I consigli del Maître: Le note dolenti di Ocse e i “poveri” porti italiani


Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio degli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato. 

Due o tre cose che l’Ocse ci fa sapere. L’Ocse ha rilasciato le sue previsioni per quest’anno e il prossimo che sono buone, almeno nel breve periodo, ma meno buone se guardiamo alla sostanza dei problemi ancora irrisolti che gravano sulle prospettive di una crescita robusta. I dati sulle previsioni sono questi in tabella.

E come si può vedere sono state quasi tutte riviste al rialzo con l’eccezione non indifferente di USA e UK. Il problema è che molte situazioni che zavorrano l’economia rimangono ancora irrisolte. A cominciare dal livello di investimenti privati, ancora basso

Le restrizioni commerciali, che impediscono la crescita dei traffici internazionali.

E, per alcuni stati, le politiche fiscali, che hanno finito con lo scoraggiare la crescita è peggiorato l’equità. Purtroppo nella lista nera ci siamo anche noi italiani.

Siamo in buona compagnia, con Francia e Spagna, ma faremmo bene a ricordarcelo, visto che si discute di legge di stabilità.

L’irresistibile aumento degli zombie La Bis, la banca dei regolamenti internazionali di Basilea, ha pubblicato la sua Quarterly review trimestrale nella quale, fra le altre cose, osserva la crescita preoccupante delle cosiddette imprese zombie, ossia entità che con gli utili non riescono neanche a soddisfare il pagamento degli interessi sui debiti.

Fonte: Quarterly review Bis

La banca nota che questo peggioramento – in un quindicennio sono più che raddoppiate sia negli Usa che in Europa e Uk – fa il paio con il drastico peggioramento del merito di credito del settore corporate nell’ultimo quindicennio e con l’aumento notevole delle assunzioni di rischio nel settore finanziario. Cosa succederà quando i tassi di interesse torneranno a crescere? Oltre alla sorte delle imprese zombie, dovremmo anche ricordarci che in questi dieci anni il debito pubblico è notevolmente cresciuto, quindi a rischio non ci sono solo le imprese. Ma anche i governi.

Quanto lavorano gli europei. Eurostat ha rilasciato dei dati molti interessanti sulla durata prevista della vita lavorativa nei diversi paesi dell’Ue all’anno 2016.

Come si vede, l’Italia è quella con la durata media più bassa, con poco più di trent’anni, a fronte dei 41,3 della Svezia. Ricordo che ce la durata della vita lavorativa è da intendersi come il numero di anni che una persona, dell’età di 15 anni, può aspettarsi di essere attiva sul mercato del lavoro, sia come occupato che come disoccupato, nel corso della sua vita. Nel tempo questa durata è cresciuta significativamente. Nel 2016 la media Ue era di 35,6 anni, in crescita di 1,8 anni rispetto al 2006. Eurostat sottolinea che questa crescita dell’età media è stata guidata in gran parte dai cambiamenti nella durata del lavoro femminile, quindi nelle riforme previdenziali. Il dato italiano probabilmente risente della partecipazione ancora relativamente ridotta delle donne al mercato del lavoro.

I “poveri” porti italiani. Sempre Eurostat ha diffuso i dati sui trasporti marittimi e aeroportuali nell’Ue, notando, in particolare per i porti, la straordinaria supremazia di quello di Rotterdam, in Olanda, sul resto dei porti europei.

Il grafico riporta la quantità di carichi marittimi che transitano nei vari porti. Rotterdam, come si può osservare, è un notevole crocevia di scambi extra Ue. Ma soprattutto, scorrendo l’elenco, si osserva che ci sono solo due italiano, quello di Genova, che peraltro è quello che ha la quota più elevata di traffici interni, e quello di Trieste. L’Italia, malgrado sia un paese costiero affacciato sul Mediterraneo e verso l’est europeo non riesce a valorizzare i propri porti. Certo non è semplice. Ma forse serve anche qualche buona idea.

 

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