nel periodo peggiore della crisi, intorno al 2010. Da quel momento in poi l’Italia ha fatto una rimonta da fare invidia a quella del  Real Madrid contro il PSG. Ma l’elemento più interessante è che il grosso di questa remuntada è stato compiuto sui mercati extra Ue, dove il valore dell’export arriva a sfiorare il 40% in più rispetto al livello del 2007, a fronte di meno del 10% del valore in più di esportazioni nella zona Ue. L’Italia sarà pure un paese europeo, componente dell’eurozona, ma il grosso della nostra fortuna deriva dall’estero.

Cara vecchia Europa. Due notizie apparentemente distanti raccontano molto bene cosa sia l’Europa oggi e soprattutto come sia destinata a diventare se gli attuali trend non cambieranno. La prima arriva da Eurostat, che mostra come in media l’11% della popolazione europea, con punte di oltre il 40% in Grecia, non sia in grado di sostenere la spesa necessaria per un’abitazione.

La seconda notizia arriva da Bruxelles, e fotografa l’andamento dell’età medio delle popolazioni del mondo da qui al 2030, e si osserva l’Europa con l’età media più alta di tutti.

La cara vecchia Europa, malgrado la quota rilevante risorse di cui dispone (ricordo che l’Europa è la prima creditrice internazionale), sembra avviata a diventare una sorta di ospizio di lusso. Rimane da capire che vita faranno quelli che non saranno in grado di pagarsi la retta.

Il tramonto della labor share Usa. L’istituto di statistica Usa ha pubblicato una interessante ricostruzione dell’andamento della labor share nel paese dal 1947 ai giorni nostri. La labor share misura la quantità di prodotto che viene girata ai lavoratori come compenso per il lavoro che svolgono e quindi può essere letta come un indicatore del livello generale dei salari rispetto a profitti e rendite. Il dato interessante è che la labor share è in costante declino sin dal 1947, ossia dal primissimo dopoguerra.

All’epoca la labor share quotava il 65,8% dell’output e da lì assume un andamento altalenante che raggiunge il suo picco del 66,4 alla fine del 1960. Da quel momento in poi inizia un robusto calo che inaugura un trend decisamente discendente, che trova il suo picco inferiore, pari al 56%, alla fine del 2011, da dove la labor share ha ripreso a salire per arrivare al 58,4 di fine 2016. Il declino della labor share, come è evidente, può essere associata a diversi fattori, che possono essere di tipo economico – una diversa composizione dei fattori della produzione – o di tipo demografico, ad esempio un aumento relativo degli anziani rispetto ai lavoratori diminuisce la quota che va a questi ultimi. Qualunque siano i motivi, il trend è chiaro. Il lavoro pesa sempre meno sul prodotto. E quindi il capitale di più.

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