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La classe media in Italia non declina, anzi: aumenta


Prima di concludere questa ricognizione sulle sorti del ceto medio, cui Ocse ha dedicato nei giorni scorsi un paper appassionato nel quale se ne lamenta il declino, vale la pena spendere qualche riga per osservare come tale involuzione, che di fatto corrisponde a una involuzione di peso politico e quindi sociale, almeno nelle premesse che confeziona l’istituto, non ha riguardato il nostro paese, dove anzi la classe media negli ultimi trent’anni ha guadagnato posizioni. Il grafico sotto misura la dimensione della classe media fra il 1980 e il 2010 utilizzando come punto di osservazione la popolazione in età lavorativa e l’appartenenza al ceto medio del capofamiglia, quindi relativamente alla sua occupazione.

Come si può osservare i posti di lavoro iscrivibili alla classe media sono diminuiti nel trentennio considerato mentre sono aumentati di un paio di punti, quelli più a basso reddito, a suggerisce quindi uno scivolamento di quello che una volta era ceto medio (o meglio una piccola parte di esso) verso il basso. Se guardiamo il dato generale disaggregato nei diversi paesi che compongono l’area, otteniamo altre informazioni interessanti.

Come si può osservare, l’Italia è uno dei pochi paesi (insieme a Messico e Cile) ad aver registrato un aumento dei lavori da classe media, diciamo così, a fronte di cali generalizzati in tutti gli altri. E soprattutto si è registrato una crescita della quota dei redditi più elevati (upper income) a fronte di una notevole diminuzione di quelli più bassi (lower income). Insomma, la narrativa Ocse sul declino della classe media, con tutti i suoi annessi e connessi che abbiamo già discusso, sembra si attagli poco al caso italiano. E tuttavia abbiamo finito col diventare un caso di scuola del populismo contemporaneo. Forse dovremmo cambiare punto di vista. O almeno iniziare a nutrire qualche dubbio.

(4/fine)

Puntata precedente: Il mattone che schiaccia il peso medio