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Le restrizioni di cui non si parla mai: quelle sui servizi

E’ strano osservare che nell’epoca in cui tutti parlano di intelligenza artificiale, si trascuri di ricordare che questa tecnologia riesce ad arrivare da noi perché qualcuno ci mette nella condizione di usarla. Ci offre, vale a dire, un servizio. Si da per scontato questo servizio, mentre si sale sulle barricate quando qualcuno dice di voler mettere i dazi sul parmigiano o sul vino. Ma anche i servizi sono soggetti a restrizioni, e anche significative.
Se possiamo usare gli agenti AI è solo perché i governi ce lo permettono. Basterebbe alzare una restrizione per impedirlo. E difatti questo è lo spauracchio che l’UE agita di tanto in tanto quando minaccia ritorsioni agli Usa. E questo per una semplicissima ragione: gli Usa sono i più grandi esportatori di servizi al mondo. I bot, appunto, ma non solo.
Pensate a quando pagate con la vostra carta di credito, Visa o Mastercard che sia. Oppure controlla la vostra posta su Google, scrivete il vostro blog su WordPress, oppure postate i vostri autoscatti ritoccati su Instagram. Tutti questi sono servizi. E sono servizi che gli Usa ci vendono anche se sembrano gratis.

I servizi sono una porzione importante e crescente degli scambi internazionali. E se ricevono meno attenzione del parmigiano, del vino o dell’acciaio, ciò dipende dal fatto che, appunto, si danno per scontati, come l’acqua che esce dal rubinetto o il termosifone che si riscalda.
Ma questo non vuol dire che lo siano. E soprattutto non implica che non potrebbero essere migliori di quello che sono già, se si abbassassero le restrizioni che ancora si oppongono alla loro libera circolazione. Un esempio? Un libero professionista italiano potrebbe esercitare la sua professione in un qualsiasi paese Ocse o non Ocse se non ci fossero vincoli all’ingresso. E questo favorirebbe la mobilità dei fattori di produzione e quindi anche la circolazione del capitale, umano e non.
Ma poiché non viviamo nel migliore dei mondi possibili, questa libera circolazione delle competenze rimane molto limitata, e non solo di queste. “Gli ostacoli al commercio dei servizi sono rimasti elevati nel 2025”, scrive Ocse nel suo rapporto recente che quantifica il Trade Restrictiveness Index. “Le nuove restrizioni hanno superato l’effetto delle liberalizzazioni. Il ritmo delle riforme ha rallentato, indicando una stagnazione della modernizzazione delle politiche dei servizi a fronte di tensioni commerciali incentrate sul settore manifatturiero”.
La guerra commerciale strisciante, scatenata dagli Usa sui beni, insomma, rischia di estendere le sue fibrillazioni a quello dei servizi, che avrebbero tutto da guadagnare dalla loro liberalizzazione, in un mondo in un l’economia diventa sempre più immateriale.
L’Ocse osserva una sostanziale “stagnazione nel commercio di servizi che compromette i guadagni potenziali di competitività e produttività”. Come se non bastasse, “le nuove restrizioni del 2025 includono meccanismi di controllo degli investimenti esteri e politiche settoriali specifiche che interessano le infrastrutture fisiche e i servizi audiovisivi”.
Rimane ancora elevato il gap dell’indice delle restrizioni fra paesi Ocse e non Ocse. Nel settore dei servizi digitali, ad esempio, i paesi africani risultano in media tre volte più restrittivi di quelli nei paesi Ocse. Al contrario, Giappone, Olanda e Spagna, nel 2025, sono stati i paesi che hanno mostrato maggiore apertura ai servizi, seguiti da Regno Unito, Lettonia, Repubblica Ceca, Germania, Portogallo, Cile e Lituania.
Si segnalano positivamente anche la Nuova Zelanda, l’Indonesia e l’India. La prima ha facilitato i viaggi di lavoro semplificando la procedura dei visti, mentre l’Indonesia ha rimosso i vincoli alla proprietà privata nelle aziende pubbliche di servizi, mentre l’India ha abbassato le barriere di accesso agli stranieri nel settore delle assicurazioni.
Questo giusto per dare un’idea concreta di cosa significhi settore dei servizi e come liberalizzarli può davvero cambiare il mondo. A patto di crederci, ovviamente. E questo semmai è il problema.
