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Occupazione e intelligenza artificiale: cosa ci insegna l’esperienza dei robot

Non tutti i robot vengono per nuocere all’occupazione, viene da dire leggendo un paper della Bis (“Robots, ICT and employment: evidence from advanced and emerging EU countries”) dedicato all’analisi delle conseguenze dell’introduzione della automazione robotica nelle filiere produttive europee dal 1995 a oggi.

La paura che le macchine ci rubino il lavoro non è certo un’invenzione del nostro tempo. l’AI è solo l’ultima arrivata nell’ampio assortimento di spauracchi tecnologici che popola la nostra storia. Tutti conoscono il luddismo, anche solo per sentito dire, ma solo pochi appassionati ricordano con quanta determinazione l’Inghilterra dei Tudor, nel secolo XVI, si oppose alla diffusione di alcuni progressi tecnici nella tessitura che poi saranno ampiamente accolti nell’Inghilterra delle rivoluzione industriale. Il motivo era sempre lo stesso: la paura che le macchine generino eserciti di sfaccendati che poi risultano molesti per l’ordine pubblico.

E’ un grande tema quello del lavoro come dispositivo di controllo sociale e magari ne riparleremo. Intanto diamo una rapida illustrazione di questo paper, che ci comunica subito una informazione della quale dovremmo sempre tenere conto nei nostri ragionamenti. Una tecnologia, qualunque essa sia, si inserisce sempre all’interno di un contesto che fa letteralmente la differenza circa la capacità di questa tecnologia di cambiare le cose. Nel caso dei robot a far la differenza è la quantità di invstimenti in ICT nel paese dove si introducono i robot.

Detto diversamente, e il caso dei robot lo dimostra, se una tecnologia interviene in un contesto di un certo tipo l’occupazione generale può averne anche beneficio. Ma può avvenire anche il contrario.

Il paper mostra come l’adozione di robot, presa isolatamente, non ha un effetto significativo medio sull’occupazione. Gli investimenti in ICT, invece, sono costantemente associati a una crescita dell’occupazione. Soprattutto, l’interazione tra robot e ICT produce effetti divergenti a seconda delle condizioni iniziali. Questo sposta il focus: non si tratta più di chiedersi “i robot distruggono lavoro?”, ma piuttosto “in quali condizioni lo fanno, e in quali invece lo creano?”

Un primo elemento emerge distinguendo tra settori che inizialmente non utilizzano robot e settori già automatizzati.

Nei contesti privi di robot l’automazione tende a generare occupazione. Ciò avviene perché l’adozione richiede nuove competenze, crea ruoli complementari legati alla manutenzione e alla gestione dei sistemi, impone una riorganizzazione dei processi produttivi e, spesso, aumenta la capacità produttiva delle imprese, stimolando la domanda di lavoro. In questi settori, robot e ICT si rafforzano reciprocamente: gli investimenti digitali amplificano l’efficacia dei robot e viceversa, producendo un effetto complessivamente positivo.

La dinamica cambia nei settori già automatizzati. Qui, ulteriori investimenti tecnologici producono effetti più ambigui. Se l’incremento è contenuto, l’impatto può rimanere positivo. Ma quando gli investimenti in robot e ICT diventano consistenti e simultanei, l’effetto sull’occupazione tende a diventare negativo. In questi casi, la tecnologia non svolge più una funzione complementare, ma sostitutiva. Le imprese non stanno più apprendendo come integrare nuove tecnologie, bensì ottimizzando i processi esistenti e riducendo il fabbisogno di lavoro umano.

Nei settori già automatizzati, l’aumento dei robot può continuare a creare occupazione finché il livello di digitalizzazione resta relativamente basso. Superata una certa soglia di investimenti in ICT, tuttavia, l’effetto si inverte. Questo implica che non esiste una relazione lineare tra tecnologia e lavoro. Esiste piuttosto una soglia critica oltre la quale l’automazione diventa prevalentemente sostitutiva.

Un’altra dimensione rilevante riguarda il modo in cui il mercato del lavoro si adatta. L’analisi distingue tra variazioni nel numero di occupati e variazioni nelle ore lavorate.

I risultati indicano che l’impatto della robotizzazione si manifesta soprattutto sul numero di lavoratori, più che sull’intensità del lavoro. Le imprese tendono quindi ad assumere o licenziare piuttosto che modificare le ore lavorate. Questo suggerisce che gli effetti della tecnologia sono strutturali e incidono direttamente sulla composizione dell’occupazione.

Particolarmente importante è il ruolo delle condizioni iniziali. Due settori che adottano la stessa tecnologia possono ottenere risultati opposti se partono da livelli diversi di robotizzazione o digitalizzazione. In termini economici, il punto di partenza condiziona l’evoluzione successiva.

Il contesto europeo offre un laboratorio ideale per osservare queste dinamiche, data la forte eterogeneità tra paesi e settori.

Alcune economie, come ad esempio quella italiana, presentavano già negli anni Novanta livelli elevati di automazione, mentre altre partivano da condizioni molto arretrate. Questa varietà consente di osservare come gli stessi processi producano esiti diversi.

In diversi paesi dell’Europa orientale, ad esempio, l’adozione tecnologica ha accompagnato una crescita significativa dell’occupazione. In economie già altamente automatizzate, invece, gli effetti risultano più incerti e talvolta negativi.

Alla luce di questi risultati, l’idea che la tecnologia distruggerebbe inevitabilmente lavoro appare riduttiva. Non è completamente errata, ma coglie solo una parte del fenomeno. La tecnologia non elimina automaticamente occupazione. Può, al contrario, crearla nelle fasi iniziali di adozione. Solo nelle fasi più avanzate tende a sostituire il lavoro umano. Questo potrebbe essere un punto su cui riflettere molto, visto che siamo alle soglie dell’introduzione di una tecnologia nuova ed estremamente sfidante come l’AI. Il problema, insomma, non è la tecnologia in sé, ma il modo in cui viene adottata e integrata nei sistemi produttivi.

Le implicazioni per le politiche pubbliche sono rilevanti. In primo luogo, è necessario adottare strategie differenziate. I settori in fase iniziale di automazione devono essere sostenuti, mentre quelli già maturi richiedono strumenti di compensazione, come politiche di riqualificazione e protezione sociale.

In secondo luogo, gli investimenti in competenze diventano centrali. Se nelle fasi iniziali la tecnologia è complementare al lavoro, allora è essenziale sviluppare competenze tecniche e digitali che permettano ai lavoratori di integrarsi con i nuovi sistemi. Infine, occorre prestare attenzione alle soglie critiche di investimento tecnologico, evitando concentrazioni eccessive che possano accelerare la sostituzione senza creare nuove opportunità.

Il messaggio finale è che la tecnologia non è un destino inevitabile, ma un processo. Robot e ICT possono generare occupazione o ridurla, rafforzarsi reciprocamente o neutralizzarsi, produrre effetti opposti nello stesso sistema economico. Tutto dipende dal momento in cui vengono adottati, dal contesto in cui operano e dalle modalità con cui vengono combinati.

In un’epoca segnata dall’intelligenza artificiale e dall’automazione avanzata, questa consapevolezza è decisiva. La questione non è se la tecnologia cambierà il lavoro, ma in quale direzione vogliamo orientare questo cambiamento. Perché il futuro del lavoro non è inscritto nelle macchine, ma nelle scelte economiche, politiche e sociali che ne guidano l’utilizzo. E queste scelte le facciamo noi. Non le macchine. Almeno fino ad oggi.