Il declino economico dei fantastici Quattro


C’è poco da stare allegri a guardare le previsioni del Fmi, diffuse nell’ultimo WEO. Le prime quattro economie del pianeta – il cosiddetto gruppo dei quattro – ossia Cina, Eurozona, Usa e Giappone, esibiscono un andamento poco rassicurante. E poiché queste economie esprimono la gran parte del prodotto mondiale, ecco che l’andamento globale diventa anch’esso poco rassicurante. Anche perché il declino dei fantastici Quattro si accompagna a un timido tentativo di ripresa che promana – o almeno si prevede che promani – dal resto del mondo.

Grafico interessante, quello sopra, perché illustra come la divaricazione fra i Quattro e gli altri si consumerà fra quest’anno e il prossimo. La piccola ripresa della crescita nel 2020 – parliamo sempre di previsioni sia chiaro – che dovrebbe condurre il prodotto globale dal 3% del 2019 al 3,4 nel 2020, sarà dovuto in gran parte agli altri, visto che l’andamento dei Quattro è previsto declinare ancora. Malgrado gli enormi stimoli che queste economie stanno profondendo per rianimare la produzione.

C’è molto da dubitare sulla efficacia di questi stimoli. E tuttavia vale sempre l’obiezione che suona più o meno così: se non ci fossero stati staremmo molto peggio. Argomento che ha il pregio di non poter essere confutato perché non fattuale.

Il fatto che i Quattro siano alle prese con faticosi processi politici – la Brexit e la guerra commerciale fra Cina e Usa – è sicuramente uno dei motivi che zavorra la crescita, ma sarebbe poco avveduto pensare che siano gli unici. C’è da fare i conti con la conformazione, innanzitutto demografica, delle nostre società che casualmente (?) nei Quattro sono parecchio simili. Questi paesi invecchiano mentre si arricchiscono sempre più, anche se meno di quanto vorrebbero o di quanto servirebbe loro per sostenere il peso della loro economia.

Poiché nessuno può far ringiovanire una popolazione e solo con molta difficoltà può motivarla a esprimere una domanda aggregata più robusta, di consumi e investimenti, più robusta, al Fmi non rimane che rispolverare il vecchio ricettario che ieri proponeva politiche monetarie accomodanti, e oggi politiche fiscali sfidanti, con il meraviglioso pretesto dell’ambiente che ha bisogno di cure. Perché sia chiaro che devono pensarci i governi. Ossia gli stessi che ci hanno condotto fino a qua.

Non manca ovviamente il solito mantra per lo sviluppo di “politiche strutturali per mercati più aperti e flessibili” e sui necessari “miglioramenti nella governance” che “possono facilitare l’adeguamento agli shock e aumentare la produzione a medio termine”. Tutte cose bellissime da dire. Farlo è un altro paio di maniche. Ancora più difficile che qualcuno ci creda.

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