Il nuovo lavoratore dell’EZ: precario e qualificato (ma non in Germania)


Poiché è il lavoro il problema paradossale del nostro evo ricco e tecnologico, vale sempre la pena infliggersi, ogni volta che se ne trovano, analisi capaci di svolgere una narrazione più articolata di quelle che si possono dedurre dai dati sulla disoccupazione, sempre suggestivi ma poco illuminanti.

Sono grato perciò alla Bce che nel suo ultimo bollettino economico ha pubblicato un lungo articolo sull’evoluzione del mercato del lavoro dal 2008 in poi che contiene anche un confronto fra noi e gli Usa e poi fra i singoli paesi della zona euro, dal quale emerge una fisionomia del lavoratore europeo contemporaneo che sembra fatta apposta per accreditare la vulgata che ci vuole sempre più bravi e sempre più incerti sul nostro futuro professionale. Il lavoro di domani, insomma, sembra spetterà solo a quelli che avranno qualità sempre più elevate, che potranno aspirare, se sono fortunati, a un contratto a tempo pieno, ma temporaneo. E sempre se nascono nel paese giusto, visto che, come nota la Bce “si osservano notevoli differenze fra un paese e l’altro”.

“Dati recenti dell’indagine sulle forze di lavoro dell’UE –  aggiunge – suggeriscono che negli ultimi due anni sono stati creati oltre 2 milioni di nuove posizioni per profili
altamente qualificati (vedi grafico). In termini netti, i nuovi impieghi a tempo pieno restano il doppio di quelli a tempo parziale. I contratti temporanei contribuiscono più di quelli permanenti alla crescita dell’occupazione nell’area dell’euro (con apporti pari rispettivamente al 52 e al 48 per cento dell’occupazione netta creata dal secondo
trimestre del 2013). Inoltre, pur registrando una diminuzione nel complesso
dell’area dell’euro, il lavoro autonomo è diventato un importante motore dell’aumento dell’occupazione in alcuni paesi dell’area”.

Se vi chiedete cosa si intenda per lavoratori qualificati, sappiate che ci si riferisce a titolati di un’istruzione terziaria, quindi universitaria, “mentre si rileva un (ulteriore)
marcato calo della manodopera poco qualificata o con un titolo scolastico di base”. Se osserviamo cosa è accaduto nel nostro paese, notiamo che siamo perfettamente allineati con le tendenze europea. L’occupazione è cresciuta per i lavoratori altamente qualificati ed è diminuita per gli scarsamente qualificati. Al contrario in Germania si è osservato un andamento opposto. Sono aumentati i posti di lavoro per i mediamente qualificati, mentre sono diminuiti per gli high skilled e i meno qualificati.

Evidentemente a fare la differenza è il sistema economico, che si origina dal combinato fra quello produttivo e quello scolastico. “E’ probabile – nota la Bce – che i dati tedeschi riflettano in parte la più forte specializzazione dell’economia tedesca nel manifatturiero (e dunque un ricorso tipicamente più elevato alle qualifiche di tecnico e di artigiano rispetto ai titoli di studio universitari), nonché la maggiore diffusione dell’istruzione e della formazione professionalizzante (tramite il sistema duale), che costituisce un percorso alternativo di ingresso a molte attività professionali in Germania”.

Tuttavia il caso tedesco è quello più interessante da osservare, perché la Germania è stato uno dei pochi paesi dell’eurozona che da 2008 in poi ha visto crescere l’occupazione costantemente, tanto che ha superato del 5% (vedi grafico) il livello pre crisi surclassando persino gli Usa, dove l’occupazione ha superato di circa il 2% il livello pre crisi, che dei loro successi occupazionali hanno fatto una bandiera.

Il dato tedesco, insieme con quello della Spagna, malgrado sia ancora sotto del 15% rispetto al livello pre crisi, è quello che di più concorre ad alzare la media dell’EZ, che ancora come aggregato sta un paio di punti sotto il livello del 2008. Meglio della Germania hanno fatto Malta, con un +18% il il Lussemburgo, +13% (vedi grafico), con l’Austria a livello dei tedeschi. Ma poiché queste tre sono piccole economie, la Germania si trova a dover bilanciare, nell’aggregato, le performance deludenti della Francia, dove l’occupazione è tornata al livello pre crisi ma in gran parte grazie all’assunzione di dipendenti pubblici, e dell’Italia, ancora circa il 5% in meno rispetto al 2008.

Se guardiamo ai valori assoluti, osserviamo che dal secondo semestre 2013 Germania e Spagna hanno creato rispettivamente 592 mila e 724 mila posti di lavoro, mentre in Francia e in Italia non si è andati oltre i 190 mila e i 127 mila occupati, ossia circa il 15% dei 2,2 milioni posti di lavoro creati dal punto minimo raggiunto  a metà 2013. Il resto dei paesi, compresi quelli sottoposti a politiche di correzione del mercato del lavoro, hanno aggiunto appena 252 mila posti di lavoro, anche se la Bce parla di “marcato aumento nelle economie sottoposte a tensioni”.

Un’altra circostanza utile da osservare è che “il contributo di gran lunga più consistente all’incremento complessivo dell’occupazione nell’area dell’euro dal 2013 è provenuto dal settore dei servizi”. E tuttavia si tratta di un contributo che nasconde alcune sfumature. In particolare la Bce ha osservato che l’incremento di occupazione si è registrato nei settori meno produttivi. “La crescita dell’occupazione osservata di recente nell’area dell’euro – spiega – sembra essersi concentrata perlopiù nei settori caratterizzati da una produttività relativamente scarsa”. I settori più dinamici, come finanza e assicurazioni o l’ITC, infatti, esibiscono saldi negativi. E ciò “suggerisce che probabilmente un’inversione della modesta crescita della produttività nell’area dell’euro non avverrà in tempi rapidi”.

Quanto alla componente demografica, “la recente crescita dell’occupazione ha interessato in misura significativa le donne e i lavoratori più anziani”. Fanno eccezione Spagna e Italia, almeno limitatamente al lavoro femminile. Mentre la tendenza all’aumento dell’occupazione dei più anziani “consistente e continuativo”, come nota la Bce, “è ascrivibile a diversi fattori sottostanti, tra cui precedenti riforme strutturali del sistema pensionistico e di quello dei sussidi al fine di posticipare l’età pensionabile, nonché a variazioni della composizione della fascia dei lavoratori più anziani”.

Vale la pena notare, infine, che “il 66% della recente crescita dell’occupazione netta nell’area dell’euro è attribuibile a posti di lavoro a tempo pieno, benché si riscontrino sostanziali differenze tra paesi”. A tale proposito l’Italia si connota per il più alto numero dei lavoratori a tempo parziale fra i paesi dell’area, con oltre il 60% del totale dei posti di lavoro (vedi grafico) creati in regime di part time. Anche nel lavoro, insomma, il mercato europeo è alquanto frammentato. E non soltanto in relazione al tempo parziale, ma anche guardando alla fattispecie a termine o a tempo indeterminato.

Il grafico mostra che anche qui la Germania va in controtendenza. Fra il 2013 e il 2015 sono aumentati solo i contratti a tempo indeterminato, mentre quelli a termine sono diminuiti. Al contrario i contratti a termine sono stati la maggioranza in Spagna, Francia e Italia. E la Germania si segnala anche per un deciso aumento del lavoro dipendente e un calo di quello autonomo.

Insomma: il futuro lavoratore dell’Ez deve essere molto qualificato e disposto ad avere un contratto a termine però full time. Oppure deve essere tedesco.

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