Le gambe d’argilla dell’eurofinanza

Mettiamola così: l’eurozona l’ha scampata, ma a caro prezzo. Ma se lo stress finanziario si è abbassato, non vuol dire affatto che sia finito. Tutt’altro. “La stabilità finanziaria rimane fragile”, scrive la Bce nel suo ultimo rapporto. “Persistono alcune vulnerabilità provocate dall’interazione fra i debiti sovrani, le banche e le condizioni generali del quadro macroeconomico”.

Il caro prezzo pagato dall’eurozona, ossia l’aumento generalizzato dell’indebitamento pubblico e privato, che per ora è stato mitigato dalle decisioni di politica monetaria della Bce, rischia di essere il cappio che finirà di strozzare il circuito del credito nell’eurozona, stante la persistenza della crescita debole che è insieme causa e conseguenza del credit crunch.

Le banche sono esposte alla tempesta perfetta: da un parte vedono diminuire i propri margini di profitto, dall’altro vedono aumentare le proprie sofferenze. Il combinato disposto provoca ulteriori stitichezze nella concessione dei prestiti. Il credit crunch che ne deriva incide sulla crescita economica, che quindi fa esplodere il rapporto fra debito e pil degli stati, creando altre tensioni sui debiti sovrani, del quale sempre le banche sono imbottite. E questo fa diminuire ancora i margini di profitto ed erode i coefficienti patrimoniali delle stesse banche. Che quindi concedono meno credito, eccetera eccetera.

Più che un circolo vizioso, è un circolo mortale.

Sarà per questo che nelle sue 150 pagine di rapporto sulla stabilità finanziaria la Bce insiste costantemente sull’importanza della crescita e delle riforme, in primis quella sulla vigilanza bancaria.

La supervisione bancaria si spera spezzi il legame tuttora fortissimo fra le banche e i debiti sovrani.

La crescita dovrebbe interrompere la spirale perversa dell’aumento dei deficit e debiti fiscali. Non è chiaro però da dove dovrebbe partire, questa crescita, anche se è facile prevedere che, prima o poi, sarà la Bce a doversene fare carico.

Il rapporto della Bce contiene anche alcuni dati che fanno riflettere. Dal 2007 al 2012 è cambiata significativamente la distribuzione del debito governativo fra residenti e non residenti in tutti i paesi. Con uno spartiacque molto chiaro: i paesi che hanno sofferto lo stress più forte sul versante degli spread sono quelli che hanno visto aumentare la distribuzione del debito a favore dei residenti.

L’Italia, ad esempio, nel 2007 aveva all’estero poco più del 40% del proprio debito pubblico, mentre nel 2012 appena il 35%. La Spagna, che aveva quasi la metà del debito all’estero nel 2007, ora ne ha oltre il 70% all’interno.

Al contrario, il Lussemburgo, che nel 2007 aveva la quasi totalità del debito in mano a residenti, nel 2012 ne ha venduto all’estero oltre il 30%. Oppure la Germania, che ormai finanzia con soldi esteri oltre il 55% del suo debito, almeno sei punti in più rispetto al 2007. E ciò malgrado i rendimenti siano bassissimi. Tutto ciò “rende questi paesi più vulnerabili al rischio di uno stop improvviso degli afflussi di capitali dall’estero” che finirebbe con lo squilibrare i loro conti pubblici o li esporrebbe a crisi di liquidità. 

Tale situazione ha un effetto diretto sulle politiche creditizie, che finiscono col fare il contrario di quanto dovrebbero.

I paesi più fragili, come il nostro, sono quelli in cui le banche sono più esposte al rischio sovrano, e quindi fanno più fatica a concedere credito, visto che sono esposte a un contesto di sofferenze crescenti a causa della crisi e di rischio sui tassi di interesse: se ripartissero gli spread soffrirebbero gravi perdite in conto capitale sui bond pubblici che hanno sottoscritto.

Chiaro che in tale contesto prevalga la paura a prestare, proprio in quei paesi dove invece servirebbe far ripartire la fiducia.

A fronte della paura a prestare, rileva la Bce, aumenta la propensione al rischio. Ma per gli investimenti finanziari, per loro natura più liquidi. I denari a basso costo messi a disposizione dalla Bce ha spinto le banche al carry trade, e questo ha aggiunto ulteriori fattori di instabilità a un quadro già traballante.

La ricerca di buoni rendimenti, insomma, potrebbe destabilizzare il sistema qualora la politica internazionale dei tassi cambiasse improvvisamente, “con perdite dirette per gli investitori a reddito fisso, incluse banche e assicurazioni, e effetti indiretti sulle banche, facendo anche salire il costo dei finanziamenti per il settore corporate e aggiungendo ulteriori pressioni sulle banche”.

Insomma, un aumento dei tassi potrebbe avere effetti catastrofici, se e quando arriverà. Per i paesi più deboli perché l’aumento del costo del rifinanziamento dei loro debiti rischia di far saltare i saldi fiscali e indirettamente le banche. Per i paesi più forti perché i capitali che finora sono affluiti verso di loro potrebbero essere richiamati in patria mettendo in tensione rischiosa il sistema finanziario

Per questo la Bce invita le banche ad aumentare il proprio capitale, ammesso che trovino i soldi, e spinge verso l’unione bancaria, ossia un incremento della regolazione dopo decenni di laissez faire, come soluzione di sistema.

D’altronde si diceva la stessa cosa – ossia che servisse un maggiore coordinamento – quando si fondò l’Unione monetaria.

La verità è molto più semplice: nessuno è al sicuro.

Un Commento

  1. resistenzaliberale

    Certo nessuno più è al sicuro,la globalizzazione impone di rendere efficienti i sistemi economici che saranno sempre più in competizione tra loro.I paesi eurodeboli per non fallire devono ridurre drasticamente la spesa pubblica, senza ridurre i servizi ai cittadini, bensì spazzando via il pestilwnte e ingordo parassitismo di cui sono infettati.
    LA GLOBALIZZAZIONE
    Quello che non programman le menti,
    sarà purtroppo imposto dagli eventi.
    Sovranità sarà un miraggio,
    ma alzar barriere sarà svantaggio.

    "Mi piace"

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