Dove investono i guardiani del conto capitale di Pechino


Volendo semplificare, potremmo dire che la Cina ha il notevole problema di esser diventata ricca, ma non abbastanza. Peggio: non potrebbe smettere di arricchirsi neanche volendolo. Ne andrebbe del ruolo che vuole giocare nel mondo. Ma questa necessità cozza con le rigidità che ancora affliggono l’economia cinese, a cominciare dalla sua impermeabilità ai flussi finanziari. I capitali non entrano e non escono dai confini cinesi a meno che Pechino non lo voglia. E questo problema è, al momento, anche la soluzione del dilemma dei cinesi, che vogliono essere globali senza esserlo davvero.

A monte ci sono alcune problematiche squisitamente finanziarie. I forzieri cinesi straripano di denaro – il sistema bancario ha depositi complessivi pari al 170% del pil – e tuttavia questa enorme ricchezza, remunerata a tassi negativi visto che il tasso di interesse individuato dalla banca centrale non copre neanche l’inflazione, rimane chiusa all’interno del paese e per una semplice ragione che Pechino conosce bene. Se solo a un 10% di questi risparmi fosse consentito di fluire all’estero, come sarebbe in un paese dove i flussi di capitale possono circolare liberamente, a farne le spese sarebbe innanzitutto la stabilità finanziaria.

Da qui la prudenza e la scelta di un liberalizzazione controllata del conto capitale. Volendo fare un parallelo, potremmo dire che la Cina si trova oggi nella situazione del Giappone degli anni ’60, cresciuto per tutta la durata della ricostruzione in un sistema chiuso e poi guidato gradualmente verso la liberalizzazione del commercio e del mercato dei cambi, fino all’adesione all’Ocse del 1964. Furono le premesse del grande boom di liberalizzazioni che caratterizzò il paese negli anni ’80 e che culminò nella grande crisi finanziaria di fine decennio che ancora oggi viene ricordata – e non a torto – come l’autentico momento di svolta dell’economia giapponese. E se la storia insegna qualcosa, si può essere certi che i cinesi avranno appreso qualcosa dall’epopea giapponese. Se non altro il fatto che rischiano di finire allo stesso modo.

Infatti la regola della prudenza guida chiaramente le scelte finanziarie estere dei cinesi. Non tanto relativamente al ritorno degli investimenti – lo abbiamo visto – quanto ai soggetti titolati a effettuarli. In sostanza, la possibilità di esportare denaro viene consentita solo a soggetti pubblici. Questi guardiani del capitale cinese sono sostanzialmente degli apripista. Servono a mantenere il controllo dei flussi finanziari e insieme a manovrarli come strumenti di una chiara politica di potenza. Basta ricordare che fra costoro figurano la China Development Bank e l’Export-Import Bank of China, ossia i bracci finanziariamente armati della Belt and road initiative.

Tecnicamente questi soggetti furono definiti Qualified Domestic Institutional Investor (QDII) nel 2006, quando fu lanciato l’ schema legislativo per consentire ad alcune istituzioni finanziarie cinesi di investire in progetti off shore per l’acquisto di azioni e obbligazioni. Nel febbraio scorso, sotto lo schema QDII erano stati autorizzati 103 miliardi di dollari di investimenti a 152 soggetti autorizzati.

Alcuni anni dopo, nel 2013, il governo adottò un secondo schema, il Qualified Domestic Individual Investor (QDII2) per consentire agli investitori retail individuali con almeno un milione di yuan (circa 160.000 dollari) di investire in prodotti finanziari offshore. Tuttavia, complice la fuga di capitali che si osservò proprio a partire da metà 2014, questa iniziativa non è ma decollata.

Un altro modo per “assaggiare” la bontà dei flussi liberi di capitale fu la costituzione di free trade zone (FTZs). Luoghi, vale a dire, dove fosse possibile scambiare denaro, nelle varie forme consentite dagli strumenti finanziari. La prima ZTF fu creata a Shanghai nel settembre 2013, cui ne seguirono altre nel Guangdong, Tianjin e Fujian nell’aprile del 2015. Fra il 2016 e il 2018 sono state approvare altre otto FTZs (Liaoning, Henan, Zhejiang, Hubei, Chongqing, Sichuan, Shanxi, Hainan). Nel marzo scorso il National People’s Congress ha approvato la nuova Foreign Investment Law che entrerà in vigore l’anno prossimo sostituendo, in senso meno restrittivo, le precedenti normative che regolavano i rapporti finanziari con i soggetti esteri.

Con prudenza analoga il governo ha adottato degli schemi per consentire agli investitori, innanzitutto cinesi ma anche esteri, di allocare risorse, sempre con chiari limiti, nelle aziende cinesi quotate nelle borse di Hong Kong, Shanghai e Shenzen. Più di recente è stato lanciato un altro schema normativo, lo Shanghai-London Stock Connect che di fatto crea un collegamento finanziario fra i due mercati borsistici. Nel gennaio scorso il governo ha proposto un Shanghai-Germania Stock connect, che replica lo Shanghai-London Stock Connect.

Da un punto di vista quantitativo, i flussi esteri “esportabili” sono stati ridotti da quando lo yuan è stato soggetto a pressioni la ribasso proprio a causa della fuga di capitali. Valga come esempio che i privati cittadini che viaggiano all’estero possono portare con sé non più di 100 mila yuan, circa 16.000 dollari.

Proviamo a ricapitolare. I cinesi sono “costretti” proprio dal loro successo ad aprirsi maggiormente al mondo, e quindi liberalizzare anche il loro conto capitale. Il governo ha intrapreso questo processo, raffreddandolo un po’ in tempi recenti dopo aver osservato una certa tendenza alla fuga di capitali, motivata probabilmente da una certa fame di rendimenti da parte degli investitori privati ma anche da alcuni profili di fragilità del sistema cinese. Pechino ha chiaro tuttavia di non poter interrompere questo processo di apertura verso l’esterno pena la compromissione del suo ruolo di potenza emergente. E nei fatti l’apertura prosegue, anche se ancora poco osservata e con essa la crescita dell istituzioni finanziarie cinesi.

Secondo le analisi svolte dagli osservatori la China Securities Regulatory Commission (CSRC), ossia l’entità di regolazione finanziaria cinese, a marzo 2017 erano registrate 109 compagnie di gestione finanziaria (fund management companies) con capitali totali pari a 3,4 trilioni di yuan. Una buona parte di queste entità amministra flussi esteri. Il grafico sotto ci dà un’idea di come queste entità investano il denaro che gestiscono, relativamente al mercato dell’equity.

Come si può osservare, le destinazioni sono molto diverse quando si parla di investimenti diretti (FDI).

E a seguire possiamo osservare gli investimenti di portafoglio.

Questa rappresentazione sintetica contiene la chiave per capire come e perché il capitale cinese si stia distribuendo attorno al mondo. La tabella sotto ci consente infine di osservare come sia cambiata la distribuzione degli investimenti nel decennio 2008-17.

Per dirla con le parole degli economisti che hanno fatto i conti, “Hong Kong è il paese più sovrappesato con un investimento medio in eccesso di circa il 20 percento mentre gli Stati Uniti sono il paese più sottopesato, con un investimento medio di circa il 20 percento”. I guardiani del capitale hanno spostato i soldi, negli ultimi dieci anni, avvicinandoli alla porta di casa. E questo è un segnale da non sottovalutare.

(4/fine).

Puntata precedente: Quel che c’è da sapere sul tesoro estero dei cinesi

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