La fredda guerra della Russia: un paese in riserva


Può resistere perciò la Russia al dimagrimento del prodotto e al deflusso di capitali esteri?

Un modo per provare a intuire una risposta può esser quello di monitorare l’andamento delle riserve valutarie.

Variabile statistica assai astrusa, la quantità di riserve di un paese viene osservata assai poco dai non addetti ai lavori, malgrado la teoria dell’economia internazionale spieghi quanto sia rilevante ai fini dell’equilibrio, innanzitutto valutario.

Eppure tutto quello che c’è da sapere su quello che sta accadendo alle finanze russe ce lo racconta quest’indicatore statistico, che giusto gli asset manager che trafficano in valute controllano con maniacale attenzione.

Nel primo decennio del XXI secolo la Russia ha accumulato quantità ragguardevoli di riserve valutarie. All’inizio della sua epopea, al 31 dicembre del 2002, le riserve russe quotavano meno di 40 miliardi di dollari, di cui quasi quattro in oro e oltre 44 in valuta estera. La banca centrale non specifica, essendo segreto fra i meglio custoditi, quale valuta estera, ma ci si può arrivare per deduzione ricordando la quantità di volte che i russi, in questi dieci anni, hanno detto di voler maggiormente diversificare le proprie riserve denominate in dollari.

Cinque anni dopo, a fine dicembre 2007, le riserve russe erano decuplicate: 478,7 miliardi di dollari. Anni durante i quali si consuma l’epopea dei Brics, definiti come la speranza nascente dell’economia internazionale per masse di popolazione da occidentalizzare al modico prezzo degli attivi delle loro bilance commerciali.

Il grande flusso del nuovo mercato mondo prevedeva un flusso crescente di scambi che, presumendosi incessante, avrebbe fatto crescere senza limiti la domanda di beni energetici, di cui la Russia continua ad essere ricca, e di nient’altro a ben vedere, atteso che l’Ocse, nel suo ultimo survey report, dipinge l’industria russa come obsoleta, costosa e fortemente inquinante, oltre ad essere sostanzialmente un’impresa di stato.

Cinque anni per decuplicare la riserve, vuol dire anche insaziabilità dell’Occidente, cui corrisponde una sostanziale inesauribilità di risorse finanziarie. Da dove arrivano tutti questi soldi che l’Occidente elargisce ai suoi fornitori di gas del Levante o di paccottiglia manifatturiera asiatica?

Rispondere vuol dire arrivare alle radici stessa della fredda guerra: guerra di numeri, statistiche e denaro fittizio, o capitale fittizio per dirla con le parole di Marx e di Schumpeter. E che la Russia accettando le regole del Grande Gioco abbia gettato le premesse della sua sconfitta lo dicono, ancora una volta le statistiche.

A fine 2013 la Russia aveva all’estero appena 50 miliardi di dollari di investimenti di portafoglio a fronte degli 8.000 miliardi nordamericani. Un Davide contro un Golia, senza neanche la mazzafionda.

Ma poiché la fredda guerra non ammette sconfitti, così come una volta venivano definiti coloro che ne uscivano rovinati, ecco che il destino che si prepara per la Russia sarà altro, con tutta probabilità. Non la rovinosa sconfitta, che rovinerebbe altresì l’Europa e pure qualche banca americana, ma la definitiva inclusione.

La durata delle riserve russe, in tal senso, è la migliore unità di misura possibile del conto alla rovescia che separa l’orso russo dalla definitiva clausura.

A fine 2007, perciò, le riserve russe erano decuplicate. E la crescita rigogliosa, irrefrenabile e avida, dura per buona parte del 2008, fino al secondo trimestre.

Poi il mondo conosce lo sconvolgimento del crack dei subprime americani. Atto di guerra anch’esso, ma involontario, pressoché auto inflitto da una finanza in cui l’istinto del profitto finisce sempre col declinarsi in quello del suicidio.

Serve una prova di quanto la Russia sia “nordamericana”? Eccola: le riserve internazionali russe, che a metà giugno erano 568 miliardi collassano nel grande armageddon dell’estate 2008 che assesta il primo colpo a una storia di successo come era stata quella delle riserve russe, e nel terzo trimestre le vede diminuire di una dozzina di miliardi.

Ma il peggio viene in autunno: i russi per tenersi in piedi iniziano a bruciare riserve. La fine di Lehman Brothers sconvolge il mondo tutto. A fine anno le riserve diminuiranno di oltre 140 miliardi, fermandosi a 426 miliardi, meno di quanto fossero due anni prima.

Ma il mondo è attonito e tutto viene considerato eccezionale. Erano gli anni post Lehman, quando anche la grande Germania perdeva cinque punti di Pil. Gli studiosi coniarono il termine Grande Recessione per paragonare quel momento alla Grande Depressione degli anni ’30, pur distinguendola. Chissà perché poi.

Le riserve russe continuano a calare anche nel 2009, nel primo trimestre, quando poi la potenza di fuoco della Fed mise sul tappeto risorse finanziarie come mai si era visto nella storia. Così, grazie agli Usa, le riserve Russe ricominciano a salire: 383 miliardi nel primo trimestre, diventano 439 a fine anno, poi 480 nel 2010, 516 nel 2011, 537 nel 2012.

Poi arriva il 2013, anno sfortunatissimo per i russi. Ancora ad aprile le riserve quotavano 533 miliardi di dollari, ma a maggio la Fed suona il campanello, e nel mondo finisce la ricreazione.

La dichiarazione di Bernanke costa alla Russia 15 miliardi di riserve, e soprattutto innesca un calo che non si è più fermato. A fine 2013 le riserve arrivano a 509 miliardi, da ottobre 2013 ne ha bruciato per 15 miliardi, all’incirca corrispondenti ai deflussi registrati dalla Bri.

Quindi la crisi Ucraina. Nel primo trimestre 2014 le riserve sono passate da 509 a 486 miliardi: circa 23 miliardi in un trimestre, e ancora l’invasione non era cominciata. In meno di un anno e senza guerra la Russia ha consumato quasi il 10% delle sue riserve, e ciò malgrado (o di conseguenza) il rublo è sempre più debole e i tassi sempre più alti.

Parte il conto alla rovescia. E il mondo, col suo migliore sorriso di circostanza, neanche se ne accorge.

(4/segue)

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