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Urban legend: il calo dei dipendenti pubblici in UK

Poiché viviamo in un’epoca in cui la narrazione è diventata la costituente della realtà piuttosto che la sua semplice rappresentazione, è esercizio utile scovare di tanto in tanto alcune di queste affabulazioni che tanto discorrere suscitano nei nostri estenuati dibattiti collettivi.

Si tratta non tanto di restituire verità alle argomentazioni, ché le nostre narrazioni contemporanee di verità più o meno autentiche sono intrise, bensì di svelare la loro connotazione di autentiche leggende metropolitane, ossia delle versioni coscienti di quello che è stato definito inconscio collettivo. Ciò che pensiamo di sapere essere vero, insomma.

Sicché ogni qual volta me ne capiterà l’occasione approfitterò della vostra pazienza per darvi conto di alcune contro-narrazioni, pur sapendo che tale opera è per sua natura destinata a infrangersi sul cemento armato del pregiudizio, che com’è noto è fieramente restio a qualunque forma di dubbio.

Anche perché, e questo è il peggiore degli esiti della nostra modernità, dove l’informazione è implosa a causa della sua stessa bulimia, c’è così tanto da sapere e da dibattere, che non c’è il tempo, e tantomeno la voglia, di tornare sui propri passi e mettere in discussione ciò che si pensa di sapere essere vero.

La prima delle urban legend che qui voglio narrarvi è quella che riguarda i dipendenti pubblici inglesi, laddove si dice, più o meno questo: il governo ha tagliato i dipendenti pubblici, col sottotitolo che così facendo ha ridotto la spesa pubblica e stimolato l’occupazione. Si parla di 500mila e oltre dipendenti pubblici in meno, forse 800mila. E si dà fiato alle trombe.

Per fortuna esistono gli statistici, che, pure con tutti i difetti che hanno, conservano comunque il pregio di saper far di conto. E infatti figuratevi la mia sorpresa quando mi è capitata fra le mani l’ultima release che l’ONS, l’ufficio statistico britannico, ha rilasciato pochi giorni fa proprio sull’andamento dell’occupazione nel settore pubblico.

Il primo grafico, che rileva l’andamento dell’occupazione pubblica sin dal 1999, mostra una chiara evidenza: dal picco del 2009, quando i dipendenti pubblici avevano superato abbondantemente i sei milioni, nel primo quarto del 2015 i travet britannici sono arrivati a 5 milioni 372 mila “il più basso livello della serie iniziata nel 1999”, nota l’istituto.

Ed ecco la nostra verità sulla quale si costruisce l’urban legend: i dipendenti pubblici erano cresciuti di circa 800 mila unità nel periodo considerato e ora sono tornati quasi al livello di partenza.

Giù applausi liberali al governo.

Ma la realtà è bene annidata nei dettagli, un po’ come il diavolo guastafeste.

Nel 2008 i dipendenti erano circa sei milioni, livello raggiunto fra il 2004 e il 2005, e da quel momento sono rimasti pressoché costanti.

A fine 2008 però arrivò la crisi e il governo dovette farsi carico di nazionalizzare, dipendenti compresi che finirono riclassificati nel pubblico impiego, il Lloyds Banking Group e la Royal Bank of Scotland. E non solo. Sicché la curva si impennò di qualche centinaio di migliaio di unità, circa trecentomila.

Il trend prese un’inclinazione decrescente a partire dal 2010, tornando a sei milioni alla fine 2011. Ma poi accadono nuovi movimenti.

Nel primo quarto del 2012 gli English colleges, che erano considerati nella contabilità pubblica, sono stati spostati al settore privato, ed ecco che, d’improvviso, i dipendenti pubblici diminuiscono.

Sorte simile accade ai dipendenti della Royal Mail plc, ossia il servizio postale, che finiscono riclassificati nel settore privato, determinando un ulteriore abbattimento della curva, nel primo quarto del 2013. Nel primo trimestre del 2014 è il turno dei dipendenti della Lloyds, tornati nel privato, che abbattono il totale fino al livello attuale, che poi è all’incirca quello del 1999, appunto. Rilevo che il totale Lloyd e Royal Mail ha pesato 282 mila lavoratori che da pubblici sono diventati privati.

Ovviamente tali movimenti si riflettono nel trend dell’occupazione privata, che come per magia s’impenna, a partire dal 2010-11.

Ma c’è dell’altro che vale la pena rilevare.

Lo possiamo comprendere osservando l’andamento della curva del settore pubblico nelle sue due componenti dell’occupazione nel governo centrale e dei governi locali.

E qui notiamo una divertente singolarità. L’occupazione pubblica nel settore centrale è aumentata dal 1999, quando era di circa 2,3 milioni di persone. All’inizio del 2012 sfiorava i tre milioni, ossia era al livello del 2008, quando poi, bruscamente crolla a 2,75.

Cos’è successo? Sono arrivati i così tanto commentati licenziamenti? Non proprio. Semplicemente gli English colleges, sono stati riclassificati fra i Non-Profit Institutions Serving Households e quindi assimilati al settore privato.

Per dare un’idea di quanto possa pesare questa riclassificazione, basta sapere, come ci ricorda l’ONS, che “nel primo quarto del 2015 c’è stata una diminuzione di 22.000 unità (0,4%) del PSE (public sector employment) sul IV quarto del 2014 e dell’1,1% sul primo quarto del 2014”. Ma al netto della riclassificazione pubblico/privato il PSE sarebbe diminuito dello 0,2% sull’ultimo quarto e dello 0,8% sul primo quarto del 2014. Come dice il proverbio, non è tutto oro ciò che riluce.

Da lì in poi, peraltro, l’occupazione nel settore centrale è tornata a crescere e adesso è più alta di quanto non fosse a fine 2011,. In particolare, gli occupati nel settore centrale sono aumentati di 31mila unità nell’ultimo anno (1,1%) a causa delle assunzioni nel settore sanitario, decise mentre l’opinione pubblica discettava del governo inglese aveva diminuito i dipendenti pubblici.

A proposito: l’occupazione nel settore sanitario è cresciuta dalle 1,2 milioni di unità del 1999 alle 1,6 milioni del 2015, il 29,5% del totale dei dipendenti del settore pubblico.

Ricordo però che oltre al settore del governo centrale, il sistema della contabilità nazionale inglese inserisce nel PSE anche i dipendenti del governo locale e della public corporation.

L’andamento dell’occupazione nel settore dei governi locali si fa notare perché dal luglio del 2010 intraprende un deciso orientamento ribassista che la fa crollare dai quasi 2,9 milioni a quasi 2,25 nello spazio di un quinquennio, “il livello più basso da quando è iniziata la serie”, nota l’ONS.

Cos’è successo?

Ce lo spiega l’ONS: “C’è uno spostamento di posti di lavoro in corso dal governo locale al governo centrale, come conseguenza della conversione delle scuole statali (maintened schools) in accademie”.

Quello che è successo è che a luglio 2010 è stato approvato l’Academies Act, che ha mutato l’ordinamento scolastico britannico.

Le accademie, infatti, sono classificate nel bilancio del governo centrale (e con loro i dipendenti), mentre le scuole statali sono iscritte nei bilanci dei governi locali. Quindi “una volta che le scuola statali dei governi locali sono diventate accademie, i loro impiegati sono stati trasferiti al governo centrale”.

Ci vuole poco così a raggiungere “il livello più basso della serie” nelle statistiche dell’occupazione dei governi locali.

Per darvi un’idea di quanto abbia pesato questa riclassificazione, osservo che nel primo quarto 2015 14mila unità sono passati dalla contabilità locale a quella centrale e che nel secondo quarto 2012 176mila unità furono allo stesso modo riclassificate ed è previsto che altre 12mila subiranno lo stesso esisto in questo trimestre.

L’ONS sottolinea che prima del secondo trimestre 2012 il settore educativo impiegava il più alto numero di dipendenti pubblici. Ma poi c’è stata una significativa caduta, si parla di centinaia di migliaia di unità, dopo la riclassificazione nel settore privato degli English further education colleges e delle Sixth form college corporations.

Insomma, l’ennesimo miracolo britannico del calo degli occupati pubblici somiglia un po’ al gioco delle tre carte: riclassificazioni statistiche, aziende nazionalizzate che tornano private, e soprattutto ottima narrazione.

Per concludere vale la pena, conti alla mano, vedere quanto tutte operazioni abbiano influito sulla contabilità pubblica del Regno Unito. Per farlo mi servo delle ultime statistiche di finanza pubblica della Banca d’Italia, che in una tabella classifica la spesa per i redditi da lavoro dei vari paesi. Qui leggo che nel 1999, ossia all’inizio della serie ONS, l’UK spendeva il 9,3% del Pil per i suoi dipendenti pubblici.

La spesa cresce costantemente e nel 2008, prima della crisi, è arrivata al 10,6%. Nel 2009, per i motivi che abbiamo visto, schizza all’11,2, e rimane stabile (11,1%) anche l’anno successivo.

Nel 2011, per i motivi che abbiamo visto, la spesa scende al 10,6 e da li intraprende la sua discesa che la porta al 9,5% del 2014, ossia al livello degli anni ’90

Se misuriamo il calo della spesa dal picco del 2009, osserviamo che l’azione del governo inglese ha consentito di risparmiare circa il 15% da allora. Un piccolo miracolo, anche confrontandolo col dato dell’eurozona dove fra il 2009 e il 2014 la spesa è aumenta dello 0,2%, ma anche con la performance italiana, dove tale spesa è diminuita di circa l’8% senza però suscitare tutta ammirazione.

Niente scherzi: sono inglesi.

 

La distruzione del risparmio italiano

La tenaglia della crisi, che deprime i redditi ed erode i patrimoni, ha fatto strame del risparmio italiano, ormai ridotto ai suoi minimi storici, sia come stock, che come propensione annua.

L’Istat di recente ha certificato che la propensione al risparmio delle famiglie consumatrici, nel 2012, si è fermata all’8,2%, a fronte dell’oltre 12% registrato nel 2008.

Un calo di quasi il 40% in quattro anni.

Tale propensione misura la differenza fra il reddito totale lordo e la spesa lorda per consumi. La circostanza che il risparmio sia crollato, quindi, può voler dire che i cittadini hanno consumato di più o che hanno guadagnato di meno.

Nel caso nostro è successo che, mentre il reddito lordo è rimasto più o meno costante (circa 250 miliardi a fine 2006, poco più di 257 nel 2012) è crollato il potere d’acquisto. In particolare le famiglie consumatrici hanno subito un dimagrimento forzoso via inflazione.

Il potere d’acquisto, infatti, valeva 246 miliardi a fine 2006, a fronte di una spesa per consumi finali di 217 miliardi.

A fine 2012, invece, il potere d’acquisto era crollato a 220 miliardi, mentre la spesa finale era salita a 236. Le famiglie hanno perso oltre il 10% di potere d’acquisto a fronte di un incremento di circa l’8% dei consumi.

In pratica, a fronte di un reddito lordo stagnante, i redditi reali si deflazionano mentre i prezzi di beni e servizi salgono. L’Istat infatti nota che solo nel 2012 il potere d’acquisto è diminuito del 4,8% sul 2011: un record.

Quindi non si consuma di più, ma si spende di più per gli stessi consumi. Una differenza sottile, ma rilevante.

La distruzione del risparmio italiano passa anche per l’assottigliamento clamoroso della ricchezza finanziaria patita dalle famiglie negli ultimi anni, che ci racconta l’ultimo bollettino statistico della Consob.

Dovendo coprire quote crescenti di spesa per consumi con redditi insufficienti, gli italiani attingono alla loro ricchezza finanziaria, peraltro falcidiata dalla crisi che ha fatto dimagrire i corsi di azioni e obbligazioni.

I numeri sono notevoli. Dal secondo trimestre 2010 al terzo trimestre 2012 la clientela retail, ossia i cittadini, ha perso 716 miliardi di ricchezza finanziaria, passando da 1.985 miliardi a 1.269.

Un terzo della ricchezza finanziaria delle famiglie italiane, il 36%, è andato letteralmente in fumo.

Il dimagrimento ha riguardato tutte le diverse classi di investimento, quindi i titoli di borsa, le obbligazioni corporate e quelle di stato. Giusto  per dare un’idea: nel 2010 i cittadini detenevano 431 miliardi di titoli di stato. Nel 2012 solo 265.

In controtendenza col dato retail, quello della clientela professionale, ossia gli operatori finanziari più o meno qualificati. Che, al contrario dei semplici cittadini ci hanno guadagnato.

Nel 2010 avevano asset per un valore di 1795 miliardi, nel 2012 avevano superato i 1.900. Lasciamo a persone di sicuro più qualificate di noi la spiegazione di tale controtendenza. Sottolineiamo solo che gli asset denominati in titoli di stato italiano sono aumentati nel biennio da 588 miliardi a 786.

A questo punto, per risparmiarvi l’eurodepressione che di sicuro vi avrà colpito, chiuderemo in bellezza con un dato tratto dalla comparazione internazionale svolta pochi giorni fa dalla Banca Centrale europea sulla ricchezza delle famiglie dell’eurozona. E’ una lettura molto illiminante, sulla quale torneremo.

Ma intanto accontentiamoci di un paio di dati che ci riguardano.

Il primo: nell’area euro il 43,7% delle famiglie è indebitato, mentre in Italia si registra il valore più basso, pari al 25,2%.

Il secondo: nell’area euro Italia e Spagna sono i paesi che presentano una ricchezza finanziaria media pro capite più alta, a quota 108.000 euro. Seguono la Francia, con 104.100 euro. E la Germania, con 95.500.

Purtroppo lo studio Bce è riferito a dati 2010 e da allora abbiamo visto come sia peggiorata la nostra situazione (insieme a quella della Spagna).

Ricapitoliamo. E’ in corso una distruzione di risparmio senza precedenti nel nostro Paese. Quelli che una volta erano i campioni – ossia noi – di risparmio e ricchezza finanziari netta, sono scivolati drammaticamente verso il basso.

Verso la media europea, viene da dire.

Anzi, stavolta la convergenza con l’Ue sembra garantita: abbiamo ampi margini di peggioramento.