Si prepara il ritornello d’autunno: L’economia va meglio ma non ancora bene


Ci avviciniamo al termine della quinta stagione del nostro blog, che abbiamo dedicato alla globalizzazione, al suo significato più profondo e al modo in cui il mondo la sta interpretando, innanzitutto osservando i legami strettissimi che le nazioni (e gli individui) stanno tessendo grazie soprattutto allo sviluppo della rete globale, che promuove l’internazionalizzazione assai più di quanto si tenda usualmente a considerare. L’infrastruttura di rete, e il suo straordinario progresso, sostengono i flussi di merci, servizi e capitali assai più di quanto fosse possibile in passato e perciò diventa esercizio sempre più complesso osservare l’una senza gli altri. Il sorgere dei giganti di internet, come sostanziali nuovi ricchi e insieme alfieri dell’innovazione, è la rappresentazione icastica di questo processo, che è destinato a proseguire e che osserveremo con crescente interesse negli anni a venire.

Se questo è il quadro, all’interno viene ospitata la rappresentazione che in queste ultime settimane sta assumendo contorni sempre più netti e che titolerà la prossima stagione del blog a cominciare da settembre: la ricostruzione. Ricostruire il tessuto economico significa innanzitutto comunicarne le evidenze e quindi non deve stupire il fiorire di analisi che suonano più o meno sempre lo stesso ritornello che sentiremo con frequenza crescente da settembre in poi: l’economia va meglio, pure se non va ancora bene.

Le ragioni sono diverse, a cominciare da quella che i dati suggeriscono un certo ottimismo. Il Fmi ha rilasciato di recente i suoi ultimi aggiornamenti all’outlook mondiale che mostra un accelerazione dell’Europa e una decelerazione degli Usa. Ma in sostanza il tono è rassicurante. “Stanno cambiando i motori della crescita”, ha detto la Lagarde. Se gli Usa rallentano accelerano altri. Il Canada, ad esempio, ma anche l’Europa. E siccome l’economia è globalizzata, vuol dire che se non andiamo ancora bene – in quel caso anche gli Usa parteciperebbero alla festa – andiamo di certo meglio. Persino la crescita italiana, di solito letargica, viene rivista al rialzo e questo basta a orientare le aspettative verso il bello.

Rimane, fra le esortazioni del Fmi, quella a impedire che la tentazione protezionista, che alligna fra molti, sfrutti l’incertezza del momento economico – migliore ma non ancora buono – per farsi strada fra le coscienze e le policy. In ciò il Fmi ricalca il pensiero già da tempo espresso da molti altri osservatori internazionali, fra i quali si segnala anche la Bis di Basilea, che ha dedicato una parte rilevante della sua ultima relazione annuale proprio al tema della globalizzazione e al rischio del suo contrario. “Le argomentazioni a favore del protezionismo  – ha scritto – non hanno smesso di guadagnare terreno e ciò è avvenuto nel quadro di una reazione sociale e politica più generale contro la globalizzazione. Riportare indietro le lancette della globalizzazione infliggerebbe un grave colpo alle prospettive di un’espansione forte e sostenuta. Gli investimenti sarebbero la prima vittima, considerando il loro stretto legame con l’interscambio commerciale, ma il terremoto che colpirebbe gli assetti istituzionali e i regimi di politica economica avrebbe un impatto più ampio e duraturo”.

Ricordare questo monito è fondamentale per l’anno che verrà. Il  rebuilding – la ricostruzione – passa per il pensiero condiviso che è più efficiente che gli stati cooperino insieme piuttosto che competere l’uno contro l’altro. Purtroppo tale condivisione di pensiero è alquanto rarefatta. Molto dipenderà da come l’amministrazione Usa finirà con l’orientare la politica internazionale. Noi europei dovremmo essere capaci di avere una visione. Noi italiani pure. Il problema è che il modo condizionale non riesce a diventare indicativo.

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