Cosa ci dice il declino secolare della labor share

Chi fosse interessato alle tendenze secolari, che ormai in un’epoca appassionata di megatrend vanno per la maggiore, può trovarne una leggendo un articolato paper pubblicato di recente dal NBER dal titolo più che eloquente: “Perspectives on the labor share”. E queste prospettive sono quelle che potete indovinare guardano i grafici sopra, che osservano nel lungo periodo diversi indicatori che monitorano la labor share, che potremmo definire come la quota che il lavoro si vede assegnare sul totale del reddito prodotto.

Detto semplicemente, il lavoro vede ridursi, almeno negli Stati Uniti, dove questa osservazione è stata condotta, la quota di sua pertinenza. “Nel 2022 – recita il paper – la quota del reddito statunitense destinata al lavoro è al livello più basso dai tempi della Grande Depressione”.

Trattandosi di una tendenza secolare non è certo possibile cavarsela con una spiegazione semplice. L’autore dello studio infatti coinvolge nella sua analisi i cambiamenti tecnologici, le mutazioni epocali vissute dai mercati dei prodotti e dei servizi, altri megatrend sorti nel frattempo, come la crescita dei markup, l’aumento delle concentrazioni e, dulcis in fundo, la globalizzazione. In pratica, gli ultimi cento anni di storia.

Comprendere il significato di questa tendenza è importante non solo per gli aspetti distributivi impliciti nella definizione di labor share – sicuramente i più semplici da comprendere – ma perché l’andamento di questa variabile aiuta gli economisti a capire meglio la funzione di produzione, dà informazioni sulla produttività di un paese e sull’efficienza dell’accumulazione di capitale, nonché degli incassi fiscali, e infine è una informazione che influenza le politiche monetarie, fiscali e le pratiche regolatorie.

Una volta accertata l’utilità di questa variabile si apre la difficile partita della sua misurazione. Senza bisogno di farla troppo lunga, il paper calcola una perdita di 5 punti percentuali di labor share negli Usa fra il 1929 e il 2022, con un picco fino a 7 punti nel secondo dopoguerra. Negli ultimi decenni “la gran parte delle industrie Usa mostra una labor share in declino”. E questo non accade solo negli Usa. “Abbiamo osservato una labor share in declino anche in Europa e in Asia e nelle economie emergenti”. Si stima che a livello globale la labor share abbia perduto circa sei punti percentuali dal 1980.

I cinque fattori considerati nell’analisi che possono aver contribuito a questa erosione sono la tecnologia, i mercati dei prodotti, i mercati del lavoro, i mercati dei capitali e la globalizzazione. Si tratta ovviamente di una schematizzazione che ha puro valore ipotetico, visto che nella realtà è molto difficile tenere separate queste cose. Ma l’autore è convinto che a guidare questa erosione siano stati innanzitutto i fattori tecnologici: quindi informatica e automazione. Un’opinione molto diffusa, specie nell’epoca del sorgere dell’intelligenza artificiale.

Chi fosse interessato ad approfondire i dettagli potrà farlo scorrendo il paper, che ha il vantaggio di essere molto chiaro. Qui forse può essere più utile svolgere una riflessione diversa magari in forma di domanda. L’erosione della labor share sembra la perfetta rappresentazione economica dell’erosione della “religione del lavoro” che sta vivendo la nostra società. Il lavoro, come fattore evolutivo dell’individuo, è stato uno dei cardini del pensiero che ha animato la seconda rivoluzione borghese che abbiamo raccontato nella Storia della ricchezza, e che ha trovato piena espressione dei Trenta Gloriosi che hanno generato la terza rivoluzione borghese.

Che tipo di informazione ci comunica, al di là del suo significato economico, il declino della labor share in questa fase della nostra storia? Forse che il lavoro non è più una religione. Altre seduzioni hanno preso il suo posto, e basta osservare il fiorire dell’economia dell’intrattenimento per averne contezza. Ma poiché non è pensabile una società abitata solo da celebrità, rimane da capire cosa sostituirà il lavoro come religione laica nel corso della quarta rivoluzione borghese, iniziata ormai da almeno quattro decadi, nella quale la borghesia, nel senso letterale di abitanti delle città, sembra aver assunto una fisionomia molto diversa da quella delle origini. Questa risposta non arriverà dagli economisti, ma possiamo intravederla guardando l’economia. Non perché sia un osservatorio privilegiato. Ma perché passerà da qui.

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