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L’economia che rallenta in un mondo popolato da sonnambuli

Nessuna sorpresa sotto il sole, si potrebbe dire leggendo l’ultimo outlook pubblicato da Ocse sull’economia internazionale. Al netto dei numeri, che ricordano sempre le lotterie, il rapporto conferma quello che sapevamo da tempo: l’economia sta gradualmente rallentando mentre l’inflazione si dimostra particolarmente resiliente in alcune regioni.
Il cuore di questi andamenti si concentra, non a caso, negli Usa dove le politiche economiche stanno contribuendo in qualche modo ad esasperare questi trend. Difatti l’economia è vista in graduale rallentamento fino al 2026, mentre l’inflazione fatica a tornare verso i target.

Le difficoltà dell’America sono in qualche modo speculari a quelle della Cina, la grande rivale finita sotto pressione a causa delle politiche commerciali volute dall’amministrazione Usa, che, sommandosi a diverse difficoltà interne, hanno creato un contesto deflazionario associato a una crescita ben al di sotto dei target storici, e ormai vista inferiore al 5%.
La Cina, peraltro, patisce una situazione fiscale molto complicata, esattamente come gli Usa con la rilevante differenza che non esprime la moneta degli scambi internazionali.
L’Europa vive un po’ in mezzo a questo guado. L’inflazione appare più sotto controllo, ma i livelli di crescita sono i più deboli di tutti, complice anche una domanda interna che non riesce ad esprimere alcuna dinamicità, mentre il canale “storico” della crescita europea, ossia le esportazioni è devastato dall’incertezza che circonda la trattativa in corso con gli Usa, della quale si sa soltanto che è complicata. Nell’arco di un mese dovremmo saperne qualcosa in più.
Il fatto che si parli così tanto di commercio, spiega anche perché Ocse abbia speso molte parole per stigmatizzare l’aumento del protezionismo e delle restrizioni commerciali, che di fatto ha innescato la spirale depressiva della crescita economica internazionale, che in un contesto di crisi fiscale strisciante finisce con l’aggiungere stress a una situazione già molto tesa. E’ noto che l’unica cura possibile contro la crescita del debito è la crescita economica, e che il fattore più rilevante della crescita economica di questi anni è stato il commercio internazionale. Ma sembra che i governi abbiano deciso di poterne fare a meno, al punto da penalizzare chi scambia merci e servizi.
Chiaro che Ocse inviti quindi a togliere dal tavolo le restrizioni. Un appello che somiglia a quello dei pacifisti quando ci sono le guerre. O che inviti i governi alla disciplina fiscale. Un appello che somiglia a quello di chi invita ad abbassare il volume della musica quando infuria la festa. Perché il problema è chiaro: nessuno vuole, o più semplicemente può, davvero cambiare le cose. I governi sono in stato di sonnambulismo e con loro le società che li esprimono. Chiaro che l’economia rallenti. Succede quando il mondo si addormenta.
L’economia è a un punto di svolta ma nessuno sa cosa c’è dietro l’angolo

Cosa può andar storto, viene da chiedersi, se anche l’Ocse nel suo ultimo Interim report, annuncia che l’economia è a un punto di svolta? Le ragioni sono diverse, già riepilogate all’inizio del documento: la crescita rimane resiliente, l’inflazione cala, i mercati del lavoro sono meno tesi e le banche centrali danno segnali di normalizzazione delle politiche monetarie.
Rimane tuttavia la preoccupazione, che si riflette nelle survey sulla fiducia dei consumatori, che tende al declino. In generale il clima che si respira è quello di chi brinda alla scampato pericolo, con l’occhio preoccupato rivolto all’indomani. Sapere di trovarsi a un punto di svolta non risparmia certo dall’incertezza nascosta dietro l’angolo.
La svolta, peraltro, è vicina, ma non vicinissima. L’inflazione ad esempio, che nella sua componente core, quindi depurata da cibo fresco ed energia, è ancora sopra i target, anche se ormai ci siamo lasciati alle spalle lo stress di due anni fa.

Solo l’anno prossimo questa componente dovrebbe rientrare nei target di banca centrale. E chi ha buona memoria ricorderà che da almeno due anni i previsori ci raccontano questo ritornello. Dicono, vale a dire, che l’anno prossimo andrà meglio. La qualcosa più che una previsione somiglia a un auspicio.
Anche perché, e l’Ocse certo non lo nasconde, sono tali e tanti i fattori di rischio – si pensi solo alle tensioni geopolitiche – che un qualunque incendio capace ad esempio di infiammare le quotazioni petrolifere, è capace di vanificare il faticoso lavoro di disinflazione svolto negli ultimi trimestri.
Rimane poi il fatto che l’inflazione che cala non cancella quella trascorsa. I prezzi, per dirla diversamente, sono cresciuti e rimarranno a questo livello, crescendo ancora ma più lentamente di prima. E questo solleva una questione di redditi e, dulcis in fundo, di funzionamento corretto di un mercato del lavoro che non dovrebbe più soltanto guardare ai numeri degli occupati, ma al livello dei redditi reali.
Pensare che sia sufficiente avere occupazione per avere benessere dei lavoratori è un grave errore di valutazione. Un lavoratore che non ha un reddito sufficiente per vivere secondo gli standard che richiede oggi la nostra società è una fabbrica di frustrazione che nessuno società ben funzionante dovrebbe permettersi.
Dulcis in fundo, Ocse non fa mancare il suo consueto auspicio, questo davvero, sulla necessità di riforme strutturali “che promuovano l’apertura dei mercati con dinamiche competitive sane (..) per contribuire a incentivare una crescita economica più forte e sostenuta e attenuare le pressioni di bilancio sul lungo periodo”. Questo dopo aver invitato i governi a ricostruire gli spazi fiscali erosi dalle politiche straordinarie determinate dalla pandemia in vista di tempi peggiori. Purtroppo l’esperienza insegna che i consigli migliori vengono solitamente ignorati.
La ricostruzione dell’economia e la tela di Penelope
Ora che iniziamo un altro anno insieme – il sesto ormai – sarà bene abituarsi all’andamento erratico delle informazioni che arrivano dalle cronache economiche, imparando a distinguere nella filigrana dei fatti la corrente sotterranea che li sostiene e che ormai pochi possono negare. L’economia internazionale è in miglioramento, o almeno così molti osservatori ce la rappresentano. E questo, per coloro che hanno l’udito fine, è il segnale più evidente che si sta facendo strada nella coscienza dei popoli e dei governati un lumicino di fiducia. Il problema è che è flebile e quest’estate ha contributo poco a rafforzarla.
Le tensioni guerresche nel Pacifico – i missili nordcoreani – fra le altre cose hanno complicato le relazioni sino-americane, già gravate dalle minacce daziarie di Trump e dalla crisi dell’acciaio, che già un anno fa segnalavamo in apertura della quinta stagione del nostro blog. Questo, mentre la Cina dovrà pure gestire le relazione con l’Unione Europea, che sta faticosamente elaborando un sistema di dazi in risposta alle istanze cinesi di vedersi concesso lo status di economia di mercato. Peraltro l’Ue è impegnata in un altro negoziato strategico, quello commerciale col Giappone, col quale di recente ha flirtato, con scarso successo, anche Theresa May, alla disperata ricerca di un futuro comprensibile per la Brexit. Tutto ciò solleva molta più prudenza che ottimismo, relativamente al futuro del commercio globale.
Ma le difficoltà degli scambi, a ben vedere, sono solo lo specchio delle difficoltà delle relazioni internazionali fra gli stati. La tensione fra globalismo e localismo non si è smorzata, ma si è solo assopita proprio in ragione del flebile raggio di ottimismo che inizia a penetrare le nubi delle scontento di molte popolazioni. Gli indici di fiducia che abbiamo visto in rialzo alla fine di agosto in molte economie avanzate ed emergenti, non rappresentano che questo, pure al netto delle inevitabili astrazioni di questi indicatori. Sarà interessante provare a capire in questa stagione, dedicata proprio al Rebuilding – la ricostruzione – delle nostre economie, quanto questo recupero di salute sia dovuto all’azione deliberata dei governi, e nel perimetro ricomprendo per necessaria chiarezza anche le banche centrali visto che le politiche monetarie straordinarie realizzate in questi anni, e quanto al semplice esaurirsi della spinta regressiva che ormai data quasi dieci anni, un tempo lunghissimo.
Che il tempo sia la cura migliore per superare una crisi, tuttavia, è solo un’altra congettura. La storia racconta di crisi durate anche il doppio, ad esempio la grande depressione che si registrò nel mondo fra il 1873 e il 1896. All’epoca le società reagirono accentuando il protezionismo, esattamente come si intravede anche adesso e come era accaduto anche dopo la crisi del 1929. Ciò che è interessante ricordare è che la crisi di fine XIX secolo vide originarsi il suo contro movimento nella Germania di Bismarck, che nello spazio di pochi anni passò dall’ideologia del laissez faire, incapace di frenare gli scontenti delle popolazioni e favorire l’edificazione del Reich, a quella interventista e protezionista che creò e in pochi anni cementò il mito dell’organizzazione e della pianificazione statale, che nello spazio di un ventennio, anche in conseguenza della Grande Guerra, conquistò tutto il mondo. La Germania di Bismarck, per dire, fu la stessa che inventò le pensioni.
Ciò per dire che esiste un’altra somiglianza fra ieri e oggi: il ruolo centrale della Germania nel processo di paziente tessitura dell’economia internazionale, che oggi somiglia sempre più alla tela di Penelope. La Germania andrà al voto fra pochi giorni e ci va con un’economia fortissima e un peso politico internazionale ancora poco comprensibile. La Merkel corre per il suo quarto mandato e sarà quello decisivo, ammesso che venga eletta, per capire la visione che la Germania vuole lasciare in eredità ai posteri. Piaccia o no, la Germania ha sempre giocato un ruolo da protagonista nella costruzione dello spirito del tempo. Anche per questo osserveremo sempre più da vicino questo paese, che in un certo qual senso è il portatore di una visione economica molto diversa da quella promossa dal mondo anglosassone, che anche oggi, come in passato, marcia unito. La Brexit e l’elezione di Trump sono gli epifenomeni di un sommovimento simile.
In tutto questo dovremmo parlare anche di noi, del nostro strano paese, che vive con la testa rivolta al Nord e all’Occidente, lo stomaco verso il Sud e il cuore verso Oriente, proprio come suggerisce la nostra geografia. L’Italia si lacera continuamente seguendo queste pulsioni, che ci straziano con eguale forza e si estrinsecano nella rissa collettiva alla quale assistiamo ogni giorno. Anche noi dovremo affrontare un’elezione politica che si preannuncia inconcludente mentre nel frattempo faremo quello che ci viene meglio: vivere con l’animale che ci portiamo dentro, come cantava Battiato.
Auguri, a tutti noi.
