Le sofferenze nascoste delle banche italiane: quelle fiscali


Farà piacere ai molti che non amano le banche sapere che le italiane sono quelle che nel 2014, seguendo una tendenza che data almeno dal 2006, hanno avuto il tax rate teorico ed effettivo (vedi grafico) più alto fra i grandi paesi europei, ben il 37,4% a fronte di una percentuale di prelievo teorica del 32,9. La Francia, per dire, ha tasso teorico più alto del nostro effettivo ma poi, per il complicato gioco del sistema tributario, finisce con un tasso effettivo del 35%, mentre la Germania somiglia più al nostro paese, ma il tasso effettivo è comunque più basso. La Spagna rimane al 30, sia teorico che effettivo, mentre l’UK straccia tutti con un tax rate effettivo di poco superiore del 20%.

Il dato inglese è interessante perché fotografa una tendenza che si è manifestata in tutta la sua forza all’indomani della crisi. Se osservate il grafico, noterete come in effetti fino al 2008 il livello di tassazione inglese sulle banche fosse piatto poco sopra il 28% fin dal 2000, già comunque qualche punto al di sotto della media degli altri paesi. Dal 2008 in poi questo tasso è diminuito seccamente, amplificando una tendenza simile che si osserva anche negli altri paesi considerati.

Ma la Germania ha fatto di più. Fino al 2000 il tax rate teorico era vicino al 53%, ed è stato bruscamente ridotto al 38% nel 2001, dove è rimasto fino al 2008, quando ha conosciuto un’altra riduzione che l’ha portato sotto il 30%. Il nostro Paese ha conosciuto un’evoluzione simile. Il tax rate dichiarato stava vicino al 43% nel 2000, quando ha iniziato la sua discesa fino a sotto il 33% nel 2008, dove è rimasto fino al 2012, quando ha conosciuto un picco che l’ha riportato quasi al livello del 2000 per poi riabbassarsi sulla media della seconda metà degli anni 2000.

Questa interessante ricognizione viene sviluppata in un paper della Banca d’Italia (“The tax burden on banks over the period 2006-2014“) scritto al fine di valutare l’impatto del sistema fiscale dei singoli paesi sulla stabilità finanziaria e soprattutto sulla frammentazione che tale fiscalità può provocare nei sistemi finanziari, specie adesso che siamo in un contesto di supervisione unificata della vigilanza bancaria. L’analisi è stata condotta su un panel di 740 banche.

Vale specificare che lo statutory tax rate, che ho tradotto con tasso teorico, misura l’impatto della tassazione corporate sulla banche, quindi nel caso italia dell’Ires e dell’Irap, e si distingue dal tax base, considerato nell’analisiche riguarda il trattamento fiscale sulle perdite su prestiti e sulle svalutazioni. Il combinato disposto fra il tax rate teorico e il tax base consente di calcolare il tax rate effettivo, ossia il peso globale del fisco sugli intermediari. E ciò spiega perché i due tax rate possono diverge anche sostanzialmente.

Se guardiamo al grafico che misura il tax rate effettivo a far data dal 2006, notiamo come il primato italiano sia ben consolidato e che il livello del 2014 è il più basso degli ultimi otto anni. Rimarchevole anche la circostanza che per le banche spagnole non ci siano stati grossi cambiamenti dal 2008, similmente a quanto è accaduto a quelle tedesche. Il fisco post-crisi, insomma, ha colpito le banche assai meno (salvo che marginalmente in Italia) di altri settori produttivi.

Ovviamente, un più alto livello di tassazione incide maggiormente sulla redditività bancaria e infatti dal confronto svolto emerge che ” a parità di condizioni il sistema fiscale italiano riduce il ROE (return on equity, ndr) più di quanto facciano i sistemi fiscali negli altri paesi”. Ed è in questa circostanza che la sofferenza fiscale aggiunge il suo peso nell’ampio ventaglio dei tormenti delle banche italiane, oppresse non soltanto dai crediti incagliati, dai tassi bassi che diminuiscono i margini di interesse, ma anche da un fisco poco benigno. Se partiamo dal presupposto che una banca tedesca e una italiana abbiano lo stesso ROE prima delle tasse, dal confronto di Bankitalia emerge che dopo le tasse il ROE netto è il 16% maggiore di quello italiano. Se Il ROE ante imposte fosse del 10% per entrambe le banche, insomma, quelle tedesche guadagnerebbero un netto del 7,2%, quelle italiane del 6,2. Ciò vuol dire che le banche italiane devono essere assai più brave di quelle tedesche per aver la stessa redditività.

Di conseguenza, il sistema fiscale finisce per dare o togliere vantaggi competitivi a una banca piuttosto che a un’altra. Il che rende molto più difficile avere quelle pari condizioni fra gli istituti che pure dovrebbero esserci dentro un’unione bancaria. Basta un dato per capire cosa significhi. Fra il 2008 e il 2012 la disciplina fiscale ha condotto a un aumento della tassazione per le banche che ha pesato per 8,6 miliardi di euro. “Se queste tasse addizionali non fossero state pagate – spiega Bankitalia – alla fine del 2012 il sistema bancario italiano avrebbe maturato circa 5,6 miliardi di capitale addizionale, corrispondente a un aumento dei ratio di capitale di 33 punti base”. Ciò vuol dire che banche sarebbero state più capitalizzate, per la gioia della vigilanza unificata. “Ciò suggerisce – conclude – che sarebbe vantaggioso esplorare possibile vie per rendere più omogeneo il sistema fiscale dei paesi partecipanti alla vigilanza unificata. Un primo passo sarebbe quello di armonizzare il regime del tax bases”. Un modo timido per dire che dopo l’Unione bancaria serve quella fiscale.

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...