La fredda guerra della Russia: il passato presente


Alla fine di questa lunga cavalcata fra i marosi dell’economia russa spero sia chiaro perché gli istituti internazionali guardino con preoccupazione all’Orso russo, pur consapevoli che il paese sia iscritto al ristrettissimo club dei paesi troppo grandi per fallire.

Tutto ciò dovrebbe rassicurarci?

Fino a un certo punto.

Nel Grande Gioco la Russia c’è già entrata oltre cent’anni fa, all’epoca della prima globalizzazione, quella fondata sulla base aurea, che durò dalla fine del conflitto franco-prussiano del 1870 al 1914, quando la Grande Guerra fece finire il primo Mercato Mondo, come lo ha efficacemente definito Geminello Alvi nel suo Secolo americano.

Ieri, come oggi, la Russia dovette pagare un biglietto assai salato per entrare nel club.

Ivan Vyshnegradsky, ministro delle finanze russo fra il 1887 e il 1892, che voleva a tutti i costi far entrare il suo paese nel gold standard, spiegava la necessità di accettare la pesante deflazione fiscale e monetaria alla quale stava esponendo il paese con una massima: “Dobbiamo esportare, anche a costo di morire”.

Come oggi, d’altronde: la Russia deve esportare o morire, come ha illustrato l’analisi sommaria dei saldi del conto corrente degli ultimi anni.

L’ingresso nel gold standard, così pervicacemente voluta dalle élite zariste e in particolare da Sergej Witte, che siglò da ministro delle finanze la riforma monetaria del 1897, significò per la Russia accesso sicuro al vasto mercato dei capitali che l’impero inglese, e più tardi la Francia e la Germania, elargivano a piene mani a tutti coloro che si uniformassero allo standard finanziario internazionale. All’epoca l’oro. Oggi il credo globalizzante e le riserve in dollari, o magari in euro.

Witte peraltro ambì per tutta la vita a costituire una lega franco-tedesca-russa, come tanti oggi. Inutilmente, ieri come oggi.

I sacrifici russi giovarono alla bisogna. La Santa Madre, ieri come oggi, fu accolta a braccia aperte dal club dei finanzieri che gestivano l’haute finance.

Il bilancio statale passò dai 965 milioni di rubli del 1892, ai 6,6 miliardi di rubli del 1904. Nel 1916 i debiti russi verso l’Inghilterra erano superiori ai 400 milioni di sterline, a prezzi dell’epoca, cifra persino superiore di quasi cento milioni di quanto l’Inghilterra doveva al suo sponsor nordamericano. Poi c’erano altri 200 milioni di sterline di debito accumulato nei confronti dei francesi i quali, molto generosamente, avevano dirottato verso la Russia oltre 11 miliardi di franchi di investimenti diretti nel ventennio fra il 1894 e il 1914, per consentire alla barbara Russia di diventare moderna.

Debito estero fino a sfinirsi, perciò, e a preparare la temperie della rivoluzione, quando la Russia, distruggendo il rublo e i suoi debiti usando l’inflazione, recise i suoi legami col vecchio Mercato Mondo.

Ma anche allora, fino a un certo punto.

Nel primo dopoguerra, nella grande euforia degli anni Venti, bastò ad Armand Hammer l’esser figlio del dottor Julius, fondatore del partito comunista americano, per trovare ospitalità nelle braccia della Santa Madre, pure nella sua versione bolscevica. Hammer divenne addirittura il rappresentante della Ford, in Russia, dopo aver ottenuto la concessione esclusiva sulle miniere d’asbesto, fino a diventare il rappresentante in Russia di ben trentasette corporation nordamericane interessate, ieri come oggi, a fare affari con i russi.

Negli anni della NEP, dopo che la Russia stabilizzò il rublo, nel 1923, Wall Street prese, nell’economia russa, il posto della Francia. Finanziava i comunisti come i francesi finanziavano gli zar.

Fino a quando gli anni dello stalinismo e il secondo dopoguerra non fecero calare sul mercato globale la cortina di ferro.

D’altronde era l’epoca dei controlli sui movimenti dei capitali, delle economie represse e della diplomazia di Yalta.

Serviranno quarant’anni per uscire dalle secche di questa repressione finanziaria, che aveva finito col condurre le economie occidentali nella trappola della stagflazione, spinta dagli shock petroliferi, e quella russa nella ruggine dei piani quinquennali e dell’abulia sociale. E quindi Reagan, la Thatcher, Gorbaciov. Eltsin. E, infine Putin, che scuote l’Orso russo e lo libera dalla gabbia di ferro della guerra fredda solo per infilarlo in quella dorata del nuovo Mercato Mondo. Putin perciò è il gran generale della fredda guerra della Russia, e non a caso.

Ed eccoci tornati al punto di partenza.

Gli anni della guerra fredda, semplice parentesi della fredda guerra che la Russia ha sempre dovuto affrontare con l’Occidente, avido delle sue ricchezze e sempre disposto a pagarle con i suoi prestiti, grazie ai quali la Russia impara a vestirsi all’Occidentale.

E quindi il presente che racconta di nuovo di debiti esteri crescenti, squilibri finanziari e valutari, rischi di disordini e uno scenario di guerra guerreggiata.

La Crimea, già oggetto di desiderio e di una guerra a metà del XIX secolo che finì malissimo per la Russia, e oggi nuovamente al centro di una lite, dove il motivo politico e quello economico si confondono, rivelando con ciò l’unitarietà della loro natura.

Natura ingannatoria, mistificata dalle statistiche che subodorano rapporti di forza inesprimibili, perché ciò che muove le passioni deve esser celato.

E ciò che rimane celato, in questa penosa rimasticazione contemporanea della storia, è quella che sempre Alvi definisce “la profonda ineconomicità della Russia”. Il suo essere ontologicamente altro, come gli stessi russi affermano nelle dichiarazioni pubbliche, rispetto all’ossessione occidentale per il calcolo utilitaristico, che ha generato statistiche, capitali fittizi e persino l’economia stessa.

L’anima russa, estesa e sognante, gioca il gioco dell’economia perché è il suo modo, da almeno due secoli, di provare ad essere ciò che non è.

Ma quando il gioco si fa duro, i russi smettono di giocare.

Fanno saltare il tavolo.

E’ già successo.

Perciò può succedere di nuovo.

(5/fine)

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