Etichettato: brexit

Cartolina: Brexit, no deal? No party


Mentre la fine di marzo si avvicina e insieme termina il tempo per trovare un accordo di divorzio fra Regno Unito e Unione europea, giova ricordare il costo assai caro che, secondo molti osservatori, si sta preparando per i britannici in caso di no deal. Nell’ipotesi che prevalga lo scenario WTO, ossia l’applicazione di regime più favorevole come conseguenza del mancato accordo, sull’UK arriverà una tormenta, che però sembra non spaventare i parlamentari britannici, alle prese con scaramucce che denotano la loro sostanziale mancanza di senso storico. Giocano a farsi i dispetti mentre fuori si prepara l’inverno. L’irrigidirsi del clima non risparmierà neanche l’UE, ovviamente. Ma per molti sarà al più un anticipo di autunno, per altri un temporale fuori stagione. Far squadra è più facile che giocare per conto proprio. Si potrà pur credere che far tutto da soli liberi dall’impegno delle responsabilità e sia persino eroico. Ma bisognerebbe pur ricordare che è assai meno divertente. Come andare a un party dove non si conosce nessuno. Spesso è deludente.

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Cronicario: Uscire dalla Brexit? Hai visto May


Proverbio del 10 dicembre Non puoi aprire un libro senza imparare qualcosa

Numero del giorno 0,1 Aumento % mensile produzione industriale Italia a ottobre

Poiché mi pare triste iniziare una nuova settimana raccontandovi degli zerovirgola italiani, che rimano bene col farfuglìo della vita moderna, e specialmente quello politico, decido di cambiare paese e volo in UK. Cambio addirittura continente, si potrebbe dire, visto che la prossima primavera porterà con se oltre al fiorire degli alberelli la fuoriuscita del Regno Unito dall’Europa. Un evento che segna il definitivo trionfo della storia sulla geografia.

Ci sarebbe poco da dire, in effetti, se non fosse che stamattina la Corte di Giustizia europea, sulla quale l’Uk non avrà più giurisdizione dal prossimo 29 marzo stando le cose come sono adesso, non avesse detto che se vuole – ma se proprio vuole – il governo può anche decidere di revocare la Brexit e la cosa finisce qua.

Figuratevi che è successo Oltremanica. Un paio di ministri hanno subito detto che tireranno dritto (cit.) e uno di loro si è spinto a chiedersi “come si sentirebbe quel 52% dei cittadini che ha votato la Brexit” se il governo tornasse suoi suoi passi? Mah. Più o meno come quel 48% che ha votato per restare nell’Ue immagino. Ma non è tanto questo che eccita la fantasia dei specialisti in Brexit, ormai un vero e proprio filone letterario, quanto il fatto che domani molto probabilmente non si terrà il voto nella Camera dei Comuni che avrebbe dovuto ratificare l’accordo con l’Ue per l’uscita marzolina.

Chissà se è vero. Dicono che la premier parlerà oggi pomeriggio ai Comuni e lì sapremo. Magari si è capito che uscire dalla Brexit è peggio che uscire dalla Ue. Magari faranno pure una bella marcia indietro. Hai visto May…

A domani

Cronicario: Italia&GB, May(be) or not to be


Proverbio del 12 luglio Meglio camminare con chi ami che riposare con chi odi

Numero del giorno: 1,1 Tasso di interesse sul Btp triennale in asta oggi

Sono sinceramente indeciso a chi assegnare la palma di minchiata del giorno, ormai disputatissimo premio che il vostro Cronicario attribuisce con cadenza irregolare ai vari fenomeni che affollano la nostra scena pubblica. La giornata era cominciata con le solite facezie dei nostri governanti su pensioni e tagli ai vitalizi, carne sanguinolenta per le belve da tastiera, ma la mestizia nostrana, così d’antan, è stata subito superata dal solito Mister T. in versione Nato in the Usa, che ha fatto venire le palpitazioni a mezzo mondo – per la troppa gioia o il panico – dicendo nel bel mezzo del vertice Nato che gli Usa potrebbero lasciare l’alleanza.

Ma era una battuta ovviamente. Neanche il tempo di digerire il rutto che la controfigura di Mister T, o il gemello diverso se preferite, se ne esce dicendo che la Nato è una cosa bellissima e che lui adora la Merkel perché suo padre – quello di Mister T – era tedesco. La riunione della Nato, convocata d’urgenza dopo l’annuncio del Natexit Usa, si scioglie in un abbraccio affettuoso dove tutti promettono di spendere più di prima e Trump, dopo aver twittato “Grazie Nato”, manco fosse un Venditti qualunque, tira a sorte sul prossimo pupazzo su cui esercitare il suo tirassegno. E chi viene fuori dal cilindro?

Per nulla anglosferico, Mister T. se ne esce osservando che il libro bianco della Lady di gomma, scritto a chissà quante mani per diventare la piattaforma negoziale con l’Ue dopo la Brexit, non è affatto sicuro sia in sintonia col voto dei britannici. Poi ha chiuso in bellezza avvisando l’Ue, con la quale dovrà incontrarsi il prossimo 25 luglio nella persona di Juncker, che se non negozia equamente dazia le auto, ossia il cuore del nostro export.

Juncker non ha risposto, mentre la zia May, non quella di Spider man ma insomma, ha spiegato al nipotino americano che la sua piattaforma è la migliore possibile e poi, tanto per far capire che è di famiglia con Mister T, se n’è uscita con una minchiata meravigliosa: “”Non sarà più permesso alle persone di arrivare dall’Europa nella remota possibilità che possano trovare un lavoro. Accoglieremo sempre i professionisti qualificati che aiutano la nostra economia a prosperare, dai dottori alle infermiere, agli ingegneri e agli imprenditori ma, per la prima volta da decenni, avremo il pieno controllo dei nostri confini”. Dicono a Trump sia sbiancato il ciuffo mentre ordinava di erigere un muro col Texas.

La nostra indomita premier si sente talmente forte e sicura nella sua roccaforte che avrà persino accolto con sovrana scrollata di spalle anche le ultime previsioni dell’Ue che vedono l’economia britannica scivolare accanto all’ultima della classe, che per inciso sarebbe la nostra.

Essere in compagnia dei britannici è sicuramente il sogno dei sovranisti nazionali, e quindi ben venga la perfida Albione. Quaggiù, sul limitare dell’1% quando va bene, si vivacchia fra l’essere e il non essere, e voi cari brexiter sapete che vuol dire. Si produce poco, ma il tempo è buono e si mangia bene. Ecco forse questo da voi proprio no. Ma almeno avete la sterlina e il controllo dei mari. May(be).

A domani.

La ricostruzione dell’economia e la tela di Penelope


Ora che iniziamo un altro anno insieme – il sesto ormai – sarà bene abituarsi all’andamento erratico delle informazioni che arrivano dalle cronache economiche, imparando a distinguere nella filigrana dei fatti la corrente sotterranea che li sostiene e che ormai pochi possono negare. L’economia internazionale è in miglioramento, o almeno così molti osservatori ce la rappresentano. E questo, per coloro che hanno l’udito fine, è il segnale più evidente che si sta facendo strada nella coscienza dei popoli e dei governati un lumicino di fiducia. Il problema è che è flebile e quest’estate ha contributo poco a rafforzarla.

Le tensioni guerresche nel Pacifico – i missili nordcoreani – fra le altre cose hanno complicato le relazioni sino-americane, già gravate dalle minacce daziarie di Trump e dalla crisi dell’acciaio, che già un anno fa segnalavamo in apertura della quinta stagione del nostro blog. Questo, mentre la Cina dovrà pure gestire le relazione con l’Unione Europea, che sta faticosamente elaborando un sistema di dazi in risposta alle istanze cinesi di vedersi concesso lo status di economia di mercato. Peraltro l’Ue è impegnata in un altro negoziato strategico, quello commerciale col Giappone, col quale di recente ha flirtato, con scarso successo, anche Theresa May, alla disperata ricerca di un futuro comprensibile per la Brexit. Tutto ciò solleva molta più prudenza che ottimismo, relativamente al futuro del commercio globale.

Ma le difficoltà degli scambi, a ben vedere, sono solo lo specchio delle difficoltà delle relazioni internazionali fra gli stati. La tensione fra globalismo e localismo non si è smorzata, ma si è solo assopita proprio in ragione del flebile raggio di ottimismo che inizia a penetrare le nubi delle scontento di molte popolazioni. Gli indici di fiducia che abbiamo visto in rialzo alla fine di agosto in molte economie avanzate ed emergenti, non rappresentano che questo, pure al netto delle inevitabili astrazioni di questi indicatori. Sarà interessante provare a capire in questa stagione, dedicata proprio al Rebuilding – la ricostruzione – delle nostre economie, quanto questo recupero di salute sia dovuto all’azione deliberata dei governi, e nel perimetro ricomprendo per necessaria chiarezza anche le banche centrali visto che le politiche monetarie straordinarie realizzate in questi anni, e quanto al semplice esaurirsi della spinta regressiva che ormai data quasi dieci anni, un tempo lunghissimo.

Che il tempo sia la cura migliore per superare una crisi, tuttavia, è solo un’altra congettura. La storia racconta di crisi durate anche il doppio, ad esempio la grande depressione che si registrò nel mondo fra il 1873 e il 1896. All’epoca le società reagirono accentuando il protezionismo, esattamente come si intravede anche adesso e come era accaduto anche dopo la crisi del 1929. Ciò che è interessante ricordare è che la crisi di fine XIX secolo vide originarsi il suo contro movimento nella Germania di Bismarck, che nello spazio di pochi anni passò dall’ideologia del laissez faire, incapace di frenare gli scontenti delle popolazioni e favorire l’edificazione del Reich, a quella interventista e protezionista che creò e in pochi anni cementò il mito dell’organizzazione e della pianificazione statale, che nello spazio di un ventennio, anche in conseguenza della Grande Guerra, conquistò tutto il mondo. La Germania di Bismarck, per dire, fu la stessa che inventò le pensioni.

Ciò per dire che esiste un’altra somiglianza fra ieri e oggi: il ruolo centrale della Germania nel processo di paziente tessitura dell’economia internazionale, che oggi somiglia sempre più alla tela di Penelope. La Germania andrà al voto fra pochi giorni e ci va con un’economia fortissima e un peso politico internazionale ancora poco comprensibile. La Merkel corre per il suo quarto mandato e sarà quello decisivo, ammesso che venga eletta, per capire la visione che la Germania vuole lasciare in eredità ai posteri. Piaccia o no, la Germania ha sempre giocato un ruolo da protagonista nella costruzione dello spirito del tempo. Anche per questo osserveremo sempre più da vicino questo paese, che in un certo qual senso è il portatore di una visione economica molto diversa da quella promossa dal mondo anglosassone, che anche oggi, come in passato, marcia unito. La Brexit e l’elezione di Trump sono gli epifenomeni di un sommovimento simile.

In tutto questo dovremmo parlare anche di noi, del nostro strano paese, che vive con la testa rivolta al Nord e all’Occidente, lo stomaco verso il Sud e il cuore verso Oriente, proprio come suggerisce la nostra geografia. L’Italia si lacera continuamente seguendo queste pulsioni, che ci straziano con eguale forza e si estrinsecano nella rissa collettiva alla quale assistiamo ogni giorno. Anche noi dovremo affrontare un’elezione politica che si preannuncia inconcludente mentre nel frattempo faremo quello che ci viene meglio: vivere con l’animale che ci portiamo dentro, come cantava Battiato.

Auguri, a tutti noi.

I Grandi Esportatori sono gli europei, non i cinesi


Mi capita fra le mani una pregevole ricognizione prodotta dall’Ons, l’istituto di statistica britannico in occasione dell’attivazione del governo inglese della procedura di uscita dall’Ue. Scelta ovviamente non occasionale, nel momento in cui bisognerà reinventare in chiave bilaterale una mole di relazioni che prima andavano di pari passo con quelli tessute all’interno delle regole Ue e che adesso dovranno essere concordate e riscritte. Ci vorrà tempo e intanto è utile sapere alcune cose dell’economia britannica e di quanto per lei sia importante quella dell’Ue.

Questo grafico sintetizza bene la situazione. L’Ue la destinazione del 47% dell’export britannico, mentre l’Uk assorbe solo il 7% dell’export Ue. Per apprezzare meglio i dati, tuttavia, è utile ricordare, come fa l’Ons che “l’economia del Regno Unito può anche essere dominata dai servizi al giorno d’oggi, ma la produzione manifatturiera rimane una parte fondamentale del dibattito politico intorno Brexit e il commercio”. Infatti, malgrado “costituiscano una percentuale molto più piccola del Pil, il commercio di beni continua a superare quello dei servizi”. Nel dettaglio, le merci hanno rappresentato il 55% delle esportazioni del Regno Unito e il 75% delle importazioni nel 2016, con la precisazione che “il commercio di beni con l’Ue è significativo sia per le imprese che vendono manifatture UK che per la supply chain”.

Il problema è che con la Brexit le regole che si andranno a concordare varranno per tutti e 27 i paesi dell’Unione – il famoso 47% dell’export UK – e quindi il governo dovrà prestare una grande attenzione ai dettagli per non rischiare di compromettere questo piccolo patrimonio di esportazioni che è letteralmente vitale per l’economia nazionale. A meno di non pensare che il resto del mondo, quello che adesso assorbe il 53% dell’export britannico, abbia la possibilità e la volontà di comprare più made in Uk.

Gli Stati Uniti, ad esempio, assorbono oltre il 16% dell’export UK e vi esportano appena il 3% delle loro merci. Sembra difficile immaginare che possa assorbirne di più, specie adesso che il commercio estero è diventato uno dei chiodi fissi della nuova amministrazione, che non dimostra affatto di gradire i suoi partner eccedentari. La Cina invece riceve il 4,42% dell’export britannico e vi esporta il 2,61% dei suoi beni.

Quanto all’Europa, la Germania da sola riceve il 10,6% dell’export britannico ed esporta circa il 7% dei suoi beni in UK, quindi la voce del governo di Berlino è destinata naturalmente ad avere un peso specifico importante rispetto a quella di Parigi, che ha visto declinare dal 2006 le esportazioni britanniche nel suo territorio dal 12 al 6%, a fronte di un 7% di merci esportate in UK. L’Italia sta in posizione marginale: riceve il 2,95% dell’export britannico e vi esporta il 5,42% del suo.

Per farsi un’idea ancora più chiara è interessante osservare quest’altro grafico, che classifica i paesi esportatori in relazione al valore delle loro esportazioni. Come si può osservare, l’UK è fanalino di coda dopo l’Italia, ma comunque il suo commercio vale sempre circa 300 miliardi di dollari, 288 per la precisione (dato globale riferito al 2015): non certo una cifra che si può prendere sotto gamba. Ma probabilmente la sorpresa maggiore si ha osservando che il commercio dell’Ue a 27, quindi senza l’UK , sfiora i cinque trilioni (con l’UK li supera di parecchio), e in pratica vale il doppio di quello cinese e quasi il triplo di quello Usa, complessivamente il 30% dell’export globale. Sono gli europei i veri cinesi del mondo, se con quest’aggettivo si intende i Grandi Esportatori, e se gli Usa hanno come dicono un problema con chi esporta troppo ce l’hanno con l’Europa assai prima che con la Cina. Anche se magari questo non lo dicono.

Cronicario: Parte la Brexit in stile vispa Theresa May(be)


Proverbio del 29 marzo Ogni passione ha la sua intelligenza

Numero del giorno: 7,4 Aumento annuale % prezzi importazione in Germania 

Alla fine la vispa Theresa May, genialmente soprannominata tempo fa dall’Economist May(be) ha firmato fra gli scatti dei fotografi l’atto che formalizza l’attivazione della Brexit. Finita la pacchia dell’opposizione, diciamo così, ora tocca governare una roba assai complicata che fra le altre cose va a turbare un trecento miliardi di commercio estero la metà dei quali circa con l’Ue.

Che farà la vispa Theresa? La storia è sempre la stessa e l’ha scritta Luigi Sailer più di 150 anni fa. La ricordo agli smemorati: “La vispa Teresa/avea tra l’erbetta/A volo sorpresa/gentil farfalletta/E tutta giuliva/stringendola viva/gridava a distesa: “L’ho presa! L’ho presa!”. A lei supplicando/l’afflitta gridò: “Vivendo, volando che male ti fò? Tu sì mi fai male/stringendomi l’ale! Deh, lasciami! Anch’io/son figlia di Dio!”.
Teresa pentita/allenta le dita: “Va’, torna all’erbetta,/gentil farfalletta”.
Confusa, pentita,/Teresa arrossì,/dischiuse le dita/e quella fuggì.

Mentre che osserviamo il viaggio dell’UK verso chissà dove, non possiamo che augurarle che la May sappia fermare i problemi che sicuramente incontrerà oltre a firmare la fuga dall’Alcatraz brussellina. E che abbia anche un capiente libretto degli assegni, visto che l’UK deve finanziare ogni anno un notevole deficit sull’estero.

Piaccia o no ai britannici, loro hanno bisogno di noi, il contrario è opinabile. Trattandosi della (non) notizia del giorno, non mi stupisce trovare il cronicario globale compenetrato a celebrare questo giorno storico. Sicché scorrendo le timeline finisce che uno si perde altre cose, che al contrario della pseudo Brexit marzolina – ci vorranno due anni prima che si intraveda un cambiamento – sono assai pregnanti.

La prima che trovo riguarda gli Usa la cui posizione netta degli investimenti esteri, ossia il saldo fra il valore dei loro investimenti all’estero e quello degli investimenti esteri negli Usa è arrivata ad essere negativa per 8.109,7 miliardi di dollari.

Per farvela digerire meglio – la NIIP (Net International investment position) è una brutta bestia – ve la illustro così:

In pratica il resto del mondo ha oltre 30 trilioni di asset denominati in dollari che sono debiti per gli americani. Notate con quanta grazia la curva fra debiti e crediti degli Usa si allarghi dal 2008.

Vi saluto con quest’altra chicca che ho scovato sulla Reuters. Il Dipartimento del commercio ha rimosso la ZTE, gigante delle telecomunicazioni cinesi, dalla black list del commercio dopo che la compagnia cinese ha confessato di aver violato l’embargo verso l’Iran e accettato di pagare 900 milioni di dollari di sanzione. La ZTE è la prima compagnia cinese per numero di brevetti presentati l’anno scorso e adesso è pure tornata nelle grazie degli Usa. Un altro pezzetto di secolo asiatico.

A domani.

La Chat di Crusoe con @cac_giovanni: Un Norway-Style deal per la Brexit


Questa settimana Crusoe (C) si è piacevolmente intrattenuto con Giovanni Caccavello GT) @cac_giovanni.

C Buongiorno Giovanni. Mi sembra che la notizia di inizio settimana sia la definitiva acquisizione di Opel da parte dei francesi della Peugeot. Ormai non si può dire che sia una sorpresa, ma di sicuro adesso tutti gli altri grandi player dovranno rivedere le loro strategie. Ti sei fatto un’opinione in materia?

G Ciao. Anche qui in UK oggi si parla molto dell’accordo Peugeot-Opel. Alcune reazioni sono interessanti, anche alla luce della “Brexit”.

C Già: è curioso un mondo dove insieme convivono l’internazionalizzazione e la voglia di chiudere i confini. Mi chiedo quale tendenza prevarrà. Tu che abiti laggiù, che idea ti sei fatto?

G Da quel che ci è stato riferito, la prossima dovrebbe essere la settimana decisiva. Il governo May dovrebbe ufficialmente dare il via alle negoziazioni, attivando l’Articolo 50. Per ora bisogna dire che e’ tutto ancora molto incerto ed il governo britannico e’ stato molto restio nel comunicare informazioni su “hard o soft” brexit.

C Mi chiedo se tanta prudenza celi una strategia o se invece il tutto sia abbastanza improvvisato. Ma poiché non lo sapremo mai, forse è più interessante chiedersi se si inizi a delineare il piano economico che l’UK metterà in campo una volta che partiranno le contrattazioni. Tu vedi probabile una ripresa del settore manifatturiero britannico?

G Visto il recente passato, temo di no. Qui in UK molti hardcore Brexiters sono ancora indirettamente legati ai fasti dell’impero britannico. Osservando dati di Bruegel, nel corso di questi ultimi decenni il Regno Unito è stato il paese che ha perso maggiormente in termini di settore manifatturiero. Difficile che questi lavori tornino nel medio periodo. A mio modo di vedere, nonostante le notizie giornaliere riportate un po’ ovunque, il governo Britannico cercherà alla fine di avere una sorta di “Norway-Style deal” con l’Unione Europea.

Il resto della Chat è disponibile su  Crusoe, una newsletter a pagamento che si può leggere solo abbonandosi. Tutte le informazioni le trovi qui.

Cronicario: British moment, ma poi passa


Proverbio del 24 gennaio Dare il buongiorno non è ancora segno di amicizia

Numero del giorno: 1.000.000.000.000 Debito per mutui in UK

Comincia così

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con British Telecom che prende una schicchera di quasi il 17% di prima mattina perché i soliti italiani hanno fatto pasticci sulla contabilità. Provo un moto d’orgoglio e mi ricordo delle parole di un nostro illustre concittadino che ci ha pure scritto un libro.

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La Reuters scrive addirittura che BT rischia di lasciare definitivamente l’Italia, in conseguenza dell’accaduto. La Brexit de noantri.

Poi prosegue così.

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Con l’ONS, poverina, che lancia la sua release prevista sui conti pubblici britannici che parlano di deficit in lieve calo a dicembre 2016 sul 2015 e debito pubblico, escluso quello per le banche, a 1.698 miliardi di sterline, ossia l’86,2% del pil, cresciuto di 91,5 miliardi, circa 251 milioni al giorno.

E poi finisce così.

brexit

Non è il risultato di un referendum, ma la risposta della Corte suprema britannica all’istanza del governo di attivarsi da solo il protocollo di uscita dell’Ue. Niet: deve farlo il Parlamento con legge apposita che già qualcuno si è sbrigato a preparare. Intanto il risultato è questo:

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Ovviamente la decisione della corte non c’entra niente. La sterlina era salita parecchio nei giorni scorsi, dopo il discorso della May sull’Hard Brexit e oggi si è sgonfiata un po’. Però questo scivolone mi ha fatto capire una cosa semplice: stavo vivendo un British moment, quello sgonfiarsi di bolle, per lo più mediatiche, che provoca irritazioni o, nei casi più benigni, pruriti occasionali. Di buono c’è che passa subito.

E infatti dopo un po’ della sterlina e dei suoi tormenti parlano solo i politici, ossia nessuno. Mentre le notizie vere mi fanno deragliare altrove. Ad esempio qui.

nafta

Se Trump ha visto questo grafico, dopo aver stracciato il TPP, peraltro già bello che defunto da tempo, accende un fuocherello sotto il NAFTA. E già me l’immagino i messicani.

cuccuruccu

Altrettanto interessante per Trump e i suoi accoliti sapere che la produzione di greggio è ripartita alla grande. Ma stavolta l’Opec non c’entra. E’ tutta farina del sacco Usa. Anzi shale. L’Opec incredibilmente rispetta i patti e taglia, e gli Usa aumentano, come da programma. Un giorno qualcuno ci spiegherà come mai i produttori si siano accordati sapendo perfettamente di fare il gioco Usa.

Infine Una notizia che mi sembra descriva assai bene lo spirito del tempo. Secondo qualcuno, l’80% delle banche centrali sta pianificando di comprare più azioni, sostanzialmente per tenere svegli i mercati.

asset-bc

La trappola del QE, come l’ha saggiamente chiamata qualcuno, si scopre sempre più complessa e difficile da evadere. E forse neanche lo vogliamo.

A domani.

 

L’inverno inglese che fa tremare la sterlina


Inverno gelido, quello del 2017, con la neve a bassa quota che, per analogia, corrisponde a certi estremi nei mercati valutari, come quelli registrati dalla sterlina negli ultimi giorni, quando la valuta britannica è passata dal minimo sul dollaro sotto 1,20 a uno dei massimi rialzi degli ultimi decenni sfiorando 1,24 l’indomani. Come se a una gelata seguisse la primavera nello spazio di ventiquattro ore.

Questa schizofrenia, che molti attribuiscono alle vicende della Brexit, sono la spia di un malessere profondo dell’economia britannica, che somiglia a quello che affligge il nostro clima, dove un’eccesso di emissioni gassose calde, spiegano gli esperti, ha finito col corrompere la trama delle correnti sottomarine e creato nubi tossiche che impestano l’aria impedendone il ricircolo. E perciò correnti d’aria fredda e calda si scontrano, provocando cicloni, tempeste e nubifragi. Credere che la sterlina oscilli per entità così ampie solo perché la gentile signora May(be), come la chiama l’Economist, dice una cosa e poi un’altra, è come prestar fede al fatto che una singola fabbrica sia responsabile dell’inquinamento globale. Né più né meno. La situazione britannica è complicata non solo per com’è, ma per come andrà ad essere, a cominciare dal fatto che nessuno sa come andrà a chiudersi la partita con l’Ue.

Alcune evidenze aiuteranno a mettere a fuoco. La prima ce la propone l’ufficio di statistica del Regno Unito, che ha rilasciato pochi giorni fa gli ultimi dati sulla bilancia commerciale. Il saldo negativo si è ampliato fino ad arrivare a un deficit di 4,2 miliardi, in peggioramento di 2,6 miliardi da ottobre, principalmente a causa dell’aumento dell’import pari a 3,3 miliardi, parzialmente compensato dall’aumento dell’export di 0,7 miliardi. La qualcosa lascia dedurre che la svalutazione della sterlina, notevole dal giugno ad oggi, non ha rilanciato l’export quanto sarebbe stato necessario per bilanciare i costi dell’import. Se allunghiamo l’osservazione al trimestre agosto-ottobre, vediamo che la situazione appare più equilibrata, con l’export cresciuto più dell’import. Dal che si può dedurre che la situazione dell’economia britannica è assai più complessa di quanto si possa pensare guardando ai dati del commercio, pure se rimane la sensazione che è difficile l’economia si bilanci solo agendo sul versante valutario.

Qualche spunto di riflessione in più lo trovo nell’outlook sul primo trimestre 2017 rilasciato da Saxo Bank. “Optare per una hard Brexit – scrive Christopher Dembik, capo delle macro analysis della banca – significa che il Regno Unito dovrà cambiare completamente la struttura della propria economia entro il 2019 che è un lasso di tempo molto breve. L’economia britannica si avvia alla sua più grande sfida dalla seconda guerra mondiale”.

In sostanza, sottolinea il nostro analista, per riuscire la May, come una sorta di anti-Thatcher, dovrà invertire il paradigma imperante dagli anni ’80 nei paesi avanzati, ossia che il governo sia il problema. All’inizio del XXI secolo, al contrario, il governo diventa la soluzione. Un po’ come era negli anni ’20-30 del secolo scorso. Quindi un’economia assai più manovrata di quanto sia adesso, dovendo fare i conti, quest’anno, con un prevedibile aumento dell’inflazione, importata dal commercio estero, un mercato del lavoro incerto, e la questione saliente della competitività, che la svalutazione della sterlina non sembra incoraggiare più di tanto a causa della rigidità dei prezzi all’export.

Uno studio dell’Office for budget, citato nell’analisi, stima che un calo dei prezzi relativi dell’1% conduce a un aumento appena dello 0,41% dell’export (al netto dei prodotti petroliferi) dopo tre mesi. Qual è la soluzione? “Il Regno Unito avrà bisogno di un ambizioso piani di re-industrializzazione se non riuscirà a raggiungere un accordo favorevole di partnership con l’Ue”. Dagli anni ’30 agli anni ’70. Il passo è brevissimo.

 

L’estate laterale che prepara un autunno obliquo


L’epilogo di quest’estate somiglia alla curva degli indici di borsa che s’agitano convulsi per non  muoversi affatto, risolvendosi infine in una linea piatta, ossia la migliore manifestazione possibile dell’incertezza, che, complice il tempo delle vacanze, è divenuta indifferenza. L’estate laterale, come si è connotata quella del 2016, smentisce persino il timore dei rivolgimenti che ancora a luglio scuotevano gli inchiostri dei commentatori e degli analisti. Chi si aspettava il peggio, ha dovuto rassegnarsi alla noia, che forse è peggio del peggio.

E tuttavia sbaglieremmo a distrarci. L’irrisolto si è annidato e già s’avvedono le coordinate lungo le quali andrà a rivolgersi l’inquietudine di fine settembre, quando tutti si sveglieranno del tutto dal sogno zuccheroso delle vacanze. Intanto la grande paura delle banche, che a luglio ci tormentava, oggi pare svanita e anzi si gode dei rialzi effimeri delle borse, che pure l’indomani si trasformano in ribassi, come se gli squilibri profondi dei bilanci pubblici e privati anch’essi fossero in vacanza. Cosa che ovviamente non è. L’estate laterale prepara un autunno obliquo, ed è saggio ricordarlo in questo post che inaugura la quinta stagione del blog. Rimane solo da vedere quale sarà l’angolo di questa obliquità, ma a ben vedere è solo un dettaglio.

Gli unici fatti che hanno una qualche dignità d’osservazione sono le decisioni della Fed, in odore di rialzo dei tassi, e il probabile aborto dei negoziati sul TTIP, dopo che un paio di ministri tedeschi e francesi anno detto che la trattativa di fatto è interrotta. Un altro segnale del disentaglement strisciante che i fatti britannici hanno inaugurato e che dorme in attesa delle elezioni americane.

Di tutto ciò hanno discusso i leader del G20, riuniti in Cina ai primi di settembre, in uno di quei vertici che servono soltanto a mostrare lo iato fra quello che si dovrebbe e quello che si può fare. Ossia poco o nulla. Sollevata all’attenzione internazionale la questione dell’acciaio, che adesso andrà a riempire le cartelle degli sherpa in attesa di una qualche forma di accordo, i cosiddetti grandi sono riusciti solo a ricordarci che l’economia rallenta, concludendo la constatazione che servirà uno sforzo rinnovato, come si ripete da alcuni vertici a questa parte.

Ma aldilà delle dichiarazioni d’intenti, una cosa sembra ormai chiara. La politica, sia essa nazionale o sovranazionale, è semplicemente impotente rispetto alle sfide del nostro tempo. Otto anni e passa di crisi sono troppi per concedere ai policy makers persino il beneficio del dubbio. Sicché l’unica acquisizione che ormai le popolazioni hanno maturato nella parte nascosta della loro coscienza, è che chi comanda non ha la forza di trasformare l’irrisolto in soluzione. Si prende tempo, lubrificando il sistema con la liquidità – le ultime decisioni della Bce sono lì a confermarlo – e si aspetta che questa soluzione arrivi chissà da dove. In questa perdita di fiducia, che poi si riverbera sugli indicatori macroeconomici e finanziari, si individua il vero problema che ne genera un altro, che stavolta è politico: non si cercano più le soluzioni, ma i risolutori.

Chiunque sarà in grado di ristabilirla, questa fiducia, potrà far tesoro del consenso che il popolo, finalmente rassicurato, vorrà tributargli, pure se a costo di chissà quale prezzo. La richiesta di un’economia forte, in una società disgregata come la nostra, finisce sempre col generare la domanda di una politica forte. Pure a costo di sacrificare la libertà al benessere. La domanda di sicurezza economica, proprio come quella di sicurezza tout court, ha poco riguardo per i modi con i quali tale bisogno verrà assicurato.

Buon inizio di stagione.