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Il puzzle del declino della produttività europea

Se ne parla da sempre ma non abbastanza, a quanto pare, se anche il Fmi ha ritenuto dedicare uno dei suoi approfondimenti alle ragioni per le quali l’Europa non riesce ad esprimere una produttività almeno pari a quella statunitense.
Le ragioni sono ovvie per chi si occupa di cose economiche. La produttività è una categoria che ne racchiude molte cose al suo interno, come una matrioska. Dentro ci stanno le condizioni demografiche, la qualità dei servizi pubblici, l’efficacia del sistema giudiziario e, dulcis in fundo, tutto quel mondo composito di asset che definiscono ciò che con qualche semplificazione di troppo chiamiamo capitale umano.
La produttività, insomma, è un po’ il cuore del discorso economico, O almeno di un discorso economico che mette al centro della sua attenzione la sua capacità di generare merci e ricavarne profitto.
La premessa speriamo gioverà ai tanti che non si appassionano tanto al suono delle parole ma al loro significato. Ma anche a leggere un po’ più fra le righe le varie considerazioni contenute nell’analisi del Fmi, fra le quali ne mettiamo in evidenza solo alcune per non rubare troppo tempo e pazienza ai lettori.
La prima osservazione riguarda il confronto fra i campioni d’impresa europei e quelli statunitensi, che viene rappresentato dal grafico che apre questo post. Le imprese quotate europee non tech, nell’ultimo ventennio, hanno avuto un tasso di crescita annualizzato della produttività pari allo 0,9%, a fronte del 2,6 delle imprese statunitensi.
Il confronto si fa ancora più stridente se restringiamo l’osservazione alle imprese tech. In questo settore le europee hanno avuto una decrescita annuale della produttività dello 0,3% a fronte della crescita dell’1,5% di quelle statunitensi. Nell’intero periodo le imprese Usa hanno visto la produttività crescere del 40%, mentre quelle europee rimanevano stagnanti. Non stupisce perciò che le americane esibiscano tassi di investimenti su ricerca e sviluppo doppio o addirittura tripli rispetto a quelle europee (grafico in alto a destra).
Se dai campioni volgiamo l’attenzione ai debuttanti, le giovani imprese che si affacciano sul mercato e sono capaci di generare alti tassi di crescita, che il Fmi chiama “Gazzelle”, lo scenario non cambia.

Il ritmo di nascita di queste imprese, dei futuri campioni potremmo dire, non ha più ritrovato il passo che aveva prima della grande crisi finanziaria. L’Europa invecchia male, insomma, è non è un semplice modo di dire. Le questioni demografiche, su questo versante, fanno sentire il loro peso.
Il risultato è che il numero di “Gazzelle” nel settore tech, dove di più si apprezza il contributo dei giovani, cresce molto più lentamente di quanto sarebbe desiderabile: dal 10% del totale nel 2008, il 18% dieci anni dopo. Un risultato discreto, ma non certo ottimale.
Questi due elementi del quadro che stiamo faticosamente componendo per illustrare il puzzle della produttività hanno in comune diverse cose. La demografia, per cominciare, e la qualità del capitale umano. Ma anche le modalità – e le difficoltà – di finanziamento che si trova in Europa.
Mentre i campioni fanno ancora troppo poco ricorso al mercato, a differenza dei loro omologhi negli Usa, le “Gazzelle” faticano a trovare finanziamenti per le stesse ragioni. Ciò per dire che quando parliamo della necessità di sviluppare l’Unione del mercato dei capitali parliamo anche di questi problemi, non di semplice filosofia istituzionale. La scarsità di venture capital in Europa è sotto gli occhi di tutti. In Europa nell’ultimo decennio questa tipologia di investimenti è stata inferiore allo 0,2% del pil, a fronte dello 0,7% statunitense.
Si potrebbe aggiungere altro, ma lo scenario dovrebbe risultare chiaro. L’Europa ha bisogno di notevoli cambiamenti istituzionali, che poi incidono sulle strutture dell’economia, per contrastare alcuni sviluppi avversi della sua macroeconomica: a cominciare dall’invecchiamento della popolazione, fino all’incapacità a sviluppare una domanda privata robusta. Gli europei forse sono pronti per questi cambiamenti. Ma l’Europa a quanto pare non ancora.
