Le quattro Europe: Il campo minato a sud-est di Berlino


La fragile Europa e l’ancor più fragile Eurozona contemplano attonite l’evolvere incerto della crisi, rassicurandosi, di volta in volta, nel notare il risanarsi a carissimo prezzo di alcuni fondamentali, ma ignari, o quantomeno ancora indifferenti, dello squilibrarsi di un’intero mondo che è poco definire confinante, essendo esso stesso costituente del disegno europeo, pure se poco osservato dalle cronache.

Chi volete che si interessi, nella disperata ricerca di buone notizie che impegna la stampa politica ed economica, ammesso che questa distinzione abbia senso, di un paese come la Bulgaria o della Moldova? Cosa volete che importi del current account dell’Albania, o della bilancia commerciale della Serbia. Paesi remoti, anche nella nostra immaginazione. Legati a pensieri di torbidi, quando non direttamente di guerra. Democrazie incomprensibili, quando non tirannie mascherate, come l’Ungheria, oppure fronti di conflitto, come l’Ucraina che sta reclamando col prezzo del sangue l’attenzione del mondo e che stiamo imparando a conoscere come potenziale fonte di pestilenza finanziaria.

Eppure, vedete, questi paesi compongono un’area geografica estremamente interrelata, che il Fondo Monetario, da sempre attento cacciatori di untori, ha definito regione CESEE, ossia Europa centro-sud-orientale. L’elenco è lungo, ma giova alla comprensione del discorso.

La regione CEESE comprende: Albania, Bielorussia, Bosnia ed Erzegovina, Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Estonia, Ungheria, Kosovo, Lettonia, Lituania, Macedonia, Moldova, Polonia, Romania, Russia, Serbia, Slovacchia, Slovenia, Turchia e Ucraina. Alcuni, come vedete, sono nostri compagni di moneta, altri d’Unione europea. Tutti di destino.

Non vi sembri esagerato. Solo un’economia astratta e insensata come è quella del nostro tempo può tendere a sottovalutare il peso specifico della prossimità e della storia. Chi misura il rischio di un potenziale contagio calcolando la semplice esposizione vis-à-vis fra un paese e un altro sottovaluta il peso degli incroci reciproci e, soprattutto, il farsi massa critica di un’intera regione che ha sperimentato enormi afflussi di capitale e adesso subisce il contrario.

“Per la prima volta dal 2009 – nota il Fmi – i flussi di portafoglio verso la regione, esclusa Turchia e Russia, sono diventati negativi nel terzo trimestre del 2013. La suscettibilità a shock esterni di finanziamento dipende dagli alti stock di debito estero, dai notevoli bisogni di rifinanziamento e dalla rimarchevole esposizione in valuta estera”.

Anche se alcuni dei paesi della regione hanno migliorato i loro conti correnti, rimangono ancora grossi problemi di debito privato, cresciuto senza freni negli anni buoni, che si sono trasformati in problemi di debito pubblico dopo il crash, visto che gli stati hanno dovuto socializzare le perdite di tanti. Questi debiti, che devono essere costantemente rifinanziati, hanno creato grandi fabbisogni di risorse finanziarie, anche perché molti di questi debiti sono denominati in euro.

Inoltre, negli anni buoni, molti investitori hanno comprato bond locali. Sicché nell’ansia da tapering che sta crescendo nel mondo, molti si interrogano sulla tenuta di queste obbligazioni una volta che le condizioni monetarie diverranno meno espansive.

Di questo mucchio di rischi potenziali i CEESE, come altri paese emergementi, ne hanno avuto un assaggio nel maggio 2013, quando la Fed fece capire di voler tirare i remi in barca, terremotando mezzo mondo. Ma questa regione esibisce una sua interessante peculiarità: l’alta concentrazione dell’esposizione di pochi investitori nei singoli paesi.

Economie piccole come quelle di alcune paesi CEESE hanno consentito che pochissimi asset manager possano decidere le sorti di intere popolazioni. “Allo stesso modo – nota il Fmi – la gran parte dei finanziamenti bancari esterni sono arrivati ada poche grandi banche europee”.

Ed ecco che il campo minato, che la finanza ha costruito a sud-est di Berlino, mostra tutta la sua pericolosità.

Il rischio, neanche tanto remoto, è che l’Asset quality reviw nella quale sono impelagate le banche europee suggerisca loro di ridurre l’esposizione verso questi paesi, amplificando i timori di un sudden stop delle loro bilance dei pagamenti.

Mi spiego meglio. Il Financial Times ha raccontato che la banca centrale belga ha praticamente imposto al più grande gruppo bancario del paese, il KBC group, di quotare per la prima volta il rischio collegato ai bond statali detenuti dalla banca. Una decisione che cambia notevolmente le regole del gioco europeo, visto che è facile prevedere che adesso farà scuola, come peraltro molti auspicavano.

Ebbene i primi bond a finire nel mirino del regolatore erano i titoli di stato ungheresi che la KBC ha tuttora fra i suoi asset.

A fronte di tutto ciò, questi paesi hanno pochi spazi di manovra. Quelli che ancora dispongono della libertà di agire sui cambi possono usare la politica monetaria come strumento difensivo. Per gli atri rimane la solita ricetta: politiche fiscali e riforme strutturali. Sempre che facciano in tempo, ovviamente.

Per capire quanto i tormenti dei CEESE ci riguardino da vicino, giova guardare a qualche elemento d’insieme.

“Un’escalation delle tensioni geopolitiche – nota il Fmi – può colpire i paesi europei trasmettendosi attraverso i canali del commercio e della finanza”. In particolare il Fmi analizza i link creati grazie al commercio di gas con la Russia e quelli tessuti dalle banche.

I paesi più vicini alla Russia, spiega il Fondo, possono essere severamente colpiti da un rallentamento della crescita russa, ma anche i paesi core dell’eurozona, segnatamente la Germania e l’Olanda hanno intrecciato relazioni commerciali molto avanzate con i russi, che adesso potrebbe risentire della crisi ucraina. E anche i centri finanziari dell’eurozona, ossia Cipro e il Lussemburgo, condivodono la stessa sorte.

Dal lato dell’energia, l’alta dipendenza dell’Europa dal gas russo (circa il 40% dei consumi globali) espone tutti noi al rischio di uno shock dei prezzi energetici, tenuto anche conto del fatto che circa un terzo del petrolio che consumano gli europei arriva da lì. Alcuni paesi dell’eurozona, come Germania, Austria e Finlandia sono addirittura assimilabili ai paesi più vicini alla Russia, con tassi di dipendenza che oscillano dal 40 al 100%.

I link finanziari, se possibile, sono ancora più stretti.

Cipro, Austria e Ungheria sono i paesi più esposti verso Russia e Ucraina, con prestiti che oscillano fra il 4 e il 13% dei rispettivi Pil. Sorte appena migliore per le banche italiane e francesi, che contano un’esposizione che oscilla fra l’1 e il 5% del Pil.

All’interno di queste connessioni, possiamo individuare i principali debitori, che devono ricorrere all’estero per finanziare il proprio debito pubblico, e i creditori. Una lettura molto istruttiva circa le dimensioni del’intreccio e le le possibilità di contagio.

Così scopriamo che la Russia deve finanziare all’estero il 25% del suo debito pubblico, mentre Lettonie e Lituania arrivano al 90%, con una media, per l’intera regione, del 55%. Nel settore privato le cose non vanno tanto meglio, anzi peggio: il 65% dei debiti privati dei paesi CEESE deve trovare creditori esteri per essere finanziato.

Al primo club, quelli con più debito pubblico da finanziare all’estero, troviamo anche la Serbia, l’Ungheria e la Lituania. Mentre al secondo club si iscrivono sempre l’Ungheria, la Lettonia, l’Estonia, la Bulgaria e la Croazia. Gran parte di questi finanziamenti, nota il Fmi, arrivano dalle banche.

E questo ci riporta al problema di fondo: chi sono i principali creditori?

L’Austria è quella che ha investito di più sulla regione, destinandole un flusso di risorse che supera il 60% del proprio Pil. Sarà un retaggio dell’impero austro-ungarico. Ciò comporta che uno shock in questa regione o uno shock in Austria condurrebbero entrambi allo stesso risultato: il caos finanziario.

Come se non bastassero i rischi provenienti dall’eurozona, la regione CEESE risulta esposta anche nei confronti degli Usa, nel senso che un cambiamento della politica monetaria americana, stante i livelli di esposizione, rende questi paesi molto vulnerabili.

Nell’insieme osserviamo che se l’Austria guida la classifica dei prestiti bancari transfrontalieri, con il 62,2% del suo Pil investito fra Russia, Romania, Ungheria, Repubblica Ceca e altri, anche la Germania con il suo 4,9% del Pil non è da sottovalutare.

Le connessioni più rilevanti la Germania ce li ha con la Russia la Polonia e la Turchia, ma le risorse tedesche arrivano anche a Romania, Ungheria, Repubblica Ceca. Quindi la Francia, che ha prestato ai CEESE il 5,2% del suo Pil, in particolare alla Russia, alla Turchia e alla Polonia. Ma troviamo anche gli Stati Uniti, con lo 0,7% del Pil prestato a Russia e Turchia. E anche la Gran Bretagna, che ha prestato con le sue banche il 4,1% del suo Pil a Russia e Turchia.

Sempre gli Stati Uniti sono fra i protagonisti degli investimenti di portafoglio, che quota l’1,3% del Pil Usa, concentrato in Russia e, a scemare, in Turchia, Polonia e Ungheria. La Gran Bretagna ha investito il 4,5% del suo Pil, in larga parte sempre fra Russia e Turchia, la Francia l’1,35 e la Germania l’1,8%. Anomala, ma comprensibile, stante il suo status di paradiso fiscale, il flusso di investimenti che parte dal Lussemburgo, che quota il 207,7% del suo Pil, concentrato in Russia e Turchia.

Ora non serve chissà quale competenza per capire che di fronte a intrecci così stretti i rischi siano bilaterali. Possono derivare da un problema del debitore, come sembra probabile adesso, o da una difficoltà o una scelta del creditore, come è stato a maggio 2013.

In ogni caso tutti questi rischi sono disseminati in maniera randomica su un territorio vastissimo del quale non sappiamo praticamente nulla e del quale non ci occupiamo mai.

Salvo quando è troppo tardi.

(2/segue)

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  1. Jean-Charles

    Khodokowski non è riuscito a vendere Ioukos ai anglo-sassoni e diventare con più di 20 miliardi di dollari che avrebbe ricevuto Presidente della Russia, perché è intervenuto con sicurezza Putin.

    Come più tardi in Georgia e adesso in Ucraina.

    L’Europa non è una potenza ma una zona di libero scambio.

    Il trattato transatlantico permetterebbe di trasferire competenze statali alle multinazionali, che avrebbero la possibilità d’ attaccare gli Stati in caso limitassero il libero scambio di merci e servizi su esigenze americane al ribasso delle attuali, presso istanze arbitrali civili non istituzionali.

    La Germania ha perso il suo principale sub-contractor nella riunificazione della RFA con la RDA dando a un ost-mark il valore di un deutsche-mark allorché ne valeva 8, ma si è trovata guarda caso, un nuovo hinterland con l’allargamento della UE verso l’est.

    Nel caso fosse accettato il trattato transatlantico potrà esportare in USA.

    Resta che non è sicuro che gli USA arrivino a compensare con shalegas a prezzi del gas russo.

    La Russia ne dispone in grandi quantità e a buon prezzo e per di più ha bisogno della nostra tecnologia. La esportiamo bene in scambio d’energia vitale alla nostra crescita.

    Col tempo ci siamo avvicinati all’orso e questo non giova a chi gestisce il circo.

    La partita economica resta aperta prova ne è il silenzio assordante.

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    • Maurizio Sgroi

      salve,
      la visione delle multinazionali che assorbono competenze statali è vagamente inquietante. devo ancora studiare la pratica TT, però certo, mi ha messo una bella pulce nell’orecchio.
      grazie per il commento

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  2. Jean-Charles

    Non so se la lettera inviata dal past Presidente dela BCE Sig. Trichet è apparsa sulla stampa italiana. Eccola in francese :

    http://sensinterdit.over-blog.net/article-la-lettre-de-trichet-a-berlusconi-86342578.html

    Sarebbe stato abbastanza abbassare i tassi d’interessi italiani a livello di quelli francesi con 2% di meno anziché esigere ridurre la spesa pubblica e ancor più elevare le tasse di circa 2% di 2000 miliardi=40 miliardi annui con riduzione del PIL di almeno altretanto.

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