Etichettato: tassi di dipendenza

L’onda grigia prepara un secolo dai capelli bianchi e la fine delle pensioni

Il fatto che non sia mai accaduto di avere tanti anziani nelle economie avanzate dovrebbe porci seri interrogativi sul tipo di società che si prepara per il XXI secolo. Il fatto che queste domande turbino solo pochi non deve sorprendere. Perché siamo già vecchi, per gli standard storici, e i vecchi non pensano mai al futuro al quale sanno che non parteciperanno più. Si preoccupano di conservare il presente, pure a costo del futuro.

Sicché letture interessanti come quelle proposte nell’ultimo report sulle pensioni di Ocse occupano lo spazio di un mattino e si esauriscono in pochi titoli di giornali che registrano l’ovvio: stiamo invecchiando senza scampo. Nessuno vuole fare più figli – altra lettura consigliata il rapporto recente di Istat sulle intenzioni di genitorialità dei nostri giovani – e i sistemi pensionistici sono destinati a tensioni senza precedenti. Appunto perché senza precedenti è la coorte di persone che chiederanno prestazioni da qui ai prossimi 25 anni. Col risultato che le pensioni, ammesso che ci saranno ancora, saranno più basse e si prenderanno sempre più tardi.

Una società che davvero pensasse al suo futuro dovrebbe innanzitutto riscrivere le sue promesse sociali. Davvero ci possiamo permettere di pagare una pensione che abbia senso economico a un anziano quando nel 2100 gli over 65 saranno più del 50 per cento della forza lavoro dei 25-64enni? Chiunque abbia figli oggi dovrebbe innanzitutto spiegare loro che la speranza di vita che li attende sarà molto lunga e che devono impostare la propria seguendo il pensiero che in qualche modo, destinato a cambiare, si troveranno sempre nella condizione di dover lavorare per vivere. A meno che, certo, non entrino nel ristretto club dei ricchi, magari navigando il sempre più vasto – e non è un caso – mondo dell’intrattenimento, che ormai coinvolge nuove figura emergenti come gli influencer o i venditori di se se stessi su Only fans e simili.

Invece la nostra società – e il dibattito sulla recente legge finanziaria è qui a ricordarcelo – pensa solo ai vecchi attuali, che sognano di andare in pensione prima possibile scaricando il costo sui loro figli e nipoti, con una politica che fa finta di assecondarli col più classico del gioco delle tre carte.

Questo giochetto è destinato ad avere vita sempre più breve. Il primo quarto del XXI secolo ha solo messo le basi del disastro sociale che si prepara nei prossimi tre. Questi due decenni e mezzo che ci siamo lasciati alla spalle hanno portato il numero delle persone over65 nei paesi Ocse al 33 per cento della popolazione totale, una percentuale che ha alle spalle una lunga preparazione. Ma i prossimi 25 saranno quelli determinanti, visto che si prevede che gli over65 arriveranno al 52% nel 2050. Per far capire cosa significhi, basta ricordare che nel 2000 erano solo il 22 per cento. La demografia funziona così: una volta che si innesca la valanga non la fermi più.

Gli effetti della transizione demografica, spiega Ocse, sono stati particolarmente pronunciati e lo saranno anche in futuro in Corea del Sud, per quasi 50 punti percentuali, e poi in Grecia, Italia, Polonia, Repubblica Slovacca e Spagna per almeno 25. A fronte di questo la popolazione in età lavorativa diminuirà del 30 per cento nei prossimi quattro decenni e addirittura del 35% in Italia, Corea, Polonia e altri. Anche perché i tassi di fertilità continuano a declinare e le previsioni sui tassi di natalità si sono dimostrate pervicacemente sbagliate.

Che fare quindi? I rimedi sono quelli noti: lavorare di più, aumentare la partecipazione femminile, costruire pilastri aggiuntivi alle pensioni pubbliche. Ma se si potesse dire la verità indicibile celata da questi palliativi, sarebbe molto semplice: l’era della pensione, intesa come ritiro dal mondo di massa dopo una certa (bassa) età è finita. E’ durata duecento anni. Un battito di ciglia, nella storia. Una parentesi ormai chiusa nel secolo dai capelli bianchi.