Etichettato: bis Chinese banks and their EMDE borrowers: have their relationships changed in times of geoeconomic fragmentation
Cosa ci racconta l’espansionismo estero delle banche cinesi

La Cina, dunque, piaccia o no, si conferma essere divenuto nello spazio di un ventennio un interlocutore internazionale con il quale, in un modo o nell’altro, dovremo fare i conti. Non solo per la taglia sistemica della sua economia, che comunica in ogni dove i suoi sussulti, divenuti peraltro assai più frequenti che in passato. Ma anche per le politiche che in questo ventennio ha messo in campo per costruirsi un posto al sole, consapevole che nessuno gliel’avrebbe offerto.
Uno dei metodi seguiti, assai meno osservato della più nota Belt and Road Initiative, per quanto appartenga ai suoi strumenti, è stato l’espansionismo finanziario condotto dalle banche cinesi, in larga parte a controllo pubblico.
Un recente paper della Bis fa il punto su questa pratica che, senza esagerare troppo, potremmo definire un’epopea. Partiti da posizioni di coda, i cinesi sono riusciti grazie ai corposi attivi racimolati negli anni d’oro del commercio internazionale a ritagliarsi un posto al sole fra i grandi finanziatori del mondo affamato di denaro, quindi, per cominciare, i paesi a più basso reddito, emergenti o in difficoltà.
Il grafico sotto è una buona sintesi di questo attivismo.

Nel pannello di destra si osserva che, ancora nel 2016, quindi meno di dieci anni fa, le banche cinesi erano i prestatori di maggioranza, chiamiamoli così, per una quarantina di questi paesi. Nello spazio di tre anni, mentre la narrazione della BRI svolgeva la sua trama, questi paesi sono diventati una settantina, poi dopo la crisi Covid il flusso ha rallentato.
Il fatto interessante, però, ce lo comunica il grafico di sinistra. Malgrado l’attivismo cinese, misurato in relazione al pil dei paesi destinatari di presti, le banche europee e britanniche sono rimaste le grandi protagoniste di questo mercato, anche se certamente i cinesi hanno rosicchiato diverse posizioni.
Ma a che prezzo? Due ultime osservazioni meritano di essere ricordate. La prima: i cinesi concedono credito sempre più attraverso investimenti diretti (IDE). Anche se il grande protagonista delle relazioni finanziarie fra Cina e questi paesi rimane il commercio, che è anche il principale strumento di internazionalizzazione dello yuan, gli investimenti diretti a partire dalla pandemia hanno visto un notevole incremento rispetto al canale commerciale.
Ultimo punto: la qualità dei creditori cinesi è alquanto bassa. Essendo gli ultimi arrivati, e volendo ritagliarsi un ruolo da protagonisti, le banche cinesi, forti del sostegno pubblico, hanno potuto farsi prestatori di soggetti che assai difficilmente avrebbero trovato altri creditori. Questo da un lato dà alla Cina potere di contratto. Dall’altro la espone a rischi notevoli.
Per dirla con la Bis, “il paese-tipo destinatario dei prestiti delle banche cinesi è con maggiore probabilità un esportatore di materie prime, meno affidabile e/o più rischioso rispetto al merito di credito in confronto con altre nazionalità di banche finanziatrici”. Non sempre la volontà di espandersi conduce a buon affari.
