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Le notizie sulla morte della classe media sono esagerate

Poiché è buona norma igienica dare ogni tanto una spolverata ai luoghi comuni, vale la pena riportare per grandi linee un bell’approfondimento pubblicato dalla Fed di Cleveland che ci aiuta a far luce su una delle convinzioni più persistenti – e strumentalizzate – del dibattito pubblico: la scomparsa della classe media.

Parliamo degli Usa, ovviamente. E sarebbe sbagliato estendere per analogia ciò che accade laggiù al resto del mondo, o almeno a quello avanzato. E tuttavia vale la pena leggere l’analisi degli economisti americani perché anche da laggiù arrivano assai spesso allarmi sul tramonto della classe media, giudicata fonte dell’aumento di diseguaglianza e delle seduzioni populiste, che già in passato aveva sollevato parecchi dubbi, anche dalle parti nostre.

Sempre per questione di igiene mentale, è meglio chiarire sin dall’inizio di cosa si parla. Molti osservatori statunitensi hanno più volte evidenziato che l’aumento dei costi di beni e servizi fondamentali, come la casa e l’istruzione, hanno finito col penalizzare questa benedetta classe media, senza peraltro convincere tutti. Altri, al contrario dei primi, si sono detti convinti che la middle class stia meglio oggi assai più di ieri. Tale diversità di vedute dipende sostanzialmente da come si misurano i dati e dai tipi di confronto che si fanno fra loro. E già questo dovrebbe dircela lunga sull’affidabilità di queste ricognizioni, che difficilmente sfuggono al sospetto di essere al servizio di un qualche pregiudizio.

Per svolgere la sua osservazione la Fed ha scelto una base dati che parte dal 1980 “perché precede l’aumento della diseguaglianza del reddito e della ricchezza e il ridursi
dell’occupazione per le professioni che richiedono competenze di medio livello”. Inoltre, e questo è il punto interessante, la Fed ha usato una definizione di classe media che considera anche la componente demografica. Il risultato è che “i redditi reali per la classe media di oggi sono leggermente più alti rispetto al 1980, in particolare per
famiglie con due adulti”.

Questa conclusione deriva dalla scelta di usare come indicatore il reddito mediano reale, proprio per la sua capacità di “catturare” l’idea della classe media. Come si può osservare dal grafico, questo indicatore, al netto di brevi saliscendi, è in crescita costante dal 1980.

Anche “corretto” per la variabile demografica il reddito mediano rimane robusto, pure se più lento rispetto alla sua crescita rispetto al livello generale della popolazione. Per quest’ultimo l’incremento reale è stato intorno al 40%. “La differenza di crescita del reddito tra questi due gruppi supporta l’idea che la generazione del baby boom abbia generato il reddito mediano complessivo negli anni ’80, quando era relativamente giovane, ma poi aumentato il reddito mediano complessivo negli anni successivi quando ha iniziato a invecchiare”. Detto altrimenti, i giovani “poveri” di ieri sono gli anziani benestanti di oggi che “tirano su” il livello mediano dei redditi.

Parlare solo del reddito, però, sarebbe incompleto. Bisogna vedere come si sono evoluti i prezzi, perché serve poco un aumento del reddito reale del 40% in trent’anni se i costi reali per vivere sono nel frattempo raddoppiati. Bisogna quindi valutare il potere d’acquisto che può essere aumentato in alcune aree e peggiorato in altre, comunicando quindi la sensazione di immiserimento che affligge le nostre cronache.

La Fed ha analizzato lo schema di consumo delle famiglie americane disegnando il grafico che vedete sotto, che vale come approssimazione dei comportamenti della classe media – essendo la medietà anche un fatto di consumi non solo di reddito – nel tempo.

Alcune voci di costo pesano più delle altre avendo assunto andamenti molto differenti nel corso del tempo. Alcune come i trasporti sono diminuiti, altri come la salute (più anziani significa più spese sanitarie) sono aumentate.

Interessante sottolineare che la spesa per l’housing, quindi la casa, non si è mossa per niente, al contrario di quella per la salute che è quasi il doppio rispetto al 1980. Un altro probabile “trascinamento” generato dall’invecchiamento della popolazione.

L’analisi si perfeziona confrontando le variazioni percentuali dei prezzi con quella dei redditi per famiglie con uno o due adulti che lavorano per capire l’andamento del potere d’acquisto reale nelle singole categorie di spesa. E così arriviamo all’ultimo grafico.

Le categorie di beni dove i prezzi sono cresciuti più dei redditi hanno un valore positivo sull’asse delle ascisse, al contrario quelli cresciuti meno dei redditi. Quindi la classe media ha perso potere d’acquisto nel settore dell’istruzione – e questo contribuisce a spiegare la notevole crescita del debito studentesco negli Usa – ma lo ha guadagnato nelle attività ricreative.

Per dirla con le parole della Fed, “le spese per salute, alloggio e istruzione sono molto più elevate di quanto non fossero per la classe media. Tuttavia sono anche diminuiti i prezzi in quasi tutte le altre categorie come cibo e trasporti e attività ricreative”.

La classe media non sarà in paradiso – e d’altronde se lo fosse non sarebbe classe media – ma non si trova neanche nell’inferno dove la dipingono i populisti. Oggi come ieri la classe media deve riuscire solo a far quadrare i conti. D’altronde, lo ha sempre fatto.

 

Se l’immigrazione fa aumentare l’emigrazione

Come tutti gli esercizi econometrici, anche la recente analisi di due economisti pubblicata dalla Fed di Cleveland che mette in relazione l’immigrazione con la disoccupazione e la possibile emigrazione dei lavoratori locali meno skillati è da prendere con le proverbiali pinze, ma non può essere ignorata. Se non altro perché sembra confermare ciò che tanti pensano (o temono): di fatto i lavoratori immigrati fanno concorrenza ai lavoratori meno qualificati del paese che li ospita col risultato che questi ultimi rischiano di uscire dal mercato del lavoro o essere costretti a lasciare il paese per altre destinazioni. Come dire: l’immigrazione provoca emigrazione.

Lo studio è particolarmente interessante perché esamina proprio l’impatto dei lavoratori nati all’estero sui locali facendo tesoro dei numerosissimi studi svolti per vedere che effetto ha l’immigrazione sui salari e i tassi di disoccupazione. Studi però che hanno esibito “risultati non conclusivi”, osservano gli autori. “Gli altri modi nei quali i lavoratori locali possono essere costretti a reagire a un afflusso di lavoratori stranieri, come ad esempio la loro fuoriuscita dal mercato del lavoro o la decisione di andare in un altro stato – precisa gli studiosi – sono stati osservati meno”.

E invece queste reazioni dovrebbero essere studiate in profondità, che poi è quello che hanno fatto gli autori dello studio. Servendosi di un panel di dati micro hanno calcolato la probabilità sia che un individuo venga espulso dal mercato del lavoro, sia che il residente emigri a sua volta in un altro stato, misurandola in relazione all’aumento della popolazione straniera. L’analisi si concentra sugli effetti di breve termine, ma i risultati confermano che i lavoratori nativi meno istruiti abbiano una probabilità più elevata di trasferirsi in un altro stato o di essere espulsi dal mercato del lavoro al crescere della quota di lavoratori immigrati.

“Malgrado gli effetti siano quantitativi piccoli – osservano gli economisti – non sono insignificanti”. Peraltro secondo gli studiosi questa conclusione ha un valore generale alquanto robusto. Ciò non vuol dire che sia infallibile, ma semplicemente che offre molti argomenti a sostegno di coloro che chiedono regolamentazioni più severe ai flussi migratori. Specie in società dove abbondano i lavoratori poco qualificati. Come la nostra, appunto.