Estasi e agonia nell’economia inglese


Leggo divertito che Andrew G. Haldane, direttore esecutivo della Banca d’Inghilterra, ha elaborato un paio di indicatori statistici per monitorare lo stato dell’economia nazionale che ha chiamato “ecstasy index” e “agony index”. E mi diverte non tanto il fatto che ormai si vada per aggettivi, quanto la circostanza che entrambi sono in crescita, per non dire in contraddizione. Ma in fondo non c’è da stupirsi: le cose reali sono sempre contraddittorie.

Ma poi, quando finisco di leggere, mi accorgo che di divertente, nell’economia inglese c’è ben poco. Gli indici sono la faccia di una stessa medaglia che conosciamo bene: la Grande Redistribuzione. Sta accadendo, nel Regno Unito, quello che sta accadendo dappertutto, ossia che i ricchi diventano più ricchi e i poveri più poveri, assottigliandosi nel frattempo quel ceto medio che è stata l’invenzione meglio riuscita della spesa pubblica che gli stati occidentali hanno generato con scarso ritegno dal secondo dopoguerra in poi.

L’indice dell’estasi, chiamiamolo così, costruito raccogliendo i dati su Pil, tasso di disoccupazione e inflazione, mostra un’economia pimpante e quasi felice, forte dei suoi rimbalzi che hanno visto salire dal 2009 in poi i prezzi delle azioni del 50%, del 15% quello dei bond governativi (perché sono calati i rendimenti) e il prezzo delle case del 20%. A fronte di ciò, l’economia ha creato 1,8 milioni di posti di lavoro, 750mila dei quali nel 2013, con ciò diminuendo il tasso di disoccupazione dall’8,4% al 6%, con previsione che arrivi al 5% a breve.

Ebbene, nella sua lunga allocuzione del 17 ottobre scorso (“Twin peaks”) Haldane ha calcolato l’indice a far data dal 1970 e ne ha ricavato che il momento attuale vede l’economia inglese con un indice di estasi più elevato del 6% rispetto alla sua media storica, mentre stava il 2% sotto nel 2009. Con l’aggiunta che l’indice si è trovato sopra l’attuale livello solo cinque volte negli ultimi 44 anni. Insomma: l’economia sembra in salute, assai più di quanto non lo sia stata nel passato.

L’indice dell’agonia invece è stato costruito considerando i salari reali, i tassi di interesse reali e la crescita della produttività. A tal proposito vale la pena rilevare che la crescita reale dei salari è stata negativa negli ultimi 74 mesi in UK e che la perdita cumulata di salario reale dal picco pre-recessione è stata di circa il 10%. Tale risultato, nota il nostro banchiere, non ha precedenti, quanto a persistenza e magnitudo del calo, almeno a far data dalla metà del XIX secolo, con ciò connotandosi per il fatto storico che effettivamente è.

Riguardo alla produttività, Haldane rileva che ancora nel secondo quarto del 2014 si colloca all’incirca il 15% sotto il livello pre crisi. O, per dirla con parole sue “il livello di produttività non è più alto di quanto fosse sei anni fa”. Una tale “piattezza” della curva della produttività non si notava dal 1880. Ed ecco l’ennesimo fatto storico.

Ancora più storico il livello dei tassi reali, per esempio quelli assicurati ai risparmiatori sui depositi, che sono a zero orma da quattro anni, e non sono mai stati così bassi dal 1970, quando l’inflazione era a doppia cifra.

Il combinato disposto di questi tre indicatori ha consentito a Heldane di costruire il suo indice dell’agonia e di rappresentarlo con una curva che risale fino al 1870. Ebbene, tale indice è a un livello spaventosamente basso (che vuol dire che l’agonia è in aumento). “Un tale esteso periodo di agonia è virtualmente senza precedendi andando indietro fino al tardo XIX secolo, con l’eccezione delle guerre mondiali e dei primi anni ’70”. Ciò a dimostrazione che viviamo tempi eccezionali, che ci pongono di fronte a sfide della stessa portata di quelle che dovemmo affrontare in tempo di guerra.

Guardandola dal punto di vista della statistica, perciò, l’economia inglese appare quantomeno schizofrenica: l’euforia è ai suoi massimi storici e l’agonia pure. Che vuol dire? E, soprattutto, è un processo transitorio o l’ennesimo cascame della stagnazione secolare che molti economisti preconizzano per le economie sviluppate?

Poiché è evidente che nessuno conosce le risposte, possiamo affidarci solo alle cronache per provare a immaginare al limite uno scenario previsionale, proprio come fa il nostro banchiere secondo il quale salari e produttività dovrebbero entrare in territorio positivo nei prossimi due anni, riportando l’agony index in linea con le sue medie storiche. Ma il problema è che altre previsioni e ulteriori analisi asseverano anche la possibilità che le cose continuano ad evolvere in maniera contraddittoria.

Alcuni elementi concettuali, che sostengono l’ipotesi della grande stagnazione, non possono essere sottovalutati, osserva il banchiere. A cominciare dai livelli crescenti di ineguaglianza.

L’analisi di come siano andate le cose nel mercato del lavoro inglese aiuta a capire. La disoccupazione fra i lavoratori più qualificati è cresciuta meno di quella fra i lavoratori meno qualificati e con la ripartenza dell’economia (ecstasy index) il livello di occuazione dei migliori, chiamiamoli così, è tornato al livello pre crisi.

Esattamente il contrario è accaduto per i lavoratori meno qualificati, che hanno visto diminuire assai più il livello di disoccupazione a per i quali la ripresa ha portato assai meno benefici.

In sostanza la crisi ha aggravato e affrettato il processo di polarizzazione del mercato del lavoro in corso sin dai primi anni ’90. Se guardiamo alla vil moneta, scopriamo infatti che nel 1990 i redditi del 10% al top della classifica erano in media 6,5 volte quelli del 10% meno pagato. Oggi valgono otto volte. Ciò implica che i salari del 10% più ricco siano cresciuti in media del 3% l’anno e quelli del 10% più povero della metà. Sicché si capisce perché i salari del 10% al top siano più alti del 20% rispetto al 1997, mentre quelli del 10% più povero sono fermi al livello del 1997. Con l’aggravante che “quello che vale per i lavoratori, vale anche per le aziende”.

“Se questa è la storia di un’economia in crescita, ma divergente, allora il messaggio è chiaro: agonia ed estasi possono esserci contemporaneamente anche nei tempi a venire”.

Chissà perché tutto ciò non mi stupisce.

 

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  1. minsky

    Le società che arricchiscono i ricchi e impoveriscono i poveri non sono il male. E’ la natura umana. Il male è quando la “legge” consente sempre alle stesse persone o famiglie o eredi di sedersi negli stessi posti e vivere di rendita. Cioè i ricchi sono sempre gli stessi e i poveri sempre gli stessi. Questo è il male.

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    • Maurizio Sgroi

      salve,
      a casa mia si diceva che i soldi fanno soldi, e i pidocchi fanno pidocchi. che ci sia crescita o crisi. e il peso dell’eredità, che significa non solo patrimonio, ma soprattutto relazioni, non è poca cosa.
      grazie per il commento

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      • minsky

        non sono le condizioni di partenza ma le libertà di emergere dell’ambiente in cui vivi. le società aperte ne sono la dimostrazione. conoscete italiani famosi in Germania? no. in America? una massa. eppure erano entrambi morti di fame quando partirono dall’Italia. il “detto” che si diceva a casa sua se lo dice in america la cacciano dal quartiere come uno sfigato portarogna. sul serio.

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  2. Dino977

    I due indici, potrebbero apparire non contraddittori. Per affermarlo, prendo a prestito alcuni ragionamenti fatti da Jared Diamond in “collasso”, sul crollo di alcune società del passato. Fino a poco prima del crollo finale, si vive uno stato di euforia convinti del fatto che la propria società, stia raggiungendo traguardi mai sognati. Sembrerebbe la versione storica del pollo di Russell.
    Non voglio con ciò, dire che l’ UK sia prossima al crollo (non sono bravo a prevedere il futuro), anche perché commento da un paese che, suppongo, avrebbe tutti e due gli indici in calo. Buon lavoro @MisterCariola

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    • Maurizio Sgroi

      salve,
      ha ragione: la contraddittorietà dei due indici può tranquillamente convivere in un evo estremo come il nostro. e poi nella realtà ci sono sempre stati i poveri e i ricchi no?
      svolgo ulteriormente il ragionamento: forse la contraddizione è l’essenza della realtà. l’idea che tutto si componga in una sintesi è profondamente idealista, temo.
      grazie per il commento

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