Etichettato: or Just Smoke and Mirrors?
Un fascio di luce illumina il pil cinese
Nel fantasmagorico mondo della ricerca economica non mancano mai le curiosità come quella illustrata in un post pubblicato di recente dalla Fed di St. Louis. Quest’ultima da qualche tempo è impegnata nel difficile compito di provare a portare un po’ di luce nella contabilità cinese, in particolare quella sul prodotto interno lordo, che diverse evidenze rendono quantomeno sospetta, relativamente alla sua accuratezza. La statistica, come ogni altra cosa, non è una semplice articolazione di procedure codificate. E’ una prassi che deve fare i conti con la realtà di chi la utilizza e questa realtà è sostanzialmente diversa sia che si faccia riferimento a un’economia pianificata o una di mercato. Lo stesso funzionario può vedere dati diversi, a seconda delle lenti di osservazione che indossa per le sue rilevazioni.
Sicché per illuminare con qualche oggettività la quantità reale della crescita cinese, i ricercatori della banca hanno usato un espediente: le osservazioni satellitari delle illuminazioni notturne registrate nel corso del tempo, forti della convinzione secondo la quale le luci notturne siano un indicatore più credibile dell’attività economica rispetto ai dati contabili raccolti da misteriosi funzionari governativi. Una fabbrica, se è accesa, è probabile che stia producendo qualcosa, mentre è molto facile affermarlo, dati alla mano, pure se è vero il contrario. Le luci di notte sono una spia di un mondo che si agita, produce, spende e se può sembrare ardito trarne un indicatore statistico dipende solo dal fatto che trascuriamo i miracoli che possono compiere le astrazioni matematiche dei ricercatori. “A differenza degli indici prodotti dalle persone – ha spiegato l’economista Michael Owyang – questi dati (luminosi, ndr) sono esenti da falsificazione o errori”.
Gli autori dello studio hanno spiegato che i dati sulle luci notturne sono stati raccolti dai satelliti dell’Air Force che hanno girato intorno al mondo quattordici volte al giorno a partire dal 1970 e si son ispirati a un lavoro pubblicato nel 2012 (“Measuring Economic Growth from Outer Space“) secondo il quale anche il consumo di beni, quando è sera, richiede la luce, non solo la produzione. Chi dorme non piglia pesci, ma neanche produce o consuma reddito. Partendo da qui gli autori della Fed hanno pensato che questa intuizione poteva essere utilizzata per calcolare l’attività economica di paesi con una scarsa esperienza statistica e si sono inerpicati nello stimare l’attività economica di 188 paesi fra il 1992 e il 2008.
Nel dettaglio, le statistiche ufficiali cinesi riportano che nel periodo fra il 1992 e il 2006 la crescita reale è stata del 122%. I dati ricavati dall’osservazione delle luci notturne invece la calcolano al 57%. “Il notevole gap – scrivono gli economisti – suggerisce che la crescita negli anni possa essere sovrastimata almeno del 65%”. Solo il Myanmar ha mostrato un gap superiore. In particolare viene osservato che il grosso di questa sovrastima sia anteriore al 1996. Dopo infatti gli autori notano che i valori ufficiali iniziano a diventare coerenti con quelli delle osservazioni satellitari. La conclusione perciò è che la Cina abbia sovrastimato i dati del pil nel periodo della transizione fra economia pianificata ed economia di mercato, pure se alla cinese. Adesso le statistiche cinesi sembrano più credibili, o almeno sembra vadano nella giusta direzione. Ma di strada da percorrere ce n’è molta. E i cinesi lo sanno.
La nuova rivoluzione culturale cinese: quella statistica
Nel lungo percorso che la Cina ha iniziato per trasformarsi da command economy, come la chiama la Fed, a market economy gioca un ruolo tanto fondamentale quanto poco osservato l’adeguamento dell’armamentario statistico che sottintende alle rilevazioni che il resto del mondo deve valutare per prendere le decisioni. Per dirla in altro modo, la globalizzazione della Cina passa pure per l’adeguamento dei suoi standard statistici, e non è un problema da poco.
Proprio la Fed di S.Louis se ne occupa in un post recente che si pone proprio la domanda se i dati statistici forniti dalla Cina siano coerenti con quelli internazionali, o se, come molti sospettano, così ancora non sia. La conclusione è che le statistiche cinesi non sono ancora affidabili. Ma più che questo risultato, in parte scontato, è interessante comprenderne la ragione, perché ci insegna molto sul senso, il significato e lo scopo delle rilevazioni statistiche.
Come premessa giova ricordare, come molto opportunamente fanno gli economisti autori della ricerca, che dal 1978, quando la Cina iniziò la sua lunga marcia verso il mercato, il pil cinese è passato dal 2,3% dell’economia globale a circa il 18%, con ciò mutando una volta per tutte l’occhio degli osservatori internazionali. Quando un’economia pesa così tanto, ha perfettamente senso interrogarsi sui suoi consumi, gli investimenti e così via, ossia aver bisogno di quelle informazioni che compongono la statistica dell’economia di mercato.
Gli autori dello studio hanno esplorato i metodi di rilevazione del Chinese National Bureau of Statistics che, dicono, ha sicuramente migliorato la qualità del proprio lavoro rendendo le statistiche cinese migliori di molti di altri paesi emergenti. “Tuttavia – scrivono – a causa della complessità dell’economia cinese e dalle sfide poste dal passaggio da command economy a market economy, le statistiche cinesi rimangono inaffidabili”.
Sbaglierebbe chi pensasse che questa scarsa affidabilità sia conseguenza di un disegno del governo. Il punto saliente è che lo scopo della rilevazione statistica è molto diverso se si ha a che fare con un’economia pianificata rispetto a un’economia di mercato, e i nostri autori lo spiegano molto bene. L’ufficio cinese di statistica, NBS, fu creato, ricordano gli autori, per raccogliere i dati su agricoltura e produzione nelle aziende produttrici controllate dal governo (state-owned enterprises). “In una command economy – osservano – lo scopo principale di un ufficio statistico è tracciare la produzione fisica per assicurare che l’attività economica incontri i suoi obiettivi prefissati di produzione, in modo da consentire allo stato la corretta allocazione di materie prime”. In sostanza, poiché lo stato deve pianificare le quantità da produrre e sulla base di queste le necessità di materie prime, un ufficio statistico serve solo a rendicontare che ci sia corrispondenza fra le quantità pianificate contandole fedelmente, insieme ai sistemi di produzione che trasformano gli input in output. La statistica, come è nella sua natura, serve uno scopo che è squisitamente politico: non vive nell’iperuranio.
In un’economia di mercato, al contrario, “l’ufficio statistico segue più ampiamente l’attività economica, basandosi sul concetto di variabili come il PIL, l’occupazione e la disoccupazione, per ottenere misure macro-economiche”. Non si tratta quindi di contare (per controllare) le quantità fisiche dei processi produttivi, ma di immaginare nuove variabili coerenti con un’economia che ha (in teoria) una logica di funzionamento diversa da quella pianificata.
Sul finire degli anni ’70 la Cina iniziò la sua lunga transizione verso l’economia di mercato, consentendo agli individui di possedere un’azienda e creando zone economiche speciali dove indirizzare i loro investimenti. Ne è venuto fuori un settore privato, che prima semplicemente non c’era, e che “è cresciuto più velocemente di quanto l’NBS fosse attrezzato a fare”. Alcuni di questi neonati business man non riportarono dati, secondo alcuni economisti, fino all’inizio degli anni ’90. L’economia privata cinese era autenticamente sommersa.
Nel 1993, la Cina entrò nel sistema di conti nazionali adottato dalle Nazioni Unite che utilizza l’approccio convenzionale del valore aggiunto per calcolare il Pil. Ma proprio concetti come valore aggiunto erano difficili da digerire per generazioni di burocrati addestrati alla command economy. “Capirli e adottarli richiede tempo”, scrivono i nostri economisti rappresentando con queste poche semplici parole il tormento di un cambio di paradigma economico che da quasi trent’anni impegna la Cina.
Ora ci saranno pure i casi di falsificazioni fraudolente dei dati, specie in alcune aree rurali, come riportano alcuni osservatori, ma il problema più autentico è che la Cina sta affrontando una nuova rivoluzione culturale. Solo che invece del libretto rosso di Mao usa un manuale di statistica.
