La lunga marcia del debito che ha arricchito il mondo


Ci sono due modi per raccontare la lunga epopea economica iniziata nel secondo dopoguerra che ha condotto il mondo a sottoscrivere 164 trilioni di debiti, fra settore privato e settore pubblico, equivalenti all’incirca al 225% del pil globale. Si potrebbe rappresentare questa crescita inusitata, mai registrata in tempi di pace, come la deriva naturale di società sempre più complesse e quindi costose, per i diritti che richiedono e la voracità consumistica che esprimono. Oppure si potrebbe guardare l’altro lato della medaglia: è vero che mai il mondo è stato tanto indebitato in tempo di pace perché mai, al tempo stesso, gli abitanti del mondo sono stati tanto ricchi.

I 164 trilioni di debiti, infatti, corrispondono ad altrettanti crediti e sono la manifestazione più eclatante di come la ricchezza sia diffusa ormai capillarmente, seppure nelle indubitabili differenze distributive, in gran parte del mondo. Non solo l’Occidente, quindi, che di sicuro è stato l’apripista di un modello economico basato sul benessere diffuso, ma anche i paesi cosiddetti emergenti, che lentamente, già dagli anni ’70 e sempre più con l’inizio del nuovo secolo – si pensi ai paesi dei gruppo dei Bric – hanno iniziato a partecipare al banchetto dell’economia trainata dai debiti che oggi celebra la sua epifania.

Questa sensazione viene ampiamente confermata scorrendo il paper del Fmi che illustra il nuovo Global Debt Database costruito dal Fondo che raccoglie la storia dei debiti mondiali per 190 paesi a partire dal 1950. Una buona approssimazione, seppure economicistica, della storia che abbiamo alle spalle e che merita di essere ben conosciuta, e quindi illustrata, perché non racconta solo del nostro passato, ma soprattutto del nostro presente e molto probabilmente anche del futuro che ci aspetta. “La prima osservazione – scrive il Fmi – è che quasi dieci anni dopo il collasso di Lehman Brothers il debito globale (164 trilioni di dollari, ndr) ha raggiunto nuovi livelli record”.

Il Fmi trova del tutto naturale che “le economie più ricche siano le più indebitate”, con ciò confermando lo squisito paradosso in virtù del quale siamo costretti a convivere con economie fortemente stressate dai debiti per riuscire ad assicurare alle società che li sottoscrivono la ricchezza che desiderano. Per dirla in altro modo, la volontà di potenza degli stati trova nella loro capacità di far debito, ma senza soccombervi, la cartina tornasole della loro potenza effettiva. E basta vedere chi siano i paesi più indebitati per avere contezza di questa evidenza.

Evidenza che diventa ancora più informativa se guardiamo l’evoluzione dei debiti di queste aree geografiche da inizio XXI secolo.

La potenza emergente, ossia la Cina, ha quintuplicato i suoi debiti nello spazio di un decennio che ha segnato il suo esordio nel palcoscenico del mondo quale competitore se non concorrente, del Grande Debitore statunitense che con i suoi dollari alimenta (e denomina) sin dal dopoguerra l’economia internazionale. “Dall’inizio del millennio – scrive il Fmi – la quota della Cina del debito globale è cresciuta da meno del 3% del totale a oltre il 15%, mostrando la rapida crescita del credito all’indomani della grande crisi finanziaria”. Ed eccolo qua, il nostro rovescio della medaglia: la crescita del credito, che è insieme una benedizione e una dannazione per le economie, ma che, chissà perché, fa meno paura del suo gemello diverso, ossia la crescita del debito.

Dall’altra parte della medaglia ci sono le popolazioni che mai come prima nella storia sono diventati correntisti, titolari di polizze assicurative, quote di fondi pensione o di fondi di investimento, acquirenti di azioni ed obbligazioni, portando allo stremo una novità che già Ludwig Von Mises notava nella sua Azione Economica, un libro scritto prima che iniziasse la lunga marcia del debito di cui ci racconta il Fmi nel suo puntuale database, “In questo nostro tempo, – scriveva Von Mises – caratterizzato da prestiti e da obbligazioni, da muti ipotecari e casse di risparmio i creditori sono piuttosto rappresentati dalle masse popolari con un reddito modesto”. E perciò quando ci si lamenta delle fortune stratosferiche di pochi e si invocano provvedimenti per cancellare i debiti che gravano sulle spalle di molti, col sottotitolo che così si sanzionerebbero questi capitalisti mostruosi, si dovrebbe ricordare che “domandando l’espropriazione dei creditori le masse attaccano inconsapevolmente i loro stessi interessi”. Purtroppo però tale finezza non appartiene a un mondo che si nutre si slogan grevi facili a ripetersi.

Vale la pena sottolineare ancora alcune informazioni. “Rispetto al picco del 2009 il debito globale sul pil (e quindi il credito, ndr) è adesso il 12% più alto”. E questo si riflette sia nel settore pubblico che in quello privato, ma con differenze fra i paesi. I debiti pubblici sono cresciuti di più nelle economie avanzate mentre il debito privato in quelle emergenti.

La seconda osservazione è che la forza principale che ha guidato la lunga marcia del debito è scaturita dal settore privato, e in particolare dal settore privato non finanziario. Quindi le imprese, che poi sono state un grande motore dell’occupazione e di conseguenza del benessere diffuso. Malgrado siamo abituati a pensare al debito quasi come sinonimo del debito pubblico, è quello privato “quasi triplicato dal 1950” che ha fatto la storia.

“Il ciclo globale di indebitamento – sottolinea il Fmi – è stato dominato dalle economie avanzate per quasi sei decenni, con il debito del settore privato non finanziario che ha raggiunto il picco del 170% del pil nel 2009, seguito da un leggero deleveraging”. Ma dal 2009 è stato il settore privato dei paesi emergenti a guidare questa crescita. “Gli indici del debito privato sono raddoppiati in un decennio, raggiungendo il 120% del pil nel 2016”. La Cina da sola pesa i tre quarti di questo aumento, come abbiamo già visto.

Ciò non vuol dire che il debito degli stati non abbia giocato un ruolo. Al contrario. Fino alla metà degli anni ’70 i debiti pubblici sono rimasti moderati, grazie all’inflazione e alla repressione finanziaria. Poi i trend, seppure con molte differenze geografiche, diventano ascendenti.

Anche qui, i paesi avanzati hanno visto la crescita maggiore dei debiti pubblici, ormai superando il 100% del pil persino superiore a quello anteriore al 1950, quando ancora gli stati avevano sul groppone i costi della guerra. I paesi emergenti raggiunsero il picco negli anni ’80, al 63% del pil e da allora hanno compiuto, spinti anche dalle varie crisi, grandi sforzi di consolidamento per riportare i ratios sotto controllo.

Nord America e Asia (Cina e Giappone in particolare) sono i signori del debito globale. Insieme pesano il 60% del totale. L’Europa “appena” il 33%. E all’interno dell’Europa c’è un fenomeno interessante da osservare, ossia il comportamento della Germania, che anche di recente ha affermato il suo impegno a riportare il debito pubblico al 60% del pil, e per questo continua a cumulare surplus fiscali record, in qualche modo dimostrando di interpretare il ruolo dell’eretica in un mondo in cui prevale la religione del debito (e del credito). Sarà interessante osservare lo sviluppo di questa eresia nei prossimi anni. Potrebbe rimanere una specificità locale. O forse no.

 

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