La forza dell’Italia è il suo debito pubblico

Se per una volta volessimo esser cinici, dovremmo scrivere una verità tanto elementare quanto indicibile: la forza del nostro paese è il suo debito pubblico. Quel mostro da 2.000 miliardi di euro, una quota rilevante del quale, più o meno 700 miliardi secondo le ultime stime Ocse, in mano all’estero.

Se per una volta la smettessimo di flagellarci o farci flagellare dal nostro senso di colpa, alimentato da un trentennio di rimproveri internazionali, potremmo capire che il nostro debito pubblico è una bomba nascosta sulla quale è seduto il sistema finanziario mondiale, della quale noi teniamo in mano l’innesco.

Se per una volta fossimo spregiudicati, dovremmo urlare alle varie troike che decidono le politiche economiche degli stati che non non siamo come la Grecia: siamo molto peggio.

Provate a farci fallire.

Invece, ancora una volta saremo riflessivi e perbene. Pagheremo i nostri debiti, come abbiamo sempre fatto, al semplice scopo di perpetuarli. Tanto più che adesso abbiamo anche un govero di larghe intese, che sarebbe più giusto chiamare di larghe spese, e gli spread scenderanno. Alla faccia dell’andamento crescente del nostro debito/Pil che l’Ocse, nel suo ultimo economic surveys dedicato proprio all’Italia, vede in crescita fino a toccare il 134% l’anno prossimo.

D’altronde, è l’unica cosa in cui primeggiamo, il debito pubblico. Per il resto siamo un mezzo disastro. La nostra produttività è arretrata nell’ultimo decennio, mentre il nostro costo del lavoro rispetto a dieci anni fa, è cresciuto del 10% rispetto alla media Ocse e addirittura del 25% rispetto alla Germania.

I nostri conti esteri sono scoraggianti. A fine 2011 avevano un deficit delle partite correnti sull’estero del 3,2% a fronte della media Ocse dello 0,7. La nostra posizione netta era negativa per il 22,3% del Pil. La nostra crescita degli ultimi cinque anni è stata negativa per lo 0,6% del Pil, e pure peggio se guardiamo i dati dal 2000. Abbiamo il primato della crescita media più bassa dell’intera area.

Se volessimo peggiorare la nostra eurodepressione, potremmo segnalare che la nostra spesa pensionistica rimarrà saldamente superiore al 15% del Pil, molto al di sopra della media Ocse, sebbene l’Italia abbia l’età di pensionamento più alta di tutti. La qualcosa, nota l’Ocse, se da un lato stabilizza la sostenibilità del sistema pensionistico, dall’altra è disastroso per il mercato del lavoro.

Già: la disoccupazione. Il problema, sembra di capire leggendo fra le righe del rapporto, non è tanto che sia aumentata, ma che non sia aumentata abbastanza.

Nel 2008 il tasso di disoccupazione era l’8,4%. A fine 2012 eravamo al 10,6%, a fine 2014 è previsto saremo all’11,8%. Tale aumento dovrebbe “diminuire la pressione sulla crescita dei salari”. La famosa medicina tedesca che anche noi dovremo sorbirci, visto che “il costo del lavoro per unità in Italia si è aggiustato di meno rispetto agli altri paesi in crisi, in cui una disoccupazione più elevata ha influenzato una correzione più marcata”. Con la conseguenza che ” si è deteriorata la competitività e quindi si sono ristretti i margini di profitto”.

Correggere la pericolosa tendenza a crescere del costo del lavoro italiano è una delle priorità che dovremmo darci, sempre in nome del nostro debito pubblico. A cominciare dal settore pubblico, dove i salari sono stati congelati, e a finire dal privato, dove “i salari sono calati in alcuni casi, ma non abbastanza da recuperare il gap con Francia e Germania”.

Se il calo dei salari è il driver principale del recupero di competitività, il resto deve venire, spiega l’Ocse, dal sistema paese, che ha dei bachi strutturali gravi sul versante della giustizia civile, che ha tempi doppi rispetto agli altri paesi di definizione di una controversia commerciale, e della trasparenza.

Di buono c’è che abbiamo fatto alcuni progressi. Abbiamo, ad esempio, recuperato l’avanzo primario del bilancio pubblico, grazie a un aumento delle tasse, solo che siccome la crescita degli interessi che paghiamo sul debito arriverà al 5% del Pil nel 2014, sarà sempre più difficile mantenerlo. E ancora di più avere quel 2% fisso di avanzo primario che dovrebbe condurci gradualmente, intorno al 2030 ad avere un debito/pil intorno al 60%.

Sempre se la crescita riparte.

Il debito pubblico italiano, insomma, è il grande protagonista di questo economic surveys dell’Ocse. Segno evidente della preoccupazione che genera nel resto del mondo. Per capire perché basta ricordare che abbiamo il primato europeo, nel 2013, per la quantità di debito da rinnovare. Ben 282 miliardi da febbraio 2013 a fine anno, che dovremo trovare sui mercati interni e, soprattutto esteri.

Le nostre banche e assicurazioni, infatti, ormai sono gonfie fino a scoppiare di titoli di stato. Ne avevano in pancia un po’ meno di 600 miliardi nel 2007 e ormai veleggiano intorno ai 1.000, dovendosi far carico della fuga delle famiglie e degli investitori esteri dal Btp. Ed è chiaro che non possono continuare ad accumularne, pena mettere a rischio i propri coefficienti patrimoniali.

Una simpatica simulazione, infatti, mostra che un ipotetico haircut del debito italiano del 25% avrebbe effetti devastanti sui conti delle principali banche italiane, che, scrive l’Ocse, giocano molto sul fatto che sono “troppo grandi per fallire”.

E se tale gioco riesce bene alle banche, perché non dovrebbe riuscire all’Italia?

Il saldo Target 2 italiano, ossia la posizione netta della nostra banca centrale rispetto la Bce, che era più o meno a zero fino all’estate 2011 è sprofondato a -290 miliardi nell’estate del 2012, il peggior risultato dopo la Spagna. Ciò è dovuto, spiega l’Ocse, al massiccio uso italiano del programma LTROs varato dalla banca centrale per dare liquidità al sistema, visto che dal nostro paese si calcola siano fuggiti circa 235 miliardi di euro di capitali nel periodo più acuto della crisi. In pratica questi debiti con chi ci prestava soldi – per lo più banche tedesche e francesi – è stato sostituito con debito nei confronti della Bce, finché le banche estere non hanno ricominciato a prestarci i soldi. Quali banche? Sempre le stesse: le francesi e tedesche, visto che i saldi Target 2 per entrambe risultano in calo nel 2012.

Cosa è cambiato? Che abbiamo fatto i compiti a casa. Fornito più garanzie. E sempre di più ce ne chiederanno. Il nostro debito pubblico ci costringerà a deglutire chissà quanti amari bocconi nei prossimi vent’anni. A meno che non impariamo a usarlo per quello che è: un’arma di distruzione di massa.

Facciamola semplice: se l’Italia smettesse di pagare i propri debiti fallirebbe, senza dubbio, ma metterebbe in guai assai gravi la Bce, la Francia e la Germania, e quindi tutta l’eurozona, per non parlare del resto del mondo.

Simul stabunt simul cadent, dicevano i latini. I nostri partner devono pregare che l’Italia stia sempre in salute e pregheranno sempre più intensamente al crescere del nostro debito pubblico che saranno costrette a comprarsi, in una forma o nell’altra, ogni anno da qui all’eternità.

Un debito, specie quando è eterno, allunga la vita.

  1. Luciano Sturaro

    Pur d’accordo nella razionalità logica del ragionamento,ritengo che la cosa non possa reggere a lungo e che ad ogni, anche piccolo, sussulto dei mercati finanziari l’Italia sarebbe esposta ad un vero eproprio terremoto finanziario e l’incertezza degli operatori sarebbe continua e devastante sotto ogni punto di vista. Se si agisce con immediatezza, ma ciò non sembra il pensiero del governo Letta, l’Italia può salvarsi perchè ha tutte le risorse per farlo. Può ridurre il debito utilizzando le riserve di Bankitalia (250mld), il patrimonio delle Fondazioni Bancarie e non (200/250 mld), smobilizzare patrimonio pubblico mobiliare ed immobiliare con appositi fondi (200/400mld). Certamente fare tali operazioni sul debito potrebbe essere controproducente, se in contemporanea non si riduce la spesa pubblica di 50/60 mld/anno entro 3/5 anni, perchè c’è il rischio, che in Italia diventa certezza, che gli interventi sul debito da soli darebbero solo alimento al pestilente/ingordo parassitismo che è la causa principale, anzi unica, dell’attuale situazione di crisi,quasi irreversibile.
    Fare tutto ciò sarebbe certamente un’azione titanica, perchè troverebbe sicuramente la resistenza ferrea del parassitismo pestilente, che dicevo prima, ma avrebbe sicuro sostegno da una vasta area della popolazione, anche della parte parassitaria meno ingorda, che si sta ormai rendendo conto che così non può continuare a lungo.
    Tutto ciò porterebbe anche ad una riduzione della spesa per servizio al debito pubblico di almeno 40/50 mld/anno per il calo del debito e dei tassi. Ovviamente tutto ciò permetterebbe di destinare grandi risorse alla scuola, all’informatizzazione vera della PA, ad investimenti produttivi e al sostegno del reddito per coloro che perdono il posto di lavoro nella Pa e alla riduzione drastica delle tasse sul lavoro,imprese e famiglie.
    Solo il patrimonio archeo/monumentale, artistico, paesagistico ed eno/gastronomico, se opportunamente valorizzato potrebbe creare con il settore turistico una quantita enorme di posti di lavoro e concorrere al PIL per almeno il 20/25%.
    Governare Italia è facile se prima si spazza via il pestilente/ingordo parassitismo, che tutto blocca e interdisce. E’ difficile, ma bisogna farlo, altrimenti sarà il parassitismo, come è stato negli ultimi 30 anni, a governare l’Italia, mangiandosela.
    Luciano Sturaro

    "Mi piace"

    • Maurizio Sgroi

      salve,
      il mio post voleva essere una ragionata provocazione, nulla di più. Ma anche un invito a pensare seriamente a noi stessi, a quello che siamo e che potremmo diventare se avessimo un pizzico in più di spregiudicatezza e coraggio. Comprendo il suo ragionamento: le ricette possono essere tante, almeno quanto sono i cuochi. ma non credo che ne usciremo se non rifletteremo sul nostro futuro con uno spirito differente da quello andato per la maggiore negli ultimi trent’anni: ossia l’autoflagellazione e il senso di colpa.
      Mi piacerebbe che dicessimo a noi stessi che lo stato ha fatto una montagna di debiti per fare stare bene i suoi cittadini, ad esempio, che non a caso sono fra i più ricchi dei paesi ocse, godono per l’80% circa di almeno una casa di proprietà e hanno goduto, fino a dieci anni fa, di un benessere diffuso e più equo di molti altri. Al debito pubblico ha corrisposto un arricchimento privato, com’è logico che sia.
      Questo non dovremmo dimenticarcelo. Tanto più oggi che ci si chiede di impoverirci.
      Saluti e grazie per il commento.

      "Mi piace"

  2. Luciano Sturaro

    L’arrichimento,per molti è stato il giusto premio al loro merito, impegno e rischio, per troppi invece è stato l’immorale,benchè legale, impossessarsi del frutto del lavoro altrui. Ora l’Impoverimento che ci viene richiesto rischia, anzi sembra una certezza, di essere caricato sulle spalle dei primi a tutto vantaggio dei secondi, come è sempre stata l’anormalità del sistema Italia.
    O l’ipoverimento è di tutti, ma prioritariamente di coloro che si sono arrichiti senza averne il merito, o è giusto che Italia vada a fondo con l’ipocrita grido di dolore di tanti che vorrebbero continuare ad alimentarsi con l’altrui sudore.
    La rivolta sociale, se pure non esplicita, è in corso, altrimenti come leggere l’aumento dell’evasione fiscale, il disimpegno nel pagare le tasse, la fuga di capitali, di cervelli e di manod’opera, la delocalizzazione produttiva e,sempre più spesso, anche delle sedi legali, il calo dei consumi di lusso e del turismo di elite a tutto vantaggio di località straniere.
    Non credo che l’Italia si salvi, se prima non sarà precipitata nel fondo del precipizio, sull’orlo del quale ora pericolosamente sta. Purtroppo vivremo situazioni di violenza, terrorismo e stragi, speriamo limitate, perchè coloro che hanno in mano tutti gli organi e apparati dello Stato, utilizzando i quali si stanno “mangiando” l’Italia, attiveranno la violenza, come hanno sempre fatto (chiamando poi deviati quegli apparati che l’hanno attivata), per impaurirci, per impoverirci e poi attivare quelle riforme gattopardesche nel loro esclusivo interesse,proprio come nel 1922, nel 1943 e,in misura minore, nel 1980.
    Italia,che amo,purtroppo ha uno Stato che è una vergogna e che disprezzo e che, temo, rimarrà tale, perchè l’azione pacifica forte e dirompente – #PacificiIncazzai- fatta da una moltitudine di individui determinati e coraggiosi non sta trovando sufficiente terreno fertile.
    #PacificiIncazzati
    Luciano Sturaro

    "Mi piace"

Rispondi a Luciano Sturaro Cancella risposta

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.